venerdì 6 marzo 2009
WILLY CHIRINO - LA JINETERA
Interessante il video....su Cuba....
Chissa' dove avranno girato le scene dove appare lui......Miami....?
A Cuba non credo....
FRA I VICOLI DI LITTLE HABANA

Da queste parti, per le strade di Little Habana, nei cortili, al Domino Club, nel giardino Maximo Gomez, al caffè ristorante Versailles, dove viene ancora quasi ogni giorno a fare politica, "Musculito", 86 anni, al secolo Eugenio Rolando Martinez, è una leggenda. L'ultimo simbolo romantico della resistenza degli esiliati cubani contro Fidel Castro. Crede ancora nella vittoria finale e completa del MRR, il "Movimento de Recuperacion Revolucionaria".
Ma è forse l'unico. È nostalgico: sa che la passione degli esiliati come lui, che hanno dedicato la vita alla "causa", non c'è più. Il 31 dicembre di quest'anno saranno passati 50 anni dalla vittoria di Castro contro il regime di Fulgencio Batista. Sente che le nuove generazioni sono assimilate. Ma crede in John McCain. Forse perchè è anziano. O perchè il segno delle battaglie è ancora sulla sua pelle: «Lo sa che i suoi torturatori durante la prigionia a Hanoi erano cubani? Addestrati da Fidel, prestati ai sovietici, ai vietcong?» dice enfatico Musculito. Lo incontriamo per una lunga intervista nella sua bella casa di Miami Beach. È lucido, energico, continua: «La differenza fra McCain e gli altri è semplice: quando parla, non lo fa per aver letto i libri di storia». E difatti, proprio qui, al Versailles, McCain promette ancora la controrivoluzione e un governo democratico all'Avana. È venuto a corteggiare la comunità cubana d'America: a Miami, conta per quasi il 50% della popolazione, oltre un milione di persone tra esiliati e discendenti, un voto chiave per la Dade County e per la conquista della Florida, alle primarie, che si terranno lunedì 29 gennaio. Quando lo incontriamo, lunedì mattina della settimana scorsa, McCain è già in testa ai sondaggi. Segue il manuale: «Castro è finito, la dittatura comunista è finita…la vittoria è vicina. Riporterò la democrazia a Cuba». Musculito ascolta. Lasciò Cuba nel 1940 per venire a studiare in America. Era un rivoluzionario, contro Batista, ma in campo opposto a quello di Castro: combatteva per il movimento cattolico. Fu avvicinato dalla Cia che ancora oggi, mentre racconta, chiama "the Company", "la compagnia". Gli hanno affidato 200 operazioni clandestine, contrabbando di armi dall'America a Cuba. Partenze via mare, nella notte. Il rischio di tradimento altissimo. Le missioni più difficili, furono quelle per organizzare la resistenza locale e preparare lo sbarco alla Baia dei Porci: «Può immaginare la mia amarezza quando, giunti al dunque, mi accorsi che, per lo sbarco, l'America aveva mandato mezzi di seconda scelta, gli scarti. Aveva organizzato tutto malissimo. Una disfatta». Fu in quegli anni che Eugenio Rolando Martinez, divenne Musculito, per la sua prestanza fisica, ma anche per la sua determinazione, per la tenacia. Dopo il fallimento della Baia dei Porci nell'aprile del 1961, Kennedy, autorizzò, il 30 novembre del 1961, "Operation Mongoose". Musculito era sempre in prima linea. Il nuovo obiettivo: una rivolta popolare per l'ottobre del 1962. Fallì, come le altre, quando Cuba e Mosca risposero con lo schieramento di missili nucleari contro l'America. Oggi la leggenda di Musculito appartiene ai libri di storia americani. E non tanto per le sue azioni di guerriglia, ma perchè, sempre in nome dell'anticastrismo, dieci anni dopo la crisi cubana, divenne uno dei personaggi centrali dello scandalo Watergate e delle presidenziali del 1972. È stato infatti uno dei tre intrusi, tutti e tre cubani, tutti e tre di Little Habana, che scassinarono le serrature degli uffici del partito democratico al Watergate per fotografare documenti della campagna di George McGovern il candidato democratico contro Richard Nixon. Uno dei suoi "contatti" gli affidò la missione: i democratici finanziavano la loro campagana coi soldi di Castro. Occorrevano le prove. «Credevo di lavorare per la Compagnia, anzi, più in alto, Barker (uno degli organizzatori del Watergate) mi inviava messaggi dalla Casa Bianca. Ma sono stato usato per fini diversi. E sono finito in prigione per 18 mesi. Le promesse dell'America nel mio caso, sono sempre state mantenute a metà». Per questo Musculito ascolta con grande spirito critico i comizi dei candidati: «A volte ho l'impressione che vengano da noi per tenerci buoni, per dirci quel che vogliamo ascoltare. Ma non gli crediamo più. La caduta Castrista partirà dall'interno, con la sua morte. E l'aiuto verrà da noi, dagli esiliati pronti a tornare». Possibile. Ma gli esiliati militanti, sono rimasti in pochi. Al Versaille, McCain cerca di infiammare parlando di Chavez, l'erede di Castro. La gente applaude. Più per cortesia che per entusiasmo. La maggioranza dei cubani da queste parti è ormai completamente integrata. George Hernandez, che incontriamo in un cantiere della K&M Construction a Miami Beach, 31 anni bello, capelli scuri, inglese perfetto, dice di essere più americano che cubano. Frank Damas, 66 anni, che si era trovato a studiare in America quando Castro prese il potere è più interessato alle lotte locali per la conquista dei seggi parlamentari a Washington. Ci sono quattro cubani in corsa, in campi opposti: due democratici e due repubblicani. La comunità ha un suo orgoglio, simpatizza per i repubblicani, ma mantiene l'indipendenza. Nel 2000 furono 3.800 cubani di Little Habana, iscritti al partito democratico, a dare la vittoria a George W. Bush. I Clinton li avevano delusi. E oggi si pensa sempre più all'America che a Cuba. Wilfredo Allen, avvocato, difensore dei derelitti e degli immigrati illegali, uno dei personaggi più autorevoli e conosciuti a Little Habana è uno dei più realisti: «Non credo più nella controrivoluzione cubana… spero che con la morte di Castro vi sarà una transizione pacifica verso la democrazia». Allen Conosce bene Musculito: è stato il suo avvocato difensore per i postumi del Watergate. Lo rispetta e lo ammira. Ma i personaggi che lo affascinano sono Roberto Gouizeta, rifugiato cubano, arrivato ai vertici della Coca Cola. Sono Mel Martinez senatore repubblicano della Florida e Bob Menendez, il senatore democratico del New Jersey. Sa che, se ci sarà davvero, la democrazia a Cuba non gli restituirà l'azienda agricola di suo padre, dove venivano allevati purosangue arabi. O la Casa all'Avana «dove oggi vivono 20 persone…». Ma ha i documenti per le cave di pietra, gestite da un'azienda francese e quelli dell'impianto per l'imbottigliamento, gestito da un'azienda spagnola. Con suo fratello, grande finanziere a Minneapolis, sognano di investire a Cuba. Ma non di tornarci: «C'erano sei milioni di cubani quando sono scappato. Oggi sono dodici. Dieci sono nati dopo la rivoluzione. Parliamo un linguaggio diverso. Mia moglie è di origine greca. I miei figli sono greco-americani-cubani, ma sono soprattutto americani. La mia casa e qui». Musculito invece, a Cuba ci tornerebbe subito, con tutti i suoi 86 anni. Per lui sarebbe davvero la «vittoria finale….purchè ci sia la democrazia». Ci saluta, e torna alla sua principale occupazione, accudire a sua moglie Teresita, malata di Alzheimer. Lei, di Cuba, non ricorda più nulla già da molti anni.
MARTIRI DI BARBADOS

L’esperienza dei piloti non bastò quel 6 ottobre 1976. L’aereo, ferito a morte, precipitò davanti alla spiaggia delle Barbados e affondò con le 73 persone che si trovavano a bordo.
Coloro che videro dalla costa la caduta del velivolo cubano, non immaginarono di essere gli spettatori diretti di un atto di terrorismo, ancora meno contro Cuba, il primo di questa natura che colpiva un aereo commerciale, anche se l’Isola era già stata fatta bersaglio di questo tipo di attacchi.
Accadde 25 anni prima dell’11 settembre 2001, quando l’utilizzo di aerei commerciali come bombe volanti contro il territorio nordamericano è stato interpretato come un cambiamento storico.
Un quarto di secolo dopo ci sarebbe stato l’11-S, quando due aerei passeggeri sequestrati hanno investito le torri gemelle di New York, innescando una catena di azioni e guerre preventive che si avvalgono del pretesto di combattere il terrorismo.
Ma il ricordo del crimine delle Barbados ogni 6 ottobre ravviva il dolore dei parenti delle vittime. I morti furono in maggioranza cubani molto giovani, oltre a guianensi e nord coreani, che per i terroristi risultarono il bersaglio perfetto.
Sappiamo dalle testimonianze che i membri della squadra giovanile di scherma cubana che stavano rimpatriando cantavano, raccontavano barzellette, dopo aver vinto tutte le medaglie d’oro in palio nel torneo centroamericano e dei Caraibi.
Ma le loro morti improvvise e ingiuste provocarono l’ilarità macabra del terrorista Luis Posada Carriles e del suo complice nel crimine, Orlando Bosch.
Da allora Cuba esige che si faccia giustizia nel nome delle tante vittime innocenti e che si metta fine al terrorismo che dura da più di 40 anni contro l’Isola e i suoi abitanti.
Negli anni successivi ci sono stati vari timidi tentativi di investigare i fatti delle Barbados e di consegnare alla giustizia i responsabili. Ma all’ultimo momento è sempre avvenuto qualcosa che ha mantenuto l’impunità.
Mentre veniva processato in Venezuela per il crimine, Posada Carriles fuggì dalla prigione con l’aiuto della Fondazione Nazionale Cubano-Americana (FNCA).
Orlando Bosch si recò negli USA dopo aver scontato una condanna insufficiente, dove ricevette il perdono e la residenza dalle mani del presidente George Bush, padre dell’attuale presidente nordamericano.
Oggi i “due terroristi buoni”, con una storia sordida di attentati, esplosioni e morti, possono contare sulla protezione dello stesso paese che ha iniziato due guerre contro il “terrore”, dopo che altri “terroristi cattivi” hanno utilizzato aerei commerciali come missili contro il World Trade Center e il Pentagono.
Le persone per bene di tutto il mondo si chiedono come sia spiegabile tale contraddizione. Come si può essere contro il terrorismo e a favore di esso?, commentano a bassa voce coloro che si astengono dall’esprimersi pubblicamente.
Per capire il comportamento ufficiale statunitense sul tema è necessario rifarsi ai documenti declassificati che illustrano l’appoggio e il finanziamento della Casa Bianca alla guerra sporca (che si atteggia a paladina della lotta al terrorismo) contro Cuba.
Gli archivi recentemente pubblicati rivelano che Posada Carriles e Bosch hanno un lungo rapporto di complicità con le principali agenzie di spionaggio degli USA e con il Pentagono.
Nei giorni dell’attentato delle Barbados i due avevano lo strano status di agenti della CIA, collaboratori del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato e nello stesso tempo dossier criminali aperti dal FBI.
Non esistono prove inconfutabili sulla partecipazione di queste agenzie ufficiali nordamericane alla provocata esplosione del CU-455 della ‘Cubana’. Ma è documentato che conoscevano l’assunto.
Nelle alte sfere dell’esecutivo nordamericano ci sono personaggi, timorosi che trapeli la verità, interessati a ridurre al silenzio i particolari di questa storia, così come di altre dalla grande importanza continentale, come il sinistro Piano Condor.
Questo spiega il recente verdetto di un giudice che, nel nome del Dipartimento della Sicurezza Interna, ha escluso l’estradizione di Posada Carriles in Venezuela col pretesto che in quel paese il terrorista verrebbe probabilmente torturato.
Le udienze migratorie svoltesi a El Paso(Texas), sono state una farsa per formalizzare una decisione già presa dall’alto, secondo esperti legali statunitensi e internazionali.
Posada Carriles, di nazionalità venezuelana, è profugo della giustizia di quel paese latinoamericano, dove fu commissario della polizia politica e torturatore.
Ventinove anni dopo, i fatti delle Barbados acquistano una rinnovata attualità e riportano alla luce la complicità tra i colpevoli e la Casa Bianca.
Ma i cubani rinnovano nel triste anniversario l’impegno di continuare la lotta contro il terrorismo e di denunciare la complicità di Washington con quel crimine.
CUBA E'....( DA GDC )

Credo che le risposte che tutti noi sappiamo dare quando qualcuno arriva inventandosigrande esperto e solone siano figlie della nostra sensibilita' e delle sensazioni che,grazie alle assidue frequentazioni,proviamo nei confronti di questa isola.
Perche' uno che arriva e ti dice "Cuba e' cosi'" oppure "Cuba e' una sola" non ha capito una amata minchia della perla del caribe.
Non esiste una Cuba sola,esiste la Cuba che ognuno ha dentro di se,esiste un isola che non c'e' ma che ha cambiato le nostre vite e le ha rese sicuramente migliori.
Le donne,certo....le donne sono importanti,ma qua' nessuno in italia si ammazza di seghe,siamo gente nell'eta' di mezzo con lavori,storie e situazioni che spesso ci soddisfano anche se forse esiste dentro di ognuno di noi un senso di vuoto che i nostri viaggi cubani aiutano a colmare.
Le donne dicevo hanno la loro importanza...ci mancherebbe ma non puo' essere solo per quello che ci sobbarchiamo 20000 km e saccheggiamo il nostro conto in banca.
Cuba e' un idea,e' il poter pensare che esistono anche altri modi di vivere le proprie giornate senza ammazzarsi di lavoro e ridursi il fegato a un melone per il nervoso.
Perche' Cuba ti insegna che,arrivati a un certo punto,si puo' anche rallentare e provare a guardarsi intorno traendo giovamento da quanto vediamo.
Cuba e' anche fermarsi a parlare con una vecchia sull'uscio di casa sua e ascoltare racconti persi nel tempo.
Cuba e' il disordinato e colorato via vai di gente nelle assolate mattine caraibiche,tutti che mangiano,tutti in coda di fronte a una tienda dove non c'e' un cazzo da comprare.
Cuba e' sedersi su una panchina del parquee non fare altro che non sia guardare il mondo sinuoso e etnicamente vario che ti passa davanti.
Cuba e' il suo mare azzurro e inesplorato,le sue spiagge deserte,l'aragosta per quattro soldi.
Cuba sono i bambini allegri e sorridenti che escono da scuola con la voglia di vivere addosso e la allegria che i nostri bambini grassi e viziati hanno smarrito.
Cuba e' una ragazza che incontri per strada e ti guarda dritto negli occhi come solo una cubana sa fare,uno sguardo a cui non e' facile abituarsi e che bisogna imparare a sostenere.
Cuba e' la puzza di nafta dei camion nelle strette vie cittadine,una puzza che quando mi capita di sentire in Italia mi provoca dei brividi di nostalgia a pelle.
Cuba e' anche lei con la sua pelle di luna ed il suo corpo perfetto ed orgoglioso.
Un corpo in cui perdersi in una magica notte cubana,perche' non esiste molto di meglio su questo pianeta di una notte a Cuba.
Ammesso che Cuba sia di questo pianeta......
DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE....

Sono tante le cose che a Cuba,malgrado le tante frequentazioni e i tanti viaggi,ancora mi sorprendono.
Una di queste e'camminare in un barrio periferico di una citta' in mezzo al campo,camminare fra case diroccate e male in arnese,aggirarmi fra baracche col pavimento di terra e il cesso esterno rappresentato da un buco.
Per vedere questo a Cuba non e' necessario andare al campo basta uscire dal centro,dai barrios "turistici" anche della capital per trovare una Cuba diversa e sicuramente piu' complicata.
Mi aggiro in mezzo a queste case fatiscenti e tutto a un tratto da uno di questi tuguri...esce una perla,ambrata,splendida e luminosa.
Una mulatta statuaria e fantastica vestita di tutto punto con capi firmati (quasi sempre tarocchi nostrani) addosso,con la sua camminata eretta,un culo che balla e un seno imponente che sfida la forza di gravita'.
Quante volte ho assistito a scene simili....
Ogni volta mi sono chiesto come fosse possibile che tutto quello splendore uscisse da una cosi' povera casa...
Mi immagino con quanta cura la fanciulla conservi le sue cose magari dentro un vecchio armadio,trattandole come preziose reliquie,come la cosa bella da esporre al mondo...
Come diceva il piu' grande di tutti "dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior"
giovedì 5 marzo 2009
GUARDANDO IL MARE E...ASPETTANDO

Pare che sia vero.
Si e' fatto una passeggiata...
Ora cammina pure
Va in giro alla periferia dell'Avana all'alba.
Coi medici e i guardaspalle....
Parlo del Comandante che secondo piu' oragani di informazione giorni fa si e' fatto una passeggiata come se niente fosse...
Ma non era morto e sepolto?
Gia' un mesetto fa a seguito di una sua assenza nelle Riflessioni gia' tutti recitavano salmi o benedizioni vista la sua imminente dipartita.
Certo che i vecchi cubano americani fanno una vita da cani...
E' 50 anni che aspettano che il Barba tiri le cuoia...50 anni che si affacciano come Redford nell'ultima scena di Havana verso l'oceano e la ex patria lontana nella speranza che arrivi la gioiosa notizia...
Invece nulla...da 50 anni.
E loro sempre li' seduti...col loro Bacardi annacquato davanti...
Nel frattempo i loro figli si sono americanizzati,votano Obama,i loro nipoti neanche piu' parlano spagnolo...e loro sempre la' coi cateteri e le prostata strusciante il suolo....
E' cambiato il mondo,si e' capovolto tutto ma quella tanto attesa notizia...non arriva....
Ma anche se arrivasse ora...e credo che prima o poi arrivera'...cosa resta in mano a questa gente?
Il nulla.
Perche' nel frattempo anche nella loro ex patria le cose si stanno evolvendo,ma non nel senso sperato da loro.
Magari se ce la faranno potranno un giorno anche tornarci ma all' aeroporto dell'Avana si troveranno davanti quel PATRIA O MUERTE VENCEREMOS da cui sono fuggiti tanti anni fa....
Intanto quello fa le passeggiate.....
Anche qualche acuto politico nostrano,magari di quelli eletti col beneplacido di mafia e camorra,le stesse mafia e camorra che di fronte agli affari non si fanno problemi a sciogliere bambini nell'acido,attende da anni di poter fare la filippica sui diritti civili negati e sulla mancanza di liberta'...anche lui aspetta da anni e anni...
E quello passeggia.....
Per finire qualche corvo sul web che da anni e' appolaiato su un albero senza foglie...anche lui attende da anni...tant'e' che oramai e' vecchio e spellacchiato pure lui.....
Intanto l'altro cammina...
Buona passeggiata vecchio Comandante.
mercoledì 4 marzo 2009
RIFLESSIONE DEL COMANDANTE

Con motivo de los cambios en el seno del Ejecutivo, algunas agencias cablegráficas se rasgan las vestiduras.
Varias de ellas hablan o se hacen eco de rumores "populares" sobre la sustitución de los "hombres de Fidel" por los "hombres de Raúl".
La mayoría de los que fueron reemplazados nunca los propuse yo. Casi sin excepción llegaron a sus cargos propuestos por otros compañeros de la dirección del Partido o del Estado. No me dediqué nunca a ese oficio.
Jamás subestimé la inteligencia humana, ni la vanidad de los hombres.
Los nuevos ministros que acaban de nombrarse fueron consultados conmigo, a pesar de que ninguna norma obligaba a los que los propusieron, a esa conducta, ya que renuncié hace rato a las prerrogativas del poder. Actuaron sencillamente como revolucionarios auténticos que llevan en sí mismos la lealtad a los principios.
No se ha cometido injusticia alguna con determinados cuadros.
Ninguno de los dos mencionados por los cables como más afectados, pronunció una palabra para expresar inconformidad alguna. No era en absoluto ausencia de valor personal. La razón era otra. La miel del poder por el cual no conocieron sacrificio alguno, despertó en ellos ambiciones que los condujeron a un papel indigno. El enemigo externo se llenó de ilusiones con ellos.
No acepto que se mezcle ahora la chismografía con el Clásico de Pelota que está próximo a comenzar. Dije bien claro que nuestros atletas de béisbol eran jóvenes de primera línea y hombres de patria o muerte.
Como ya expresé otras veces regresaremos con el escudo o sobre el escudo.
Venceremos porque sabemos y podemos combinar algo que solo pueden hacer hombres libres, y sin dueños, no los jugadores profesionales.
Leonel Fernández me contaba ayer por la tarde que los excelentes peloteros profesionales dominicanos no deseaban participar en esas competencias, estarían ausentes con dolor para el pueblo que los vio nacer.
Chávez, ignora todavía por qué sus magníficos pitchers y bateadores serán derrotados por nuestros atletas.
El equipo cubano que este año medirá sus fuerzas con los mejores profesionales de Estados Unidos y Japón en las Grandes ligas, es mucho más fuerte y está mejor entrenado que el de hace tres años.
Muchos de ellos son ya veteranos a pesar de su juventud. Ninguno de los hombres que hicieron el equipo quedó en casa, excepto por razones de salud.
Asumo la total responsabilidad por el éxito o el revés. Las victorias serán de todos; la derrota no será jamás huérfana.
i Patria o Muerte! iVenceremos!
Fidel Castro Ruz
Marzo 3 de 2009
11 y 32 a.m.
IVAN PEDROSO

C’è stato un momento, una decina d’anni fa, in cui sembrava che un uomo potesse saltare in lungo 9 metri. Un volo che ancora sogniamo e che resterà il tassello mancante nella carriera di Ivan Pedroso che, sulla soglia dei 35 anni, ha deciso di dire addio all’atletica. Mike Powell è il recordman, Carl Lewis l’uomo dei quattro podi olimpici, ma il miglior lunghista degli anni Novanta è stato senza dubbio Ivan Pedroso.
NOVE VOLTE IRIDATO - A testimoniarlo ci sono i nove titoli mondiali (4 all’aperto e 5 indoor) vinti tra il 1993 e il 2001 e una regolarità impressionante che l’ha portato a superare gli 8.50 in otto stagioni. In un’atletica di “mostri”, Pedroso abbinava una tecnica perfetta, affinata lavorando con il suo coach di sempre, Milan Matos, a un fisico assolutamente normale (176 cm per 70 kg).
IVAN E I GIOCHI - Imbattibile nelle rassegne iridate, Pedroso è stato sfortunato nelle sue esperienze olimpiche. A Barcellona nel 1992 non ha neppure 20 anni e finisce quarto (8.11). Ad Atlanta 1996 poteva essere uno dei favoriti, dopo che nel 1995 era atterrato a 8.71 (suo miglior salto di sempre), ma un grave infortunio mette in dubbio persino la sua partecipazione. Alla fine i medici cubani fanno un miracolo; Ivan salta ma, rattoppato, non riesce ad andare oltre il 12° posto. Il riscatto arriva a Sydney: in Australia diventa il primo saltatore non-statunitense a vincere l’oro olimpico del lungo dal 1964. Tutto facile? Non proprio. Al quinto salto il semi-sconosciuto australiano jai Taurina atterra a 8.49 e ipoteca l’oro. La reazione di Pedroso arriva all’ultimo tentativo: 8.55 e gerarchia ristabilita.
ORGOGLIO DI CUBA - L’ultima esperienza olimpica, ad Atene, l’ha visto portare la bandiera cubana durante la cerimonia di apertura dei Giochi. E per chi conosce la storia a cinque cerchi dell’isola caraibica può capire quanto grande sia stato l’orgoglio per ricoprire un ruolo del genere. Ivan, in un’epoca in cui le defezioni sono state tante, è sempre stato additato come un modello. Quando Javier Sotomayor si ritira, tra infortuni e positività alla cocaina, Pedroso diventa il simbolo dell’atletica cubana.
IL VENTO DEL SESTRIERE - La sua carriera resterà legata anche al suo 8.96 al Sestriere nel 1995. Sono passati 8 anni dal salto-fantasma di Evangelisti ai Mondiali di Roma, ma le cattive abitudini in Italia durano a lungo. Questa volta la misura è esatta, ma il record mondiale di Ivan (1 centimetro in più del primato di Powell, che dura tuttora) non viene mai omologato, perché un giudice si è posto davanti all’anemometro, falsando così la rilevazione del vento, che si presume superiore al consentito. La federazione cubana minaccia di non far gareggiare più in Italia i propri atleti, ma poi la situazione si ricompone e Pedroso resterà sempre molto legato al nostro Paese: a Padova realizza per quattro volte la sua miglior misura stagionale (8.63 nel 1997, 8.60 nel 1999, 8.30 nel 2002 e 8.31 nel 2003) e in molti ancora ricordano le sue scorribande notturne su una Vespa presa a prestito.
FUTURO - Tecnicamente ora il suo erede è il panamense Saladino, più armonioso rispetto al nostro Howe, anche se per lui difficilmente Mike Powell ripeterà ciò che diceva riguardo a Pedroso. “Ogni volta che salta Ivan – diceva il primatista mondiale – trattengo il fiato, perché penso che mi possa rubare il record”. Tranquillo Mike, ora puoi tirare un sospiro di sollievo.
VIVERE DI CORSA

Piove.
Governo ladro...a prescindere.
Questo inverno non passa e' da ottobre che il sole avra' fatto capolino 2/3 volte e non di piu'.
Sono cosi' preso da tutte le mie cose e i miei lavori che il pensiero della partenza sta' a malapena iniziando a fare capolino indotto piu' che altro da questo insopportabile tempo.
Mi alzo al mattino che e' gia' ora di andare a domire e anche questa volta,ma non avevo dubbi, mi ridurro' a fare tutto cio' che serve per una partenza all'ultimo momento.....
E' sempre cosi' i buoni propositi di una buona organizzazione svaniscono al contatto con una vita incasinata e stropicciata.
Sono pero' ieri riuscito in 5 minuti liberi a buttare in valigia le prime cose e almeno questo e' fatto......
Devo trovare il tempo di andare a comperarmi un po di prodotti da bagno e qualche capo di abbigliamento promesso a qualche amico che mi sta' aspettando e che sara' mio fedele compagno di merende.
Sono i miei pretoriani cubani che fanno il paio con quelli italiani che in mia assenza si occuperanno di mandare avanti la baracca professionale.
Da un lato davvero la voglia di partire sara' tanta ma dall'altro ancora non ho in testa il viaggio,credo sara' cosi' fino a quando domenica mattina,dopo un paio di ore di sonno e sempre che non mi infratti con qualche lurida dopo la serata,passero' a prendere il temba maratoneta per andare in malpensa.
Cioe' passero' a prenderlo comunque...dovessi arrivar direttamente dal campo Valsusino..
Allora in aeroporto comincero' a pensare a questa vacanza che sara' da godersi bene perche' poi fino a dicembre mi sa che....ciccia.
Comunque e' la terza in 7 mesi e al final sara' la terza in un anno,sono tornato ai ritmi pre bailarina e questo visto anche l'attuale momento e' un tener duro importante.
Ora vado Torino mi aspetta e con lei un altra giornata campale...fra meno di 4 giorni e' ora...e giuro che il pensiero della partenza e' ancora distante.....ma arrivera'...presto.
martedì 3 marzo 2009
JAVIER SOTOMAIOL

Il cubano trovato positivo in un meeting del 14 luglio. Il 12 ottobre aveva annunciato il ritiro Sotomayor, l' ultimo salto finisce nel nandrolone Prima la polvere bianca, adesso il famigerato nandrolone. Due tipi diversi di doping, una sola morale: in pochi mesi Javier Sotomayor, 34 anni, uno dei più grandi saltatori della storia, ha buttato via oltre dieci anni di straordinaria carriera, sciogliendo nel veleno dei sospetti e della colpa i risultati ottenuti nel nome di Cuba. Non ci dev' essere pietà per chi si dopa nello sport, la peggior forma di imbroglio che un atleta possa consumare ai danni degli altri atleti: e se negli ultimi tempi, in certe discipline e in certi Paesi, questa storia del nandrolone si preferisce buttarla sul ridere, appare del tutto evidente che in mondi più ristretti, che ancora si sforzano di usare codici di comportamento rigorosi, essa appare ancora come una responsabilità pesante che chiama una pena esemplare. Ora Sotomayor, trovato positivo dopo il meeting di Tenerife (14 luglio) per l' anabolizzante più diffuso del momento, rischia la radiazione, essendo la seconda volta (la prima per cocaina) che viene pescato da un test antidoping. Ma la Iaaf, che ha confermato l' indiscrezione apparsa su un giornale spagnolo, sostiene che tra i due campioni esaminati ci sarebbero risultati discrepanti, il che potrebbe aprire un contenzioso sulla validità del test. L' eventuale radiazione non avrebbe comunque effetti pratici sulla carriera di Javier, giunta al capolinea il 12 ottobre con un annuncio che aveva destato sorpresa. Però schiaccia sotto un macigno immane la figura di un uomo che ha fatto della missione atletica lo scopo della sua vita. Quando Sotomayor, nel ' 93, tornò a casa dopo aver vinto l' oro mondiale di Stoccarda, fece l' errore di girare per l' Avana con la Mercedes messa in palio dagli organizzatori. Un paio di sassate alla carrozzeria gli consigliarono di riallinearsi al tono di vita cubano: fu questo l' unico errore politico commesso dal soldato di Fidel. A Sotomayor questa definizione è sempre piaciuta: era soldato e messaggero di un regime dittatoriale che aveva fatto dello sport uno dei prodotti migliori da esportare, insieme al rum, ai sigari e al «Ppg», la medicina miracolosa che, ante-Viagra, si diceva facesse miracoli. «Soto» ebbe mille occasioni per defilarsi dalla dittatura, come le centinaia di atleti che, girando per il mondo, avevano la possibilità di confrontare le situazioni. Eppure, come tanti altri, seppe resistere stoicamente alle sirene del capitalismo, rimanendo fedele a Fidel e a chi, come raccontò una volta, «lo aiutò a trasformarsi da piccolo scolaro di Limonar ad atleta di valore mondiale». La lealtà gli valse l' amicizia e la gratitudine di Castro, che lo elesse a suo ambasciatore dello sport e non esitò a difenderlo a spada tratta nel ' 99, quando «Soto» fu pescato positivo per cocaina ai Giochi Panamericani di Winnipeg. L' atleta si dichiarò totalmente innocente e, da Cuba, arrivarono attestazioni di stima e giustificazioni da guerra fredda: Castro in persona sostenne la tesi del complotto capitalista contro un atleta cubano, minacciando pesanti ritorsioni sportive. La cosa spaventò la Iaaf, che aveva perso Nebiolo ma non la buona abitudine di non pestare i calli a personaggi politici autorevoli e importanti: la squalifica di due anni, come da regolamento, fu ridotta a uno per non ben identificate «circostanze eccezionali». Il taglio della pena consentì a Sotomayor, che aveva saltato i Mondiali di Siviglia, di partecipare nel 2000 all' Olimpiade di Sydney, dove conquistò la medaglia d' argento alle spalle del carneade russo Klyugin. L' ultimo acuto (quanto pulito?) di un «soldato» finito nella polvere. Claudio Colombo ORO OLIMPICO A BARCELLONA ' 92 CHI È Javier Sotomayor è nato a Limonar (Cuba) il 13 ottobre 1967 LA CARRIERA Alle Olimpiadi: oro a Barcellona ' 92, undicesimo ad Atlanta ' 96, argento a Sydney 2000. Ai Mondiali: oro nel ' 93 e nel ' 97, argento nel ' 91 e nel ' 95. Ai Mondiali indoor: oro nell' 89, nel ' 93, nel ' 95 e nel ' 99, bronzo nel ' 91 I RECORD Il cubano ha alzato per tre volte il record del mondo nel salto in alto: la prima volta l' 8 settembre ' 88 a Salamanca con 2,43 (precedente Sjoberg 2,42); la seconda il 29 luglio ' 89 a San Juan con 2,44; la terza il 27 luglio ' 93 ancora a Salamanca con 2,45 (record attuale). Detiene anche con 2,43 il primato mondiale al coperto
ORA TOCCA AGLI ALTRI...

E' notizia di questa mattina la sostituzione del ministro degli esteri Perez Roque e la riduzione drastica di poteri per Lage.
Due fedelissimi di Fidel che Raul fa fuori per sostituirli con uomini suoi.
Questa scelta intanto e' importante perche' fatta da Cuba,in piena autonomia,senza particolari pressioni e in piena sovranita'.
Di per se scegliere di cambiare,se di vero cambio si tratta....,quando si ritiene il momento di farlo rappresenta per la isla la migliore delle vittorie.
Dopo 50 anni di embargo,di decine tentativi di omicidio del suo leader,di una parte di territorio illegalmente in possesso da parte della piu' grande potenza militare del mondo,del crollo del blocco socialista e di ogni forma possibile di pressione Cuba decide di cambiare quando vuole e senza rendere conto a nessuno.
Il fatto di non essersi piegata,di non aver chinato la schiena di aver comunque resistito le permette di scegliere modi e tempi per l'apertura del dialogo col potente vicino.
Un dialogo da pari a pari e questa e' una grande vittoria.
La vittoria di Obama anche col voto dei cubano americani di ultima e penultima generazione e la presenza di Hilary col cui marito Cuba visse il periodo meno conflittuale con gli USA apre di fatto un periodo di dialogo e non piu' di diktat.
Dalla nuova amministrazione americana sono giunti segnali di distensione e Cuba doveva dare un segnale forte.
La sostituzione di 2 duri e puri con cui non era facile un dialogo non ideologico e' un modo in cui Cuba dice all'America "io la mia parte la sto' facendo,ora tocca a te".
Fra l'altro mentre Lage a Cuba era visto dalla popolazione come un grigio burocrate Perez Roque invece incarnava l'orgoglio nazionale che ha sempre portato in alto sia all'ONU che in giro per il mondo.
Ora il potere e' in mano sostanzialmente all'Esercito Rivoluzionario,cosa non sempre positiva....
Vedremo cosa accadra'.
Cuba ha teso la mano,ora tocca agli altri.
lunedì 2 marzo 2009
GLI IMPRENDITORI DA OPERETTA
In questi anni "cubani" ho conosciuto alcuni imprenditori veri e da operetta che hanno cercato di investire il loro denaro a Cuba.
L'imprenditore vero e' colui che ha come scopo il profitto a prescindere da Cuba mentre quello da operetta e' chi vuole raggranellare qualche spicciolo per potersi cambiare poi il catetere al caldo.
Dei primo ho la massima stima,e' gente che ci ha creduto che ha rischiato,ad alcuni e' andata bene ad altri meno ma,da veri imprenditori,sanno che esiste il rischio di impresa e che esiste sempre quel margine di imponderabile che va al di la' di calcoli e studi di fattibilita' e che puo' modificare le carte in tavola.
A Las Tunas conosco uno di questi,un vicentino che ha avuto alcune fabbriche dalle sue parti,fabbriche che ha definitivamente venduto qualche anno fa e oggi vive a Cuba 6 mesi all'anno con la sua moto italiana e con un Audi rentata a 120 cuc al giorno....per 6 mesi.
Qualche anno fa con dei suoi amici vicentini si lancio' in un progetto di apertura di alcuni piccoli supermercati all'Avana,aprirono il primo,lui si accorse quasi subito che le cose non andavano dal punto di vista dei rapporti col governo come si aspettava e elegantemente si sfilo' dal gruppo di imprenditori,ci rimise qualcosa e ritorno' ad essere un semplice turista.
La cosa per il progetto poi non ando' bene e la voragine economica si dimostro' di notevoli dimensioni per gli imprenditori rimasti.
Mi racconto' queste cose col sorriso sulle labbra,allargando le braccia mi disse "Milco la cazzata che feci' fu di confondere un luogo perfetto per divertirsi in un altro disastroso per fare affari,per fortuna me ne accorsi in tempo".
Come dicevo vive i mesi invernali a Cuba dove si diverte,si gode la vita,sempre in compagnia di belle bimbe, ricorda quel piccolo rovescio come una cosa che nella vita puo' capitare e si accolla ogni responsabilita' senza accusare il regime,Fidel,Raul o pinco pallino di fallimenti e di errori che sono stati solo suoi.
Questo E' un imprenditore vero che ha saputo mettersi in gioco,non e' andata ma nella vita se non rischi qualcosa resterai sempre al palo.....
Gli altri sono gli imprenditori da "operetta",quelli che dopo una vita a fare tutt'altro si ritrovano 4 soldi in tasca e visto che hanno riscoperto la figa a Cuba,magari dopo una via crucis in tutti i paesi dell' est europeo prima della caduta del muro.......armati di biro e calze di nylon....hanno l'alzata di ingenio di investirli in miseri progetti destinati a fallire prima ancora di iniziare.
Ne conosco un paio a Las Tunas,uno si mise in societa' con un cubano per l'acquisto di partite di sementi da piazzare poi non so dove...e ci lascio' ventimila dollari,un altro si fece inculare qualche migliaia di dollari in permessi per cercare di aprire un paladar "italiano" .....lo fecero girare come una trottola senza concedergli mai nulla....
Altri poi....di cui le gesta sono tristemente note...ancora si aggirano sul web dando le colpe a Cuba dei loro disastri.
Come in tutti i settori della vita puo' andare bene come male,i saggi sanno ripartire dalle esperienze negative facendone tesoro e guardando sempre con ottimismo al futuro.
Gli idioti invece non ne escono piu',passano il tempo che gli resta,fra esaurimenti e travasi di bile a rimpiangere cio' che hanno stoltamente perduto per la loro stupidita'.
LA RIVOLUZIONE CUBANA E LA STAMPA ITALIANA (1958/61 DAL WEB)

La rivoluzione cubana, alla fine degli anni cinquanta, si inserisce in un contesto politico-sociale internazionale molto importante. La Guerra Fredda, in quel periodo, entra nella fase della “coesistenza competitiva”, il che comporta che le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti ed Unione Sovietica siano intense ma basate su una continua “minaccia” reciproca che porta ad uno stato di tensione generalizzato. La piccola grande storia della rivoluzione di Fidel Castro si svolge all’interno di un gioco di potere tra le due Superpotenze che, secondo il mio modesto punto di vista, ne condizionò l’evoluzione, anche se probabilmente non ne fu la causa principale. C’è da rilevare, infatti, che la rivoluzione cubana, pur avvenendo in un contesto geografico come quello dell’America Latina, fatto di rivoluzioni, golpe, dittature e più in generale di instabilità politica, ha avuto un’evoluzione anomala sia per la pluralità ideologica degli attori che l’hanno sostenuta nella prima decisiva fase, sia per il modo in cui è stato consolidato il regime di Castro.
La mia ricerca prende in considerazione il periodo che va dall’occupazione del porto di Manzanillo nel 1958, al tentativo di rovesciare Castro con lo sbarco degli anticastristi nella Baia dei Porci nel 1961, perché ritengo che probabilmente siano le due tappe principali che racchiudono le operazioni militari della rivoluzione cubana. Dal gennaio del 1958 i ribelli castristi incominciarono, infatti, una vera e propria guerra civile contro Batista, e l’aggressione dell’aprile del 1961, identificata con lo sbarco dei controrivoluzionari nella Baia dei Porci, fu il più significativo tentativo di colpo di mano subito da Fidel Castro fino ad oggi.
Per quel che riguarda il quadro politico internazionale si può ricordare che, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, la Guerra Fredda “si combatteva” principalmente nello spazio. Il mondo intero aveva ancora gli occhi rivolti al cielo per il lancio dello Sputnik, e gli Stati Uniti erano intenti a trovare una soluzione allo smacco subito dalla superpotenza avversaria. Il lancio dello Sputnik fu seguito da quelli delle sonde lunari Lunik 1, Lunik 2 e Lunik 3, quest’ultimo, nell’autunno del 1959, permise all’URSS di mostrare all’umanità, fotografandola, l’altra faccia della luna, ed il 12 aprile del 1961 il sovietico Jurij Gagarin fu il primo uomo ad andare nello spazio. Fu l’anno in cui “la competizione nucleare da elemento importante ma non dominante si trasformò in elemento centrale degli equilibri militari mondiali.” Le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti ed Unione Sovietica cominciarono ad essere piuttosto tese anche se i rispettivi Presidenti, Eisenhower e Kruscev, tentarono a più riprese un dialogo finalizzato a trovare un accordo per un controllo reciproco della proliferazione degli armamenti nucleari. Nel 1958 iniziò la crisi di Berlino che portò alla definitiva spaccatura tra Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Democratica, alla costruzione del muro di Berlino ed alla conseguente “divisione fisica” tra Europa Occidentale, legata agli USA e facente parte la NATO ed Europa Orientale unita dal Patto di Varsavia all’Unione Sovietica. Il 1958 fu un anno importante anche per la Francia, in maggio si aggravò la crisi politica in Algeria, già in guerra per la propria indipendenza dal ’54, dove fu proclamato lo stato di emergenza, si ripercosse sulla politica francese. Le difficoltà della guerra d’Algeria resero così possibile l’ascesa al potere del generale Charles de Gaulle, che propose una nuova Costituzione, poi approvata dal popolo francese in settembre. In novembre il partito di De Gaulle ottenne la maggioranza relativa alle elezioni, e fu così che il Generale fu nominato presidente della Quinta Repubblica francese in dicembre. Nel 1959 iniziò un periodo buio per De Grulle proprio a causa del movimento per l’autodeterminazione dell’Algeria che si concluse solo dopo violenti scontri nell’aprile del 1961, quando il Presidente francese riconobbe il principio dell’indipendenza dell’Algeria, che si attuò con l’effettiva indipendenza del paese nordafricano nel ‘62. In Medio Oriente andava espandendosi il panarabismo del dittatore egiziano Nasser, soprattutto dopo la sconfitta politica franco-britannica a Suez nel 1956. Nel ’58, infatti, vi furono alcuni colpi di stato militari finalizzati ad instaurare regimi filoegiziani, come accadde in Sudan e in Irak. In quegl’anni l’Unione Sovietica cercò di penetrare sempre più nel mondo sottosviluppato per diffondervi la propria influenza, ma in alcuni casi subì importanti scacchi, critica fu la situazione che si venne a creare tra i rapporti russo-cinesi. Mao Zedong iniziò un progressivo distacco dall’URSS che portò, tra il 1959 ed 1963, ad un’aperta contraddizione tra i due Paesi, che in certi casi rivestì anche contenuti ideologici. Nel contesto della mia ricerca risulta importante la crisi laotiana che si inserì all’inizio degli anni sessanta nella crisi vietnamita (1954-1968). “In questo paese, all’indomani degli accordi di Ginevra, era stato formato un governo filo-occidentale rispetto al quale le forze comuniste del Pathet Loa avevano prima accettato di ritirarsi in due province settentrionali, salvo a riprendere, dopo l’armistizio, un’infiltrazione che le aveva rese padrone del paese. Appoggiare gli anticomunisti nel Laos significava avventurarsi in un’impresa dal risultato quanto meno incerto. [..] Nel marzo 1961 Kennedy pronunciò un discorso [..] nel quale affermò che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato la nascita a Vientiane, la capitale del Laos, di un governo comunista. [..] Nel mese di aprile acquistò consistenza il progetto anglo-sovietico di discuterne in una conferenza da tenere a Ginevra al più presto, con la partecipazione di tutte le parti interessate. [..]” Le trattative, però, furono bloccate nel periodo dell’invasione di Cuba, che permise all’URSS di tenere sul filo del rasoio gli Stati Uniti.
Nella politica italiana il 1958 fu complessivamente un anno molto intenso. Il 1° gennaio, entrò in vigore il trattato di Roma, firmato da Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, nel marzo dell’anno precedente, e che istituiva la CEE e l’EURATOM, le cariche all’interno della Comunità furono assegnate tutte a uomini della DC. Tra gennaio e febbraio, si ebbe una crisi tra la stessa DC e la Chiesa. Il Cardinale Ottaviani, Segretario del Sant’Uffizio, accusò di tradimento due esponenti della Democrazia Cristiana per la loro apertura a sinistra, ed il Presidente del Consiglio, Adone Zoli, accusò la Chiesa di Roma di ingerenza nella vita politica Italiana. Il 17 marzo fu bocciato il progetto di legge costituzionale per le riforme dell’Assemblea di Palazzo Madama ed il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, sciolse anticipatamente Camera e Senato. Il 24 marzo, fu istituito il Consiglio Superiore della Magistratura, che tuttora esiste. Il 2 maggio, con le Camere già sciolte e quindi in piena campagna elettorale, arrivò un messaggio elettorale propagandistico, dalla Conferenza Episcopale, la quale incaricò i Vescovi di diffonderlo. Le reazioni delle forze politiche furono vivaci e accusatorie nei confronti dell’ingerenza della Chiesa, ma il Governo provvisorio decise di non intervenire, sostenendo che i Vescovi avevano diritto di diffondere la morale Cristiana. Le elezioni politiche si svolsero il 25 ed il 26 maggio, furono vinte dalla democrazia Cristiana che ottenne il 43,3% dei voti, seguita dal PCI che ottenne il 22,7% e dal PSI che arrivò al 14,2%. Il 2 luglio 1958 Amintore Fanfani fu incaricato di formare il governo, che fu un governo bipartito (DC e PSDI); Governo che fu “incoronato” da Senato e Camera dei Deputati il 17 luglio. Quello fu l’anno della sua ascesa al potere in quanto fu contemporaneamente Presidente del Consiglio, Segretario della DC e Ministro degli Esteri. Il 9 ottobre dello stesso anno morì, a Castelgandolfo, Papa Pio XII, ed il 28 ottobre, come ho detto all’inizio del capitolo, fu eletto Papa il Patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, con il nome di Papa Giovanni XXIII, ricordato come il “Papa buono” che sconvolse la Chiesa con la sua apertura a sinistra. Fu il primo Papa ad uscire dalle mura del Vaticano e, fin dal principio, conquistò la popolazione, proprio grazie ad un dialogo diretto sia con i fedeli che con gli atei. La sua incoronazione avvenne il 4 novembre 1958. Il 10 dicembre il Governo, già messo a dura prova nei mesi precedenti, fu messo in minoranza sul voto ad una legge che doveva liberalizzare i mercati all’ingrosso. Si avviò così una crisi di governo che portò ad una rottura all’interno della DC, Fanfani cominciò a diventare scomodo per molti. Alla fine di gennaio 1959, Fanfani perse i tre incarichi in tre giorni e, a febbraio, fu Antonio Segni ad essere incaricato a formare un nuovo governo, che fu un governo monocolore sostenuto dalle destre. Il 14 marzo 1959, nel Convento di suore Santa Dorotea, nacque l’omonima corrente che divenne maggioritaria nella DC, vi entrarono a far parte anche Aldo Moro, Antonio Segni, contro la corrente di sinistra nella quale vi era, fra gli altri, Amintore Fanfani. A Moro fu affidata la segreteria democristiana, rimasta vagante dopo le dimissioni di Fanfani. All’inizio del 1960 Segni si dimise dalla carica di Presidente del Consiglio e si formò un nuovo governo monocolore guidato da Tambroni, per scelta personale di Gronchi, che però appoggiato solo dall’MSI e contro il quale si ebbero forti manifestazioni, con vittime fra i dimostranti, in varie città italiane. La DC impose così le dimissioni immediate del governo segnando una svolta. Fanfani compose il nuovo governo monocolore, con l’appoggio dei partiti centristi, ma con la simultanea astensione di socialisti e monarchici. Di fatto il tragico tentativo del Governo Tambroni cancellò l’ipotesi di un’apertura della DC alla destra, accelerando i tempi verso l’attuazione del centro-sinistra.
L’idea di fare questo tipo di ricerca basata sulla stampa, oltre che dal prezioso consiglio del Prof. Annino, si è consolidata alla fine di luglio del 2006, quando fu annunciata la malattia di Fidel Castro e lo storico passaggio di poteri al fratello del Leader Maximo, Raùl Castro. In quell’occasione i titoli dei giornali mi incuriosirono moltissimo, non solo per le mille ipotesi che venivano fatte dagli editorialisti, ma soprattutto per le diverse reazioni che suscitò in coloro che si occuparono della notizia. Leggendo i brani che furono pubblicati si percepivano una serie di umori contrastanti, dal sollievo alla malinconia, dalla gioia alla tristezza, dalla curiosità all’apprensione, perché, al di là di ciò che ognuno di noi possa pensare di Castro e del suo regime, se Fidel Castro fosse morto, con lui se ne sarebbe sicuramente andata una parte della storia del suo Paese che dura da quasi cinquant’anni.
Se si esclude il manuale di Thomas, probabilmente uno dei più completi per quanto riguarda la cronologia degli avvenimenti cubani, la mia ricerca si basa esclusivamente, ma volutamente, su fonti italiane. I tre quotidiani sui quali ho basato la mia ricerca sono il “Corriere della Sera”, “l’Unità”, “Il Popolo”, e le due riviste sono “Epoca” e “Rinascita”, in quanto il mio intento è proprio quello di mostrare come venivano interpretate le vicende di un Paese lontano come Cuba, ma che in quegl’anni divenne importante per tutto il mondo, da un paese come il nostro, dove si scontravano ideologie forti e profonde come quella cristiana e quella comunista e dove gli interessi governativi-confindustriali predominavano la scena politica, sociale e dell’informazione. “L’Unità” era, infatti, l’organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, il cui segretario in quegl’anni fu Palmiro Togliatti. Il quotidiano comunista fu fondato il 12 febbraio 1924 da Antonio Gramsci e fu organo ufficiale di stampa del PCI da quell’anno fino al 1991. L’8 novembre 1925 la distribuzione del giornale fu soppressa dal Prefetto di Milano insieme all’“Avanti”, organo del Partito Socialista Italiano, ed in seguito al fallito attentato a Mussolini (31 ottobre 1926) fu soppresso completamente. Negli anni del fascismo la distribuzione fu clandestina. Dopo la Liberazione uscirono, nel 1945, l’edizione genovese, quella milanese e quella torinese. Dal 1° agosto 1957 le edizioni de “l’Unità” di Genova, Torino e Milano si fusero dando origine ad un’unica edizione per l’Italia settentrionale, mentre dal 1962 furono unificate le direzioni di Roma e di Milano dando origine ad un’edizione centro-meridionale. Negli anni di riferimento per la mia ricerca, dal 1958 al 1961, direttore del giornale fu Aldo Tortorella. “Il Popolo” era, invece, l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana, fu fondato il 5 aprile del 1923 da Giuseppe Donati. Nacque come organo di stampa del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo e si caratterizzò per l’acceso antifascismo, che si acuì con il delitto Matteotti. Sempre per mano del regime, fu sciolto nel 1925 e riprese le pubblicazioni nel 1943 divenendo, l’anno seguente, l’organo ufficiale della DC, comprendente diverse edizioni regionali. Si sciolse nel 2003, dopo la nascita del quotidiano della Margherita “Europa”. Nel 1958 e nel 1959, direttore de “Il Popolo” fu Ettore Bernabei, mentre nel ’60-’61, alla testa del quotidiano democristiano c’era il Segretario della DC, Aldo Moro. Il “Corriere della Sera” fu fondato nel 1876 dal giornalista Eugenio Torelli Voillier, ed in pochi anni riuscì ad imporsi all’attenzione dei lettori italiani. Nel 1925, con le dimissione dell’allora direttore Alberini volute dal Governo fascista, fu compiuta la “fascistizzazione” del quotidiano milanese, che si conformò alle esigenze della dittatura fino alla Liberazione. Dal 1952 al 1961, direttore del quotidiano fu Mario Missiroli che, dopo qualche timido tentativo di cambiamento, decise di non mutare nulla e di proseguire nella collaudata scia del suo predecessore Emanuel, ciò un occhio al governo, l’altro all’Asselombarda e ai notabili della città. Proprietaria del quotidiano milanese era una famiglia di imprenditori, i Crespi. Fino al 1956 il quotidiano visse in una sorta di apatia nella quale subì attacchi da destra, che rimproverava al “Corriere” di tenere in suo seno una cellula comunista in forte ascesa, e da sinistra dove, soprattutto “l’Unità”, accusava il giornale di via Solforino di aver subito, con la direzione di Missiroli, un precipitoso impoverimento dei temi, principalmente in politica estera, dove la imperava la fedeltà verso l’America, insomma per la sinistra, nonostante qualche sprazzo di indipendenza avuto nella sua storia, il “Corriere della Sera” era per vocazione un giornale a servizio dei “poteri forti”. Un salutare scossone il quotidiano di via Solforino lo ebbe con la nascita de “Il Giorno”, il cui primo numero apparve nell’aprile del 1956, che fece sì che il “Corriere” riacquistasse un po’ di vivacità, mettendo in cantiere inchieste che non furono più semplici esercitazioni accademiche, migliorandosi anche nei servizi dall’estero. Il settimanale “Epoca” si sviluppò a partire dagli anni cinquanta lanciata dall’editore Arnoldo Mondatori e fu diretta dal figlio Alberto Mondatori. La rivista, politico culturale, tentò di riprendere, con moderni impianti americani, lo stile della rivista statunitense “Life” e dei suoi fototesti. Direttore di “Epoca” nel nostro periodo di riferimento fu Enzo Biagi. “Rinascita” in origine fu un mensile politico-culturale del PCI, fondato da Togliatti nel 1944. Uscì per la prima volta a Salerno nel giugno del ’44 e si trasferì a Roma nell’ottobre dello stesso anno. I primi decenni fu un mensile e si trasformò in settimanale nella primavera del ’62. Era uno strumento di elaborazione e diffusione della politica culturale del PCI esprimendola pur ospitando articoli ed interventi anche di intellettuali non marxisti. La sua ultima pubblicazione fu il 18 febbraio 1991.
Alla fine degli anni cinquanta la mappa politica dei quotidiani non era molto diversa da quella che si era delineata e consolidata attorno al 1948. I fogli che si definivano “indipendenti” rientravano in realtà in quel blocco governativo-confindustriale che aveva nella Rai-tv, controllata dalla DC, un formidabile sostegno. Solo “Il Giorno” rappresentò un’eccezione per la contrapposizione fra l’Eni e Confindustria e, in parte, per l’appoggio all’apertura a sinistra ancora avversato dagli altri quotidiani d’informazione. L’unica contrapposizione reale a questo blocco governativo-confindustriale era rappresentata dai quotidiani comunisti e quelli socialisti, con notevole disparità fra loro di diffusione e di atteggiamenti. Ancora alla fine del 1959 le tirature e le vendite dei quotidiani erano rimaste basse e sempre molto squilibrate da zona a zona, ed i quotidiani continuavano a disputarsi gli stessi lettori. Le testate d’informazione a diffusione nazionale, quelli ciò che arrivavano in tutte le regioni della penisola, erano tre: il “Corriere”, “La Stampa” e “il Giorno”. Sotto il profilo imprenditoriale, l’editoria giornalistica era dominata da una mentalità e da vedute arcaiche, le strutture produttive erano vecchie e costose e la distribuzione aveva dei costi elevati. Un altro fattore negativo e di notevole peso sulla diffusione della stampa era il problema dei punti vendita in quanto, salvo alcuni casi, il sistema italiano riservava soltanto alle edicole la vendita dei quotidiani. Il direttore, che logicamente veniva scelto dall’editore, ma sulla base di intese che restavano segrete anche per i redattori, assomigliava più ad un “monarca assoluto” che ad un “monarca costituzionale”, ed il redattore capo era praticamente l’esecutore delle sue direttive e delle sue intenzioni. Nei giornali non c’era lavoro d’équipe, accadeva spesso che, per certe scelte, il direttore consultasse più volentieri alcuni “notabili” del giornale che lo stesso redattore capo e i caposervizi. Soltanto il capocronista ed il responsabile dello sport godevano di una certa autonomia. Certo non va dimenticato che il ventennio fascista aveva lasciato delle tracce tra i giornalisti, non tanto per i residui politici in senso stretto, ma per una propensione all’ufficiosità, alla cautela, allo scetticismo ed alla furberia che finì con il condizionare anche molti giovani nuovi del mestiere. Anche nel settore della stampa di partito e di quella cattolica, dopo le fiammate del primo dopoguerra, le somme dei primi tre lustri di libertà dettero risultati modesti. Le formule di questi giornali erano ricalcate su quelle dei fogli d’informazione. I tentativi dei partiti o dei gruppi politici di realizzare fogli di opinione erano tutti falliti. “L’Unità” fece un tentativo, a volte riuscito a volte meno, di avvicinarsi a l’esito che appariva praticamente impossibile, e cioè quello di accoppiare alle funzioni dell’organo di partito quelle informative. In quanto alle agenzie, questi indispensabili mezzi la cui importanza era destinata a crescere, si era ormai delineata una situazione del tutto particolare. Da un lato vi erano le maggiori, l’“Ansa”, alla quale erano collegati tutti i quotidiani e l’“Agenzia Italia”, in via di espansione. La prima aveva una caratterizzazione di ufficiosità, anche per l’ipoteca dei finanziamenti che riceveva annualmente dal Governo, e anche di parzialità se non altro per la diversa attenzione riservata alla maggioranza e all’opposizione; la seconda era controllata dalla DC. Dall’altro lato vi era un pullulare di piccole agenzie distributrici di pareri e di “veline” che servivano, in modi talvolta al limite del lecito, al gioco politico. Tra le agenzie di stampa straniere le più importanti erano la “France Presse”, la “Reuters” (inglese), la “TASS” (sovietica) e le americane “United Press” e “Associated Press”, che tra l’altro erano le più diffuse. Per i servizi dall’estero l’“Ansa” si serviva della “U.P.”, della “F.P.”, della “Reuters” e dell’“A.P.”, queste avevano delle telescriventi in Italia e fornivano notiziari, servizi, telefoto e radiofoto in lingua italiana. L’ultima agenzia ad abbandonare la copertura diretta del mercato italiano fu proprio l’“Associated Press” nel 1977. Per quanto riguarda il giornalismo italiano alla fine degli anni cinquanta emergono, in conclusione, tre caratteristiche. La prima è la marcata subordinazione dei quotidiani di informazione e delle agenzie di notizie ad interessi politiche ed economici extra-editoriali e, poiché, tali interessi si riconoscevano nel potere democristiano, i giornali ne seguivano, con il loro conformismo, le esigenze più elementari e ne assecondavano le spinte conservatrici. Insieme con il monopolio radiotelevisivo, i giornali costituirono i muri maestri di un sistema rigido e chiuso. La seconda caratteristica è quella della scarsa diffusione dei quotidiani, il cui consumo restava prevalentemente circoscritto ai ceti borghesi. La terza caratteristica era rappresentata dalla condizione arcaica delle imprese editoriali, che contrastava, soprattutto a partire dalla metà degli anni cinquanta, con le trasformazioni e il dinamismo di tanti altri settori imprenditoriali.
Questa ricerca non vuole essere un approfondimento delle vicende della rivoluzione cubana ed un’analisi delle cause che permisero a Fidel Castro di sconfiggere Batista e consolidare il suo regime. Vuole essere, invece, una finestra dalla quale ci si possa affacciare, immaginando di essere dei cittadini dell’Italia della fine degli anni cinquanta, per vedere cosa stesse accadendo in quella piccola isola dall’altra parte del mondo che, in quegl’anni, diventò un simbolo per molti Paesi sottosviluppati, che videro nel castrismo un modo di intendere lo sviluppo dei popoli che avevano subito le colonizzazioni, e per molti Paesi del mondo industrializzato che considerarono Cuba come l’ago della bilancia dell’equilibrio internazionale tra Est ed Ovest. Vuole essere, inoltre, il racconto di tutte le verità, le sciocchezze, le curiosità, le interpretazioni, autorevoli o meno, le prese di posizione a favore o contro, fatte attraverso le osservazioni dei contemporanei della stessa rivoluzione cubana, che potrebbero rendere più comprensibili certe analisi puramente storiche dei manuali pubblicati sull’argomento.
LA CAPITALE CUBANA DELLA CULTURA

Negli ultimi anni Las Tunas ha cambiato faccia.
Gli edifici del centro,in particolare quelli del parque,sono stati ristrutturati,e pitturati a nuovo.
E' stato creato il boulevard,caratteristica questa di molte citta' cubane,una via con molti negozi,chiusa al traffico,con una pavimentazione che ricorda quella dei sanpietrini situata esattamente nel centro della citta'.
Da sempre poi Tunas e' la capitale cubana della cultura,il suo teatro e' sempre ricco di iniziative e spettacoli e anche quello e' stato rimesso a nuovo.
A nuova e' stata rimessa la casa della cultura dove oltre che iniziative culturali viene promossa anche la musica che piace ai piu' giovani e in particolare ai rockeri.
Visto che la struttura e' praticamente di fronte al parque spesso escono dal cortile al fondo del quale si trova il palco dei rumori che dovrebbero essere suoni e canzoni di rockettari locali ma che spesso si riducono a chitarre distorte e nulla piu'.
Il rodeo alla feria e' il piu' importante del paese e accorrono vaqueros da tutta la isla coi loro cappelli e le loro camicie in tutto e per tutto uguali a quelli dei loro colleghi nordamericani.
Fra l'altro le serate al rodeo quasi sempre godono del tutto esaurito esattamente come le partite della non trascendentale equipe di pelota cittadina.
Il cabaret cittadino,il Taino,e' in fase di ristrutturazione....da 2 anni....e all'orizzonte ancora non si sa' quando potra' riaprire tanto che cio' che resta del corpo di ballo si esibisce con poca gloria il sabato sera alla discoteca cittadina.
La discoteca appunto e' stata riportata all'antica capienza eliminando l'inutile pista da bowling e ha ripreso il nome di prima, Luanda.
Fra l'altro i cessi sono stati rifatti e dai lavandini incredibilmente esce pure del'acqua.
Nel parque poi c'e' sempre qualche iniziativa,ad esempio il sabato mattina spesso ci sono quei gruppi simil messicani che cantano le loro improvvisazioni a cappella.....sempre un po' inquietanti....
Poi i saggi di danza e sopratutto i concerti che di solito si svolgono dalla parte opposta del parque nello spiazzo davanti alla Bodeguita.
Senza contare le innumerevoli iniziative culturali che si svolgono in citta' e che ....quasi sempre sono impossibilitato a presenziare.....
La cultura non e' la ragione che mi porta a Tunas ma fa piacere che questa citta' abbia anche una caratteristica cosi' importante.
LA QUIROT E IL TORINESE

Si chiama Carla Ana Fidelia de la Caridad Rolle Quirot, per pronunciare il suo nome ci vuole quasi il tempo che sua mamma impiegava per trionfare sugli 800 metri ai Mondiali. Ha 4 mesi, è lunga quasi 60 centimetri, pesa poco meno di 5 chili ed è la più bella medaglia conquistata da Ana Fidelia Quirot. Nell' appartamento del Vedado la scena è meravigliosa. Il papà, Riccardo Rolle, un imprenditore torinese, tiene in braccio Carla e la chiama «Nena», amore, lei guarda entrambi con tenerezza. La maternità, per una donna di 36 anni, non è fuori del comune, ma per Ana Fidelia ha un significato diverso. Come dimenticare quel 22 gennaio 1993? Nel pieno dei problemi del Periodo Especial, lei alle 5 della sera cominciava a preparare la cena e aggiungendo alcol al fornello, che credeva spento, si trovò all' improvviso abbracciata dall' inferno: il 38 per cento del corpo coperto da ustioni di terzo grado, 28 operazioni chirurgiche di cui 8 per cercare di coprire i segni del fuoco, ma soprattutto la perdita della bimba che da 7 mesi portava in grembo. Sopravvisse una decina di giorni. «Non avevo neppure avuto modo di tenerla in braccio, di allattarla» racconterà tristemente anni dopo. Ed oggi eccola qui, con la sua Carla, come la madre del marito, Ana Fidelia, come lei, Caridad, come la Madonna patrona di Cuba di cui tutto il popolo celebra la festa religiosa proprio l' 8 settembre, quando Carla è nata. Il 37enne Riccardo sorride e racconta come ha conosciuto Ana Fidelia. «Io la veneravo come atleta. In Italia leggevo tutto su di lei, della sua vita sportiva e anche dell' incidente tremendo. Ammiravo la sua forza di volontà che l' aveva riportata in pista vincente. Ero venuto a Cuba nel 1994 in vacanza, poi avevo lavorato due anni qui, ma non l' avevo mai incontrata. Nel 1998 ero fra gli espositori alla Fiera Commerciale di L' Avana, un giorno vedo passare Ana Fidelia con un' amica. La fermo invitandola a visitare il mio stand di idraulica. Lei mi risponde: "Domani". Io sono scettico: penso che un personaggio famoso come lei è difficile che si ricordi. Così la cerco per ricordarle la promessa. Lei il giorno dopo è venuta allo stand. Così è cominciata la nostra storia». Per Riccardo girare per Cuba non è facile. Se c' è Ana Fidelia molti li fermano per chiederle un autografo o avere notizie sulla bambina o felicitarsi. «Un giorno sono uscito con la sua macchina. Parcheggio, un bambino si avvicina sospettoso e mi dice: "Ehi tu, cosa ci fai con l' auto della Quirot?"». Lei ride, è abituata, sa che è la sportiva più amata dai cubani e non può sfuggire all' attenzione affettuosa della sua gente. Carla è tranquilla, dorme tutta la notte. «Ma sono io che non dormo più - dice Ana Fidelia -, sono spesso sveglia a controllare il suo sonno. Però questo cambierà da domani, quando comincerò l' allenamento vero. Finora sono andata semplicemente a correre sul Malecon per dimagrire. Ma ora si fa sul serio, allo stadio Panamericano. Leandro Civil mi ha preparato un allenamento severo su velocità, forza, resistenza. Peso 68 chili, 8 più del mio solito peso invernale, 11 più del peso forma». «Ana ha una volontà tale - interviene il marito - che può superare tutte le prove della vita. Noi siamo una bella famiglia. Io per ora devo dividermi fra l' Italia e qui. Vengo a Cuba almeno 5 o 6 volte all' anno. Qui lavora mio zio, Toni Cappellini, che è come se fosse un padre per loro due. Mia madre è felice, quando è nata Carla è stata accanto ad Ana 35 giorni. Voglio che cresca bene qui a L' Avana, deve essere cubana tanto quanto lo è sua mamma. Lei è dolce, naturale, semplice, la sua umanità ha conquistato anche la mia famiglia». Lei, lusingata, lo interrompe per dire: «Riccardo è una persona alla mano, spesso fa cose che mi arrivano dirette al cuore». Nell' agosto del 1998 tornò delusa dai Giochi Centroamericani in Venezuela. Lei, campionessa del mondo, era strafavorita: non raggiunse neppure il podio. Uscì dallo stadio di Maracaibo con un sorriso triste e tirato: «Sono le cose della vita» ci disse allargando le braccia. Non era il modo che aveva sognato di chiudere la carriera. Ora sembra illuminata da una nuova luce. «Il fattore psicologico è importante. In gara l' ho visto tante volte: ti dà una specie di potenza extra che ti permette di fare una gran prova. Non inseguo risultati particolari e neppure voglio scegliere fra 800 e 1500. Sydney? Farò tutti i test e le gare possibili, poi deciderò con il mio tecnico. Non ho obiettivi, voglio solo prepararmi con impegno profondo, ma senza pressione. Sarò in pista come ho sempre fatto, ma stavolta sentirò l' alito di mia figlia dietro le spalle». Marcia Matos Tra Mondiali e Giochi cinque volte sul podio Ana Fidelia Quirot è nata a Palma Soriano (Santiago) il 23 marzo ' 63. Vanta un diploma in educazione fisica conseguito a L' Avana. Già buona giocatrice di basket, apparve sulla scena internazionale nell' 83, quando si aggiudicò i 400 dei Giochi Centroamericani. Il suo palmarès è ricchissimo. Gli allori più significativi, conseguiti negli 800, sua vera specialità, sono il bronzo ai Giochi di Barcellona ' 92 e l' argento a quelli di Atlanta ' 96; l' argento ai Mondiali di Tokyo ' 91 e il doppio oro a quelli di Göteborg ' 95 e Atene ' 97. Tra i successi, quattro ai Panamericani, due alle Universiadi, tre in coppa del Mondo e otto ai Centroamericani. Nel gennaio ' 93, incinta, fu vittima di un gravissimo incidente domestico per il quale soffrì di pesantissime ustioni su tutto il corpo: Javiana, la sua bimba, fu fatta nascere prematuramente, ma non sopravvisse. Con grande coraggio tornò a fine ' 93 per vincere il Mondiale meno di due anni più tardi. Tra l' 87 e il ' 90 vinse 39 ottocento consecutivi. L' ex marito, Raul Cascaret, iridato di lotta (cat. 74 kg) nell' 85-86, dal quale divorziò nel ' 91, ma che l' aiutò a recuperare dopo l' incidente del ' 93, è morto nel ' 95. Ana Fidelia, con 1' 54"44 (Barcellona ' 89) vanta a oggi la 3ª prestazione mondiale all time degli 800.
domenica 1 marzo 2009
ANZIANI A CUBA

Una delle cose che continua a sorprendermi a Cuba e' il rispetto di cui godono gli anziani da parte del resto della popolazione.
Si ha come l'impressione che gli anziani a Cuba siano la memoria storica del paese,il legame col passato,con la selva,con i combattimenti,i sogni spesso infranti e in generale tutto cio' che doveva essere e che,purtroppo non e' stato.
Mentre da noi gli anziani sono un peso,prima si tolgono dai maroni e meglio e',relegati a cambiare il pannolino ai nipotini o in tristi bocciofile a Cuba sono ancora inseriti nel contesto della vita reale e non relegati ai margini come,appunto,da noi.
Quante volte ho assistito a scene del tipo che la vecchina cerca di attraversare la strada e il piu' vicino a lei la prende sotto braccio e l'aiuta.
Quante volte mentre ero in macchina con gli amici cubani,persi nell'ultimo campo dell'ultimo monte,ci siamo rivolti per informazioni a qualche anziano che camminava e l'appellativo con cui i miei amici apostrofavano l'anziano era "maestro".
Questo anche se era l'ultimo contadino dell'ultima piantagione di canna da zucchero.
Quando qua' parla un vecchio nessuno se lo caga quando parla un anziano a Cuba la gente si ferma ad ascoltare.
Qua' i ragazzini sgozzano i vecchietti laggiu' ho visto i peggio bandoleros rivolgersi a loro con la massima cortesia ed ascoltare cio' che avevano da dire.
Certo ci sono le difficolta' economiche,e le persone avanti di eta' sono quelle che ne soffrono di piu' in quanto non hanno possibilita' reali di "arrotondare" ma c'e' sempre qualcuno che aiuta e da' una mano.
Qua' i vecchi sono soli come cani e senza aiuto alcuno da parte di nessuno la'c'e' sempre chi nel barrio si occupa di dar loro una mano,ed e' una delle cose che resta della solidarieta' cubana che il denaro e un minimo di benessere hanno in parte attenuato.
Senza contare poi che laggiu' grazie a una...certa predisposizione naturale e con l'aiuto del viagra,degli ostiones e del guarapo i vecchiarilli trombano ancora come facoceri,ricordo l'intervista in cui un quasi novantenne Compay Segundo dichiarava con orgoglio di avere 2 donne che lo aspettavano all'Avana.
E non erano,come nel caso dei nostri vecchi...le badanti.
TOEFILO STEVENSON
Nonostante le molteplici ed allettanti offerte ricevute, non passò mai alla carriera professionistica sia perché la legge cubana non prevede lo sport professionistico, che per scelta personale. È considerato, assieme a László Papp, uno dei più grandi pugili olimpici della storia.
Stevenson rappresentò la sua nazione ai Giochi Olimpici di Monaco del 1972. In quell'occasione vinse la medaglia d'oro, e nei successivi Giochi del 1976, svoltisi a Montreal, ripeté l'impresa. In questa seconda occasione era già divenuto un eroe nazionale a Cuba, e fu anche il momento in cui andò più vicino a firmare un contratto da professionista. I promoter statunitensi gli offrirono la somma di cinque milioni di dollari per sfidare il campione mondiale dei pesi massimi Muhammad Ali nella sua prima esibizione da professionista, il che lo avrebbe reso il secondo pugile a passare direttamente dalle olimpiadi al debutto da professionista con in palio la corona mondiale dei pesi massimi dopo Pete Rademacher. Ma Stevenson si rifiutò, chiedendo: Cosa valgono cinque milioni di dollari, quando ho l'amore di cinque milioni di cubani?.
Partecipò anche alle Olimpiadi di Mosca nel 1980, e divenne il secondo pugile - dopo Papp - a vincere tre titoli olimpici nel pugilato. Alle Olimpiadi di Sydney 2000, Félix Savón, anch'egli cubano, divenne il terzo pugile a riuscire nell'impresa.
Stevenson avrebbe potuto vincere una quarta medaglia alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, ma l'Unione Sovietica boicottò quell'edizione per rappresaglia contro il boicottaggio statunitense del 1980. Cuba si accodò alla decisione sovietica e lui venne privato della possibilità di guadagnarsi il quarto oro. Si ritirò dal pugilato poco dopo.
Nominato allenatore del programma cubano di pugliato dilettantistico, nel 1999 si cacciò nei guai all'Aeroporto Internazionale di Miami quando, prima di imbarcarsi su un volo charter della United Airlines, che doveva riportare a casa la squadra nazionale cubana di pugliato, a quanto si dice, malmenò un impiegato 41enne della compagnia, rompendogli i denti. Venne arrestato, ma poco dopo fu rilasciato e rispedito a casa.
Quando si rifiutò di diventare professionista e combattere contro Alì, la scena dei pesi massimi era vivace, con atleti del calibro di Ken Norton, Larry Holmes, George Foreman e Joe Frazier. Stevenson avrebbe certamente portato scompiglio nel mondo della boxe professionistica, e gli appassionati continuano a discutere sui possibili risultati di una sua ipotetica presenza in quell'epoca d'oro dei pesi massimi.
sabato 28 febbraio 2009
VERSO UN ISOLA NEL SOLE

La preparazione di una vacanza puo' essere una cosa semplice ma anche terribilmente complicata.
Dipende dalla vita che si fa e dal quanto tempo si ha per organizzarsi bene.
L'ottimale sarebbe avere almeno un paio i giorni di stacco fra la fine del lavoro e l'inizio della vacanza per potersi organizzare al meglio e per poter fare con calma i preparativi per la nostra vacanza.
La realta' spesso e' diversa,di solito si lavora fino al giorno prima oppure come capita a me che per il prossimo viaggio partiro' alla una del pomeriggio di domenica e terminero' di lavorare al locale alle 4 di mattino della domenica stessa.
Gli ultimi giorni lavorativi prima della partenza pero' gia' subiscono l'influsso dell'incombente viaggio,siamo piu' allegri,piu' tolleranti,ci incazziamo di meno e nei confronti dell'universo criato nella sua intierezza abbiamo un atteggiamento largamente conciliante.
E' il profumo della gnocca che sta' arrivando....
La gnocca mette allegria,attenua le rughe,da sollievo al fegato e salva le olive dall'annegamento e non e' roba da poco.
Man mano che la data di partenza si avvicina si inizia a pensare alla propria casa de renta,alla prima notte,alla gnocca che sara' con noi,a come vivere il primo giorno di vacanza mentre le tribolazioni del quotidiano italiano si attenuano come d'incanto.
Si fanno gli ultimi acquisti,chi ha uno straccio di novia pensa ai regalini da portare giu',ci si organizza le proprie cose in modo che il cielo non ci cada sulla testa durante la nostra assenza (che cada e' sicuro ma non si sa quando....).
L'ultimo giorno lo si passa a fare la valigia,a combattere col peso,quei maledetti 20 kg, e con la cerniera che non si chiude.
Si pensa a cosa sicuramente dimenticheremo,si passa in banca a prelevare del grano che si trasformera' pochi giorni dopo come d'incanto in leche,si fa una ricarica al cellulare......
L'ultima notte in Italia si dorme poco e male un po' per la voglia di partire e molto per la paura di non sentire la sveglia....e non sia mai....
Al final arriva il gran giorno.
Cuba.
venerdì 27 febbraio 2009
NON SI FANNO PRIGIONIERI....QUASI MAI

Spesso mi sono chiesto dove sta' il limite in fatto di donne e amici,o di donne e conoscenti.
Da ragazzo,intorno ai 22/23 anni la ragazza di un caro amico mi fece capire che si poteva fare qualcosa.....
Era davvero un caro amico e glielo dissi...
Be' persi l'amico e la ragazza non me la fece vedere nemmeno col binocolo.
Da allora ho imparato la lezione e anche se poi un paio di volte la cosa si e' ripetuta ho continuato a tirarmi indietro ma non ho piu' detto nulla all'amico di turno.
Coglione una volta non due.
Tolto il ristrettissimo giro di amici veri tutto il resto e' savana.
Nella savana chi arriva prima mangia,chi e' piu' forte mangia,chi e' piu' figlio di puttana si riempie la pancia,gli altri muoiono di fame.
A Cuba non c'e' pericolo di morire di fame ma anche laggiu' per quello che mi riguarda non si guarda in faccia nessuno o quasi.
Ho qualche amico,cubano e molti conoscenti italiani e non,ai primi....se non sono d'accordo non mi permetterei mai di togliere la polpetta dal piatto...agli altri invece si...ed e' successo spesso.
Sopratutto nelle vacanza di un mese mi e' capitato spesso di vedere fanciulle che meritavano insieme a connazionali o a yuma di diversi paesi....in quei casi basta aspettare che si tolgano dai maroni per poi piombare come auras.
In altre occasioni non c'e' neanche da aspettare la loro partenza basta magari 2 parole fuori dal cesso della disco o un emissario che porta missive e il gioco e' fatto.
Qualche scrupolo me lo sono fatto di fronte a persone che vedevo che ci tenevano davvero tanto,c'e' gente a cui preferisco non fare danni ma ce ne sono molti sopratutto gli sboroni a cui un paio di corna ramificate stanno proprio bene.
Ovviamente puo' essere successo.....che la cosa sia capitata a me...non ho notizie in merito ma non lo escluderei e...ci puo' stare.
Vero' e' che e' talmente vasto il panorama femminile cubano che sembra un controsenso rompere i coglioni alle donne degli altri ma in guerra e con le donne non si fanno prigionieri.
Mai....o quasi.
giovedì 26 febbraio 2009
IN AEROPORTO

Il viaggio per me inizia appena metto piede in aeroporto a Malpensa.
Adoro gli aeroporti,mi sono sempre sentito a casa.
Sara' per l'indole vagabonda che mi porta a stare bene dove c'e' gente di razze e colori diversi,anche e sopratutto perche' a differenza di molti il diverso non mi spaventa.
Appena il pulmino mi scarica di fronte al terminal 1 (mannaggia...era cosi' carino e tranquillo il terminal 2.......sta' cazzo di Alitalia....) ed entro sento i rumori e gli odori che amo...
Intanto la gente che mi avvolge la valigia nel cellophane colorato,lo faccio sempre e sara' un caso ma da quando la impacchetto a Holguin non mi hanno piu' rotto le palle......
Poi c'e' da ritirare il biglietto, e li' se c'e' da aspettare non mi metto certo in coda,mi siedo da qualche parte,l'i pod regolarmente in funzione e me ne fotto di tutto e tutti.
Ascolto musica,guardo la gente e penso a tutto il bello che mi attende.
Anche il check lo faccio quasi sempre per ultimo,non partisco l'aereo,non ho pretese particolari per i posti,al limite meglio corridoio almeno se devo pisciare non mi tocca scavalcare una monumentale mami roncante.
Poi una buona colazione al bar e' un rito irrinunciabile,qualche giornale e soppratutto qualche libro per accompagnarmi in vacanza.
Mi rompo un po' le palle al metal detector,perche' c'e' sempre qualcosa che suona e tocca fare lo spogliarello ma nulla di grave.
Poi il duty con gli ultimi acquisti,qualche regalino,qualcosa che manca ecc....
Il controllo passaporti e' solo una formalita'.
L'attesa al gate l'affronto esattamente come le altre attese,musica all'orecchio e massima tranquillita',quando sto' partendo non mi smuove neanche un obice,vedo gente nervosissima,gente che si incazza in coda per l'imbarco,mariti e mogli che litigano in quanto non piu' abituati a frequentarsi per ore e ore,piccoli cagoni che scorrazzano.
Me ne fotto di tutto
Sto' bene,sono in forma e sto' partendo.
Una mulatta mi sta' aspettando.
A Cuba.....
mercoledì 25 febbraio 2009
I porci nella baia

L’amministrazione Eisenhower aveva lasciato in eredità al giovane Presidente parecchi temi spinosi in materia di politica estera: primo fra tutti Cuba.
Fra i numerosi progetti escogitati dalla CIA per far cadere il regime comunista di Fidel Castro, c’era quello di far sbarcare circa 1500 esuli cubani nella località Playa Giròn, conosciuta dagli occidentali come Baia dei Porci, mentre aerei in partenza dal Nicaragua avrebbero neutralizzato l’aviazione cubana.
Kennedy venne a conoscenza di tale progetto verso Novembre del 1960, prima del suo insediamento ufficiale alla Casa Bianca.
La CIA, per convincere un diffidente Kennedy, presentò un quadro fin troppo ottimistico: parlò di ottimo addestramento degli esuli ed era sicurissima di poter contare sull’appoggio della popolazione cubana.
Lo staff di Kennedy si spaccò in due sull’autorizzazione allo sbarco: Schlesinger si disse contrario all’operazione, mentre McNamara favorevole. John non condivideva l’idea dello sbarco, ma avrebbe preferito un’”infiltrazione” silenziosa.
Il dibattito continuò per giorni, fino a quando l’8 Aprile 1961 Kennedy prese la decisione: l’invasione, così come concepita dall’intelligence americana, avrebbe avuto luogo.
Il 10 Aprile i cubani furono trasferiti, per l’imbarco, dalla base in Guatemala a Puerto Cabezas, in Nicaragua.
La strategia, sulla carta, sembrava infallibile: otto aerei B26 avrebbero attaccato tre aeroporti dell’isola prima dello sbarco degli esuli cubani. Secondo gli esperti della CIA sarebbe stato un gioco da ragazzi annientare l’aviazione castrista composta da quindici B-26. Gli stessi esperti, però, non avevano considerato la presenza di ulteriori quattro aviogetti T-33. Un errore ancora più grossolano fu quello di dare per scontato la presenza in zona di guerriglieri pronti a dar manforte agli esuli.
La brigata degli esuli cubani sbarcò il 17 Aprile 1961 e coraggiosamente tenne testa alle forze castriste, infliggendo loro pesanti perdite.
Fidel Castro, dalla stazione radio dell'Avana, diede il seguente annuncio:
"Reparti di truppa, sbarcati per via mare e per via aerea, si accingono ad attaccare diversi punti del territorio nazionale nella parte meridionale della provincia di Las Villas, appoggiati da aerei e da navi da guerra.
I gloriosi soldati dell'esercito rivoluzionario e della polizia nazionale combattono contro il nemico in tutti i punti dove questo è sbarcato, per difendere la patria sacra e la rivoluzione contro un attacco di mercenari, organizzati dal governo imperialista degli Stati Uniti"
Nonostante la tenacia degli esuli, ben presto l’esercito di Castro ebbe il sopravvento.
La CIA e i capi di stato maggiore esortarono Kennedy a far entrare in azione i mezzi aerei e navali, contravvenendo all’impegno preso pubblicamente. Il Presidente, però, non volle cedere.
A Cuba, intanto, si verificò l’opposto di quanto previsto dai Servizi Segreti: la popolazione non insorse a favore degli Stati Uniti, ma sostenne, con manifestazioni e cortei, il regime Castrista.
L’unica lamentela di Kennedy, in quelle ore, fu nei confronti di Dulles, il direttore della CIA e si pentì apertamente di non averne affidato l’incarico al fratello Robert:
“Il posto di Bobby è alla CIA. E’ uno schifoso sistema per fare esperienza, ma in tutta questa storia una cosa l’ho imparata, che dovremmo occuparci della CIA: finora nessuno l’ha fatto”
Il compito più gravoso per il neo-Presidente, a quel punto, era chiedere pubblicamente scusa alla comunità cubana negli Stati Uniti per l’esito disastroso della missione.
Accettò di incontrare alla Casa Bianca una delegazione di esuli, capitanata dal Comandante Tazewell Shepard.
In quell’occasione Kennedy si disse profondamente amareggiato per il completo insuccesso dell’operazione militare e tentò, in parte, di giustificare l’operato del suo Governo.
John era sinceramente rattristato per la tragedia alla Baia dei Porci, ma gli esuli lasciarono la Casa Bianca con l’assoluta certezza di essere stati abbandonati dagli Stati Uniti.
JFK diede incarico al suo staff di creare una commissione per comprendere le ragioni del fallimento dello sbarco a Cuba: occorrevano drastici cambiamenti.
Quando il lavoro chiama....

Questa mattina,finalmente con un anticipo decente ho approfittato fra una visita al mio avvocato e un salto in banca per passare dal mio amico temba maratoneta a prendere un po' di mercanzia....per risolvere il problema almeno della prima settimana nella casa de renta....lui e' il mio ricettatore...
Devo andarci di mattino,quando la moglie lavora,tiene il tutto in una valigia in un antro nascosto del garage.....
Per la signora lui e' via per 3 settimane per "improcastinabili impegni di lavoro all'estero"
La signora,secondo me,finge di crederci...
Ma non e' il solo che ha "impegni di lavoro" nella terra del barba che lo costringono a frequenti e ....noiosissimi viaggi....rubando tempo prezioso alla amata famiglia.
Un altro mio caro amico tempo fa' raccontava regolarmente alla fidanzata che si recava a Cuba in quanto consulente esterno del governo cubano,o qualcosa di simile.....
Quando la fanciulla scopri' sul telefonino dell'amato un video con una negra nuda che ballava il reggaeton allora la cosa fini' a schifio....
Ne ho conosciuti tanti che raccontano di viaggi di lavoro verso terre esotiche.....
Quasi nessuno parla di Cuba in quanto anche i sassi sanno che non e' semplicissimo lavorare da quelle parti,di solito le meta preferite per le palle da raccontare sono il Brasile,il Venezuela,l'Argentina ecc....
E' gente che si muove gattoni gattoni in quanto non puo' lasciare tracce,non affitta macchine perche' se succede qualcosa e' un casino,non si fa ne' accompagnare ne' venire a prendere dalla consorte in quanto verrebbe in questo modo acchiappato col sorcio in bocca e in generale tende a mimetizzarsi nella boscaglia.
Spesso al ritorno deve portare a casa i soldi duramente guadagnati e darli alla moglie vedendo in questo modo salire in modo esorbitante il costo della vacanza.....
Di solito si tradiscono con i telefonini,come il mio amico, perche' la tentazione di fare vedere a qualche compare il frutto proibito del viaggio e' troppo grande per resistervi.
Cosa non si fa per Cuba.....
martedì 24 febbraio 2009
POCHI CAMBIANO...

Spesso leggo discorsi sul come si comportano i cubani in Italia che francamente comprendo poco,ma forse sara' un mio limite.
Ma piu' che i discorsi in se per se mi stupiscono le aspettative che molti hanno sui cubani e le cubane che arrivano nel nostro paese.
Personalmente ne ho frequentati sempre pochi,prima di lavorare al locale latino le poche volte che ho avuto a che fare con loro e' stato per la frequentazione con qualche amico sposato o novio di cubanita oppure qualche rara e sporadica cena al Ganas de Mar oppure al parco della Pellerina durante l'estate quando c'e la manifestazione con gli stand latini.
Ho visto in queste poche occasioni molte scene che potevo vedere in qualunque discotea o locale Avanero,chulitos,mignotte,il solito giro di scrocconi e arraffoni,gente che non ha voglia di fare un cazzo tutto il giorno e le solite fanciulle che una volta varcato l'oceano hanno ripreso a fare l'antica professione soltanto a tariffe...italiane....
Tolto chi ci capita casulamente col marito o col novio il resto della gente cubana che frequenta questi locali lo fa con uno scopo ben preciso che e' lo stesso di sempre e non importa se sia a Cuba o in Italia.
Trovare qualcuno che paghi i conti.
Perche' chi e' cresciuto con certe idee in testa non le ha certo modificate soltanto perche' uno yuma bobo ha fatto loro conoscere il benessere,chi nasce tondo non muore quadrato.
Certo ci sono anche storie differenti,storie che parlano di jine che una volta trovato chi le regala un passaporto cambiano il loro modo di comportarsi per diventare madri e moglie perfette.....ma percentualmente quante sono?
Quanti cubani apprendono la cultura del lavoro,il fatto che per vivere arriva un bel momento in cui le maniche te le devi tirare su e ti devi fare il culo?
Perche' oltre un tot di ballerini cubani questo paese non puo' andare...gli altri dovranno trovarsi un lavoro,magari umile,che consenta loro di vivere con dignita' nel nostro stivale.
Ma quanti lo fanno?
Quanti preferiscono vivere di espedienti trovando chi risolve loro i problemi mentre rimpiangono e sognano ad occhi aperti la loro Cuba lontana?
Dicendo cio' non posso pero' non ricordarmi che sono cresciuti in un paese in cui bene o male poco o tanto c'e' chi si e' occupato di loro,Cuba resta il solo paese al mondo in cui puoi campare comunque senza fare nulla......
Questa abitudine ad essere assistiti diventa un limite enorme nel momento in cui vai in un paese dove devi TU pensare a te stesso e a come mettere insieme il pranzo con la cena.
Al locale siamo stati fortunati,su 4 cubani che ci hanno lavorato,una era Yane, 3 sono andati benissimo,ma era gente che gia' a Cuba lavorava con e per un pubblico straniero e in Italia hanno continuato a farlo con l'impegno e la disciplina che hanno appreso a Cuba,il solo che ha fallito era il solo che alle spalle non aveva nulla,lo avevamo improvvisato ballerino e ha fallito nei modi e negli atteggiamenti comportandosi come la stragrande maggioranza dei cubani giocandosi male una chance di lavoro che molti suoi connazionali sognerebbero ogni notte.
Al final tutti noi siamo quelli che siamo e se un cubano nasce e cresce in un determinato contesto e' difficile che si trasformi in qualcosa di diverso di cio' che gli hanno insegnato ad essere al suo paese.
OPERAZIONE PETER PAN (DA SIPORCUBA )

Sebbene sembri incredibile, è assolutamente certo: a Miami verrà dedicato il Giorno di Ringraziamento a festeggiare, cena e ballo compresi, l’Operazione Peter Pan iniziata all’Avana 47 anni fa.
Il grado di irrealtà e inganno in cui vivono non pochi dei cubani fuggiti agli Stati Uniti nei primi anni dopo il trionfo della Rivoluzione nel 1959, l’offre uno degli organizzatori della festa quando qualifica questa azione controrivoluzionaria come “sinonimo di libertà, sacrificio, perseveranza e amore”.
Per una caratterizzazione oggettiva dell’operazione Pedro Pan, per dirlo in spagnolo, basta esporre i fatti come sono successi.
Gli aggettivi giusti sgorgano a fiotti. Tra il 1960 e il 1962, 14mila bambini cubani sono stati consegnati dai loro genitori a organizzazioni “di carità” create all’effetto per venire portati negli Stati Uniti, dove sarebbero alloggiati per tempo indeterminato in case di sconosciuti e orfanotrofi.
Non è niente difficile immaginare il calvario di quei bambini, separati bruscamente dai loro genitori e altri parenti, portati in un paese sconosciuto in mani anche estranee e senza la minima idea di quando si sarebbero rincontrati con i loro genitori.
Molti di questi ragazzi hanno raccontato e riflesso in libri e film quegli amari ricordi, l’infinita angoscia e l’infinita solitudine che li ha invasi quando si sono scoperti nel centro di un episodio totalmente fuori dalla portata della loro comprensione.
Quel dramma, le cui conseguenze psicologiche non sono state mai superati da molti, ha fatto parte di una delle tante menzogne orchestrate contro la Rivoluzione cubana tramite l’azione centrata di criminali e ladri legati alla tirannia abbattuta, di elementi del clero cattolico, di sfruttatori creoli che avevano perso i suoi privilegi, tutti quanti patrocinati dall’Ambasciata americana all’Avana.
Il coordinatore dell’operazione è stato monsignore Bryan O. Walsh, sacerdote d’origine irlandese appartenente alla Diocesi di Miami, strettamente legato all’Agenzia Centrale dei Servizi Segreti, come è state comprovato fededegnamente.
Coloro che hanno concepito questo piano hanno avuto presente il logico clima d’incertezza esistente tra i borghesi e i piccoli borghesi, provocato dal processo di cambiamenti sociali ed economici iniziato all’Isola. A questo hanno aggiunto fuoco con la colossale campagna mediale organizzata dal Nord a scopo di creare le condizioni per rendere credibile qualsiasi falsità in questo segmento della popolazione.
La campagna di terrore è stata iniziata il 26 ottobre 1960 con le trasmissioni di Radio Swan nelle quali rendevano noti frammenti di una falsa e mai concepita Legge della Patria Potestà, in virtù della quale i bambini sarebbero stati separati dai loro genitori e inviati in Russia per lavare loro il cervello e convertirli al comunismo.
In quell’escalation sono arrivati al punto di stampare la legge e distribuirla tra coloro propensi a credere la più fantasiosa e colossale menzogna.
I primi cinque bambini sono arrivati a Miami il 26 dicembre 1960. Così è cominciato un penoso esodo infantile, aggravato in ottobre del 1962 quando il governo Usa ha eliminato unilateralmente i voli diretti da Cuba.
All’Isola sono rimasti migliaia di genitori ai quali erano stati promessi visti e che aspettavano ansiosi, ogni giorno, un pronto rincontro che in alcuni casi è ritardato vari anni.
Peter Pan merita di venire ricordato, ma come un atto di estrema crudeltà e un esempio della capacità, ancora vigente, di mentire, manipolare e sfruttare i sentimenti di amore dei simili per recuperare privilegi e meschini interessi.
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