martedì 30 agosto 2011

Ho capito che ci fregano

 Quando una proposta di legge contiene formule fumosamente astruse come questa: “nuove misure fiscali finalizzate a eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive” (sic) possiamo avere la certezza che non servirà a nulla, se non a nascondere le vere fregature che essa contiene. Infatti ascolto il ripugnante TG del Minzculpop alle ore 20 e tutto il servizio di questi trombettieri di governo è costruito come quella frase, per non fare capire nulla a nessuno. Se non sapessimo con quale banda di magliari abbiamo a che fare, la conclusione sarebbe che questi 45 miliardi verranno dal cielo e noi cittadini non costeranno un centesimo.

VITTORIO ZUCCONI

MONDIALI DI ATLETICA


Lázaro Borges
Lázaro Borges
Hace muy poco tiempo, Lázaro Borges era apenas un desconocido de apellido ilustre. Su garrocha no pretendía el cielo, y en su alma no parecía haber espacio para las ambiciones. Pero, insisto, eso fue hace poco tiempo.
En un abrir y cerrar de ojos, el muchacho se ha convertido en personaje. Es subcampeón del mundo, y logró su medalla a contrapelo de pronósticos y alcurnias, alcanzando una marca   de 5,90 metros que jamás soñó cubano alguno.
Si hay nervios en su anatomía, los aplaca muy bien. Allá en Daegu, ante los ojos de este planeta azul, estaba como en otra dimensión, concentrado con esa capacidad impropia en los atletas inexpertos. Y al vencer los listones no fue hombre de mucho aspaviento: simplemente, se limitó a dejarnos ver su orgullo.
Él sabía que no entraba en ningún vaticinio sensato. Los expertos lo daban por un simple negrito cubano que aspiraba a colarse en la fiesta de Europa, y apostaron sus duros a otra gente. Ahí pifiaron. Este Borges, el otro, no es el mismo de hace un tiempo.
¿Habrá entrado en escena la versión negra de Bubka?
EL OVNI CUBANO
Desde los tiempos del gran Luis Mariano Delís, ningún discóbolo cubano -me refiero a los del sexo varonil- había conseguido impresionarme. De entonces a la fecha, me dediqué a admirar a los especialistas foráneos, tipos de recia estirpe como Riedel o Alekna. Pero Jorge Fernández me ha llamado a contar.
Lo había visto en escasas competencias y nunca imaginé que, de golpe y porrazo, me fuera a encandilar. Mucho menos, que lo hiciera en el mismísimo proscenio mundialista. Nada, que de asombros están empedrados los caminos del deporte.
Solo un disparo hizo, y le bastó. Pareció que su disco era un platillo extraterrestre propulsado por los gritos frenéticos de este Caupolicán isleño. Lo echó a volar hasta muy cerca de 65 metros, suficientes para asistir a una final donde pudiera alzar la espada frente a tipos potentes como Harting, Gerd Kanter o el legendario Alekna.
Su tirazo lo ha colocado ya entre los escasos candidatos a subirse en el podio sudcoreano. En una jornada donde sufrí con la descalificación de Robles y los pobres registros de Collazo y Cisneros, Jorge Fernández hizo un dúo con Lázaro Borges para dejarme claro que hay relevo en el atletismo nacional.
Nota: Según reza en la Regla 163.2 de la IAAF, “cualquier atleta que empuje u obstruya a otro impidiéndole avanzar, se expone a ser descalificado de esa prueba. El Juez Árbitro tendrá poder para ordenar que la prueba se dispute de nuevo con la exclusión del atleta descalificado o, si se trata de una eliminatoria, podrá permitir a cualquier atleta o atletas seriamente afectado/s por un empujón o una obstrucción (con excepción del atleta o atletas descalificado/s) participar en una posterior ronda de la prueba. Normalmente el/los atleta/s afectado/s deberán haber acabado la prueba con auténtico esfuerzo. Sin tener en cuenta si hubo o no una descalificación, el Juez Árbitro, en circunstancias excepcionales, tendrá el poder de ordenar que una carrera sea disputada de nuevo si lo considera justo y razonable.
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lunedì 29 agosto 2011

Lettera di Marco Rizzo sulla crisi ai direttori dei giornali.

Lettera di Marco Rizzo sulla crisi.
Questo è il testo originale della lettera sulla crisi che Marco Rizzo, segretario nazionale di CSP, ha inviato ai direttori dei giornali italiani. Il Messaggero di sabato 13 agosto a pag. 2 ed Il Giornale di lunedi 15 agosto a pag. 7 ne hanno pubblicato alcuni stralci.
Gentile Direttore,
pur non avendo rappresentanza parlamentare, noi comunisti seguiamo con grande attenzione le vicende economiche del Paese e la stessa discussione che avviene nelle sedi istituzionali, anche se, per la qualità generale dei “nominati”, non ne sentiamo particolarmente la lontananza. Ci preoccupa l´ulteriore carico di sacrifici che saranno richiesti ai lavoratori italiani ed anche alle classi medie che stanno subendo un processo di neo-proletarizzazione. Ma ci preoccupa in particolar modo che la politica nel suo complesso non appaia assolutamente in grado di risolvere questa crisi.
Chi governa non ha alcun potere di risolvere la crisi e ogni suo tentativo si trasforma solo nel prolungare la crisi stessa. Crediamo che Berlusconi rappresenti un male per il Paese, ma non siamo tra quelli che ritengono che un semplice cambio di governo possa risolvere il problema. La soluzione non è certo un governo tecnico, un super primo ministro, od anche elezioni anticipate ed un cambio di maggioranza di governo.
Ma di certo  la soluzione non sono le misure “lacrime e sangue” richieste dall´Europa dei banchieri, effimero e lontano luogo della reale sovranità politico-economica del nostro Paese, commissariato oggi più di ieri. Anzi più prenderemo le distanze da questa Europa e dai suoi cantori nostrani e meglio sarà. Infatti l’Unione Europea è una delle cause dei nostri problemi. Siamo oggi l’unica forza di sinistra e comunista in Italia (ma in Grecia i comunisti del KKE lo dicono da tempo) che ha il coraggio di dire questa semplice cosa: uscire dall’Unione Europea e non sottostare più ai suoi ricatti non pagando più il cosiddetto debito pubblico è uno dei punti per la soluzione del problema.
Il trattato di Maastricht del 1992 è una delle nostre prigioni. Un accordo non votato da nessun popolo che è stato costruito solo sulla base del denaro, con le regole del “mercato” assurte a divinità infallibile. Quante volte ci siamo sentiti ripetere: “senza l’Euro, chissà a quale disastro saremmo andati incontro…” eppure proprio con l’arrivo della moneta unica le conseguenze sono parsi evidenti ai più: ogni genere di consumo giornaliero che costava mille lire raddoppiò ad un euro ed i portafogli, specie quelli delle classi meno abbienti, si ritrovarono dimezzati. Oggi, in base a questi assurdi accordi, la Banca Centrale Europea, (che è praticamente in mano agli stessi privati che siedono – o sono collegati a coloro che siedono – nei consigli di amministrazione delle banche centrali dei singoli stati – la Banca “d’Italia” è in mano per l’85% a banchieri privati), ci impone direttamente le misure di sacrifici che sono dovute all’aumento del debito “pubblico” che lei stessa innalza, in una “partita di giro”, con annesso conflitto d’interessi, tramite le agenzie di rating (gli stessi malandrini che hanno incentivato la crisi finanziaria classificando come titoli a tripla A i mutui subprime spazzatura perché pagati in veste di consulenti dalla stessa finanza che aveva inventato quelle obbligazioni). E’ forse a questa “banda” che vogliamo affidare il nostro Paese ? Non ci bastano le imposizioni su ogni aspetto della nostra vita quotidiana, per non parlare della guerra alla Libia, della Tav e delle “grandi Opere”? Eppure a sentire parlare la politica tutta, di destra e di sinistra (ancor più corrotta perché debole e ancor più debole perché corrotta), l’informazione ed –ahimè- la quasi totalità di una confusa opinione pubblica, non ci sono altre strade che accettare i dicktat europei. Piero Ichino, uno dei sacerdoti minori del culto europeo, ci spiega, ad esempio, che sia l’uscente presidente della BCE,  Trichet, sia l’entrante Draghi, indicano una ulteriore e profonda riforma del nostro diritto del lavoro come condizione necessaria per l’intervento della stessa BCE. Le nostre relazioni industriali passeranno così dalla precarietà del lavoro ormai per tutti, ad un inizio di vera e propria schiavitù!!
Insomma chi cerca soluzioni in seno all’Europa si illude, non fa altro che appigliarsi ad una cieca ricerca di stabilità, mentre questa crisi travolgerà tutto e ingrasserà, con cifre difficilmente immaginabili, solo i pochi gruppi dei grandi banchieri, che però rischiano di vedere saltare, forse prima che poi, il malefico giocattolo che hanno creato, in quanto i dati della crisi appaiono sempre più strutturali, una vera e propria crisi di sistema.
Se è giusto quindi attaccare senza esitazione l’Unione Europea come obbiettivo immediato in quanto corresponsabile della crisi , dobbiamo anche pensare a cosa proporre strategicamente.
Quando nel 2008 il fallimento della “Lehman Brothers” segnò lo scoppio della crisi, la maggior parte degli economisti, seguiti a ruota dai politici, parlarono di “crisi finanziaria”, come di qualcosa di distante dall´economia reale. La finanza era la responsabile, un corpo malato in un corpo sano che rischiava di trascinare con sé tutta l´economia. Dire che la colpa è della finanza non spiega perché lo sviluppo della finanza sia giunto ad un livello tanto imponente rispetto alla cosiddetta “economia reale”. Andando ad analizzare il processo che determina questo risultato si scoprirebbe che è proprio nell´economia reale, e più precisamente alle fondamenta stesse di questo sistema che si annida il problema.
L´origine di questa crisi sta nella distanza sempre maggiore tra la ricerca del profitto ed il soddisfacimento dei bisogni dell´uomo. In questo sistema si produce ciò che conviene produrre per trarre maggior profitto, non ciò di cui ci sarebbe bisogno. A conferma della veridicità di questo processo sta l´espansione senza limiti del sistema pubblicitario – ossia del meccanismo di induzione del bisogno – avvenuto negli ultimi cinquant´anni. Alla lunga questo fenomeno genera un forte divario, che porta a quella che erroneamente è definita solo come “sovrapproduzione”. Erroneamente perché non si produce più di quanto sarebbe necessario – come i fautori della cosiddetta decrescita sostengono – ma in modo diverso rispetto al necessario. La necessità di superare questa empasse spinge alla ricerca di luoghi alternativi per conseguire profitto e spiega l´esplosione della finanza. Ma come si può agilmente comprendere allora, la finanza non è che un elemento derivato, che trae la sua origine proprio dal centro del problema. Fino a quando non si rimetterà in discussione l´idea del profitto come obiettivo ultimo non si farà altro che intervenire su elementi secondari e derivati. Ogni politica destinata a mettere un freno alla crisi si risolverà in un nulla e nella necessità di ulteriori misure, sempre più aspre, ma sempre più inutili.
È’ necessario riportare al centro della discussione una riflessione sul “cosa produrre” e sul “come produrre” nonché sulla necessità di una eguale distribuzione a livello globale delle risorse, tenendo conto che le risorse ambientali del pianeta sono definite. Proprio questo è il tema che manca nella discussione in questo momento. L´attualità e la necessità di questa riflessione sono sotto gli occhi di tutti. Mentre il calo delle borse spinge gli investimenti verso i beni di prima necessità, come il grano e i cereali, alterandone i prezzi, milioni di persone sentiranno la fame sulla propria pelle, e andranno ad ingrossare le file di disperati pronte a rischiare la vita salendo su un barcone per la necessità di mangiare!
I lavoratori italiani stanno pagando la crisi al pari dei lavoratori greci, spagnoli, portoghesi, degli altri paesi del mondo e così via. Una crisi globale, una crisi di sistema, la cui risposta può essere solo globale e anch´essa di sistema, nel senso di mettere in discussione quello che fino a ieri sembrava indiscutibile. Solo cambiando radicalmente il nostro modello di sviluppo, solo sostituendo al capitalismo e alla logica del profitto un diverso modo di produzione e un sistema di re-distribuzione delle risorse basato sui reali bisogni (noi lo chiamiamo Socialismo) potremmo salvarci dal baratro. Tutto il resto ha il valore delle cure palliative, può tentare di alleviare le sofferenze del malato e tenerlo in vita un periodo limitato di tempo in più, ma non può salvarlo dal suo destino.
Qui da noi i  risultati di queste cure le abbiamo viste da almeno trent´anni ed il popolo italiano ne sta comprendendo a pieno anche gli effetti. La via esiste, basta cominciare a spiegarla e a farla vedere.
Marco Rizzo, segretario nazionale Comunisti Sinistra Popolare
 

UN SIMPATICO AGOSTO


«Quando il fuoco brucerà le capitali d’Occidente, i templi del denaro crolleranno e la Grande Mela verrà sommersa dall’acqua... allora sarà la fine, cioè l’inizio». Quante volte abbiamo letto queste profezie, attribuite di volta in volta ai Maya, a Nostradamus o ai guru della New Age. Ma noi non siamo come gli aruspici che leggevano il futuro nelle budella delle vittime sacrificate. Noi ai segnali non ci crediamo, vero? Certo, all’inizio di agosto una rivolta di teenager ha dato Londra alle fiamme. Poi però i poliziotti le hanno spente a suon di randellate e ogni cosa ha ripreso il suo corso: è cominciato persino il campionato di calcio (almeno lì). Certo, nelle ultime settimane le Borse hanno prosciugato i nostri borselli, ma un esercito di ascelle sudate che si eccitano a smerciare azioni davanti ai computer non può ergersi a strumento del destino. Certo, nei giorni scorsi a Washington un terremoto ha scheggiato l’obelisco voluto dai fondatori massoni dell’America. Ma vorrete dar credito a Dan Brown? Certo, domani un uragano rischia di allagare il Sud di Manhattan e di fare la doccia alla Statua della Libertà, mentre l’Obama di agosto sembra il Papa Nero e ogni volta che va in tv è per dare una cattiva notizia: da «Yes we can» a «Si salvi chi può». Come se non bastasse, il prossimo anno è il 2012, a un mio amico hanno rigato la macchina e anche ieri Cicchitto è apparso al telegiornale. Eppure io non ho paura. Avanzate pure, forze delle tenebre. Il nostro sorriso pieno di luce vi sconfiggerà. 

MASSIMO GRAMELLINI

SPORT A CUBA


Ieri guardavo i mondiali di atletica in Corea,grande scalpore ha fatto la squalifica di Bolt nella finale dei 100 per falsa partenza,da qualche anno non e' piu' consentita una falsa partenza per atleta ma scatta immediata la squalifica.
La gara ha perso l'80% di interesse....
L'Italia gia' ai mondiali di 2 anni fa non porto' a casa nessuna medaglia,lo sport italiano e' fedele specchio del momento del paese e l'atletica e' dura,oggi i ragazzi sono attratti dai milioni del calcio e hanno poca voglia di sudare in pista di conseguenza c'e' poco materiale su cui poter lavorare.
Oggi la maggior parte degli sport italiani possono sopavvivere grazie unicamente ai gruppi sportivi militari che garantiscono agli atleti un salario altrimenti ci sarebbe il buio piu' totale.
Ho visto la gara di qualche italiano nel fondo e mezzofondo ma siamo affondati miseramente.
Cuba solo ieri ha portato a casa 2 bronzi uno nel disco femminile e un altro nel decathlon e quest' ultimo poteva essere un argento sfuggito per 3 punti.
Cuba da tempo a queste manifestazioni non porta gente per fare numero,o porta atleti da medaglia o giovani a cui far fare esperienza e i risultato,pur senza toccare i fasti del passato,sono comunque soddisfacenti e questo malgrado che qualche atleta cubano si stato "acquistato" da altri paesi,noi ad esempio abbiamo 3 donne cubane che gareggiano con la maglia azzurra e detengono i primati italiani delle loro specialita',quanto sia giusto che dei primati italiani siano detenuti da stranieri lo lascio decidere a voi,il mio pensiero in materia e' noto da tempo.
Lo sport a Cuba e' una cosa seria,sicuramente e' anche una porta per poter viaggiare e per una vita migliore ma fin da bambini i cubani fanno sport e i risultati si vedono.
Anche in sport in cui non hanno una grande tradizione sono in crescita,la scorsa settimana a Szeged in Ungheria,posto che fra l'altro ai bei tempi ho conosciuto bene,si sono svolti i mondiali sprint di canoa dove la nostra(e lei e' veramente nostra essendo in Italia da oltre 25 anni) Idem ha strappato il visto per la sua ottava olimpiade,c'erano equipaggi cubani che se anche non hanno vinto hanno comunque fatto una discreta figura.

domenica 28 agosto 2011

Miami no cree en lágrimas: trituran discos de Pablo Milanés

El grupo Vigilia Mambisa en plena faena de machacar discos de Pablo Milanés con su aplanadora.
El grupo Vigilia Mambisa en plena faena de machacar discos de Pablo Milanés con su aplanadora.
Un grupo de cubanos extremistas residentes en EEUU. trituró una veintena de discos del cantautor Pablo Milanés con una aplanadora, martillos y piedras, como preámbulo de lo que anuncian como una “masiva manifestación” contra el concierto que el músico ofrecerá por primera vez en Miami este sábado.
Los integrantes de Vigilia Mambisa destruyeron los discos del intérprete de “Yolanda” por considerar que es uno de los trovadores de la “dictadura castrista”.
“Esta manifestación es para mandarle un mensaje a los castristas que vienen aquí para buscar dinero para el régimen de La Habana, dinero que es usado para criminalizar a nuestros familiares”, dijo Miguel Saavedra, presidente de esa organización.
Junto a Silvio Rodríguez, Milanés ha sido una de las figuras importantes de la nueva trova cubana, movimiento musical que surgió a fines de los años 60.
“Que se vayan, nos los queremos en Miami. Son sinvergüenzas y mal cubanos los músicos castristas”, declaró el militante extremista.
La destrucción de los discos fue una muestra de como los ánimos se han caldeado debido a que el concierto no fue cancelado, a pesar de los esfuerzos de una parte de los grupos de origen cubano en Miami.
Una coalición de 43 grupos informó hoy a Efe de que está lista para movilizarse hacia el American Airlines Arena (AAA), donde Milanés se presentará como parte de su gira por Estados Unidos.
Emilio Izquierdo, coordinador general de Cuban American Patriots and Friends, detalló que esperan la participación de “cientos de manifestantes” que se ubicarán en frente al estadio, en la llamada Torre de la Libertad, que tiene capacidad para “unas 2.000 personas”.
La Torre de la Libertad es un edificio emblemático en Miami donde las autoridades tramitaron la entrada a EE.UU. de casi medio millón de cubanos en las décadas de los años 60 y 70.
“Creemos que el concierto es una traición de la administración del presidente Barack Obama, de la Gobernación de Florida y de los alcaldes de Miami-Dade y Miami, porque una comunidad como la cubana no se merece un artista y un promotor (Hugo Cancio) que son enviados de un régimen que patrocina al terrorismo internacional”, expresó uno de los que machacaron con la aplanadora los discos de Pablo Milanés.
El concierto, aseguró Izquierdo, es una “afrenta para las organizaciones más representativas y combativas del exilio” y para el “presidio político cubano”.
“Traer a este hombre acá es una falta de respeto a esas víctimas. Queremos que esas voces se oigan”, enfatizó.
Milanés dijo esta semana en una entrevista con Efe, en Washington, que las protestas para impedir su concierto son “actitudes” que “ya son obsoletas” y que él vino a “cantar con todo el amor del mundo”.
Semanas antes del concierto esos grupos trataron de ejercer presión para que el evento fuera suspendido y tildaron a las autoridades locales, en su mayoría de origen cubano, de “traidoras”.
Un calificativo que rechazó el alcalde de Miami-Dade, Carlos Giménez, al asegurar que en el pasado se negó al uso de los fondos del condado para apoyar un “intercambio con el régimen castrista, bien fuera cultural o de otra naturaleza”.
“Mi objeción personal permanece sin cambios. Sin embargo, el abogado del condado confirmó que el (estadio) AAA es operado por una entidad privada que es la única autorizada para decidir los eventos que serán presentados”, dijo a Efe en un mensaje por correo electrónico.
El Departamento de Policía de Miami, por su parte, informó de que implementarán medidas de seguridad que incluyen un mayor número de agentes y zonas especiales para los manifestantes y los periodistas.
“Tendremos un número de personas que quieren manifestarse así que hemos solicitado tener policías adicionales en la zona”, informó a Efe la detective Keandra Simmons.

Iniziare bene


Durante l'estate ho evitato quasi del tutto di parlare del Toro,volevo evitare di sbilanciarmi,troppe delusioni negli anni passati,volevo vedere il mercato e le prime partite.
Intanto e' arrivato un allenatore vero,negli anni passati sono arrivati tecnici che sapevano mettere in campo solo uno schema;De Biasi,Zaccheroni,Novellino,Colantuono e Lerda giocano con un unico modulo e tolti da quello non sanno piu' che pesci prendere.
Io resto dell'idea,come diceva Moggi,che le squadre devono farle dirigenti competenti,mentre hgli allenatori devono allenare cio' che la societa' mette loro a disposizione.
Ventura e' un vecchio marinaio navigato,ha un suo modo di giocare che non e' Vangelo,e' duro ma elastico nelle scelte ,ha chiesto qualche giocatore e in parte e' stato accontentato.
Non sono stati venduti i pochi buoni che avevamo e sono arrivati giovani interessanti e gente di esperienza....ma non troppa.
Il primo giorno di ritiro si e' iniziato con una contestazione e poi poco a poco sono arriìvati gli applausi.
Piano piano il popolo granata sta' tornando ad amare la squadra.
Siamo usciti immeritatamente dalla coppa Italia e ieri si e' vinto la prima giornata di campionato,una partita dominata che a causa di una cappella di Coppola abbiamo rischiato di buttare via.
Vincere non e' importante,e' la sola cosa che conta e abbiamo vinto con le unghie e coi denti.
E' solo la prima di 42 battaglie ma partire bene aiuta sempre.

sabato 27 agosto 2011

SOGNANDO IL KENYA: INTERVISTA CON FRANCESCA SCIASCIA 8/8/2011

Sognava di vivere in Kenya, sin da piccola, quando, cioè, non sapeva neanche dove fosse l’Africa sul mappamondo. Aveva sentito parlare di questa terra, dove il cielo è sempre azzurro e le persone ti accolgono spesso sorridenti e spensierate. Alla fine il suo grande desiderio, quello di vivere a contatto con la natura, è diventato realtà.
Da qualche anno, infatti, Francesca Sciascia, nata a Torino, 31 anni fa, vive a Malindi dove dà una mano al suo compagno, organizzando safari, escursioni, viaggi. “Diciamo -spiega- che è anche una delle poche cose che si possono fare qui, se non si hanno soldi da investire”.
Francesca Sciascia, Malindi
Ma quando é andata via dall’Italia?
Ho preso un volo da Malpensa il 10 settembre del 2009. Mia madre dice sempre che sognavo l’Africa anche a pochi anni di vita. Ho realizzato un sogno. Non sempre ne sono consapevole, ma continuo a dire a tutti di non smettere mai di sognare, perché i sogni possono avverarsi! Non sono scappata dall’Italia, anche perché ho un legame molto forte con la mia famiglia. Ho solo inseguito il mio sogno.
Quindi continua ad amare la sua terra?
Certo, amo il nostro Paese, lo trovo uno dei più belli al mondo, ma non sono mai riuscita ad entrare nei suoi ritmi frenetici. Apparire invece che essere: questa forse è la cosa che più mi andava stretta. La corsa verso qualcosa di ignoto. Lo svegliarsi la mattina e correre correre, correre senza sapere dove, senza avere una meta. In Italia dovevo correre solo perché tutti correvano. Vivevo per lavorare, non avevo tempo da dedicare a me stessa, non c’era solidarietà, avevo perso completamente il legame con la terra, con la natura. In Italia abbiamo perso la capacità di ascoltare e ascoltarci, il senso vero della famiglia. Non si ha tempo per nessuno tanto meno per noi stessi.
In Kenya?
Qui la vita è diversa, non è perfetta, ma si addice molto di più al mio carattere. Sono sempre stata molto legata alla natura e questo è un altro dei motivi per cui il Kenya mi ha sempre attratta.  
Francesca Sciascia, Malindi
Perché ha scelto Malindi?
Guardi, se avessi avuto la possibilità di scegliere, avrei optato per un campo nel bel mezzo della savana. Malindi è una cittadina, in cui si ha la possibilità di lavorare. Per questo sono qui. E poi.
E poi?
Perché in un villaggio nei pressi di Malindi viveva quello che inizialmente è stato un buon amico e che ora è diventato il mio compagno.
Ce la descrive?
Malindi è Malindi. Difficile descriverla, difficile viverla. Riesci ad odiarla e, al contempo, non ne puoi fare a meno. È piccola, ma caotica. Colorata, chiassosa. La maggior parte dei malindini parla italiano. Il dieci per cento dei residenti è italiano. Malindi è l’Ibiza del Kenya.
In che senso?
Qui tutto è possibile. Purtroppo, aggiungerei. Ci sono supermercati per italiani, negozi per italiani, bancarelle di frutta per italiani, locali per italiani, dove a volte storcono il naso, se un africano vuole passare la serata! Per vivere bene a Malindi devi estraniarti da tutto ciò che può ricordare le cose negative del nostro Paese.
Impietosa! Mi dica, cosa rende la città affascinante?
I colori. L’azzurro del cielo e dell’oceano! Malindi di per se di paradisiaco non ha molto. Ma basta spostarsi un pelino dalla capitale, per trovare le autentiche meraviglie del Kenya.  La cosa che più mi ha colpita è il fenomeno delle maree. Il livello del mare cambia quattro volte in un giorno e dà vita ad uno spettacolo naturale senza uguali.  Spesso ci si lamenta ed io non ho ancora capito perché!
Francesca Sciascia, Malindi KENYA
Poi?
Le bouganville, ovunque, coloratissime, le mie preferite sono quelle fucsia. Ma ce ne sono di bianche, arancioni, rosa e rosse. Si arrampicano sui muri delle case, sui pali della luce, e si impossessano di alberi, che sembrano enormi palle colorate. E, ancora, c’è il verde. Nella stagione turistica non si può godere al massimo del verde acceso delle piante qui in Kenya. Il periodo migliore per farlo è senza dubbio la stagione delle piogge. Allora tutto rinasce. Distese aride si ricoprono di piante di mais, che di solito viene piantato un po’ ovunque, anche ai bordi delle strade. E poi gli alberi di mango, folti, rotondi, bellissimi. E, ancora, l’arancione. Quello dei tramonti. Ma come faccio a descriverli? Troppo suggestivi.
Come sono gli abitanti?
Cavoli che domandona. Potrei parlare per giorni, mesi. Premetto che parlerò delle persone che vivono nei villaggi, non dei malindini. I Giriama sono persone miti, pacifiche. Tendenzialmente allegre e di compagnia. Molto ospitali. Ma anche permalose e pettegole. Una delle cose che mi ha colpita in modo positivo è la capacità che hanno di stare in compagnia di qualcuno senza dover per forza dire qualcosa.
Cioè?
Sanno stare in silenzio! Purtroppo ancora la maggior parte della popolazione qui vive alla giornata, senza dover pensare troppo al domani, che per molti non arriva. Qui sanno divertirsi con poco: una canzone trasmessa da una radiolina, un po’ di gente e una bottiglia di mnazi. Ed è già una festa! La musica è presente ovunque, anche per sponsorizzare l’ apertura di una banca. Per strada, è frequente sentire musica ad altissimo volume, che esce da enormi casse. Tanti i camioncini che girano per i villaggi con musica allegra e tante le persone che si scatenano. Questo succede anche la domenica in chiesa. Le messe non sono mica come le nostre! Qui ci si diverte, si canta, si balla! Per una nascita come per un lutto.
E le donne come sono?
Forti, uniche, coloratissime nei loro Leso (pareo).  Quello che si dice sulle donne africane non è del tutto vero.
Francesca Sciascia, Malindi KENYA
Cosa vuole dire?
Non sono così sottomesse come si vuol far credere. O per lo meno, a volte lo sono, ma solo per libera scelta. Sanno farsi valere, sono il motore della famiglia e del villaggio, attorno al quale gira tutta la vita qui. Sono buone madri, anche se a noi europei qualche volta possono sembrare disattente. Amano curare soprattutto i propri capelli con creme, cremine.  Trascorrono ore ad accomodare le loro acconciature. Dappertutto, trovi donne sedute per strada, sotto gli alberi, dietro la loro bancarella, che si pettinano e si fanno treccine. Senza una donna non potrebbe esistere un villaggio.
Come si vive lì?
Qui c’è la vita degli wazungu e la vita degli africani, pochissime cose coincidono. Un esempio? La vita dei wazungu: mattina colazione al bar italiano, poi spesa al supermercato italiano, poi pranzo a casa con la moglie italiana. Pomeriggio al casino’ italiano. Cena a casa con la moglie italiana, sera in giro per locali italiani con la fidanzata non italiana. Questa è la giornata tipo della maggior parte degli italiani a Malindi. Dimenticavo: sono sempre di corsa, come fossero a Milano.
La vita degli africani?
Qui varia parecchio e a seconda che si abbia o no un lavoro, che si sia donna o uomo, o bambino. E’, comunque, una vita con ritmi lenti. Per evitare di avere stress si va al lavoro, ci si ferma a bere con gli amici. Chi può, va al bar a bere una birra (anche due, tre, quattro). Chi non ha questa possibilità, va al villaggio a bere mnazi (vino di cocco), che costa un terzo. Le donne stanno di solito a casa, la mattina lavano i panni, vanno a raccogliere la legna per cucinare e ad attingere l’acqua dal pozzo. E poi badano ai bimbi piccoli, che possono essere figli loro o di altre donne del villaggio. Qui ogni bambino è allevato dalla propria madre e dalle altre donne del villaggio.
Come si trascorrono le giornate?
La mattina io mi alzo verso le 8. Jimmy verso le 6. Non ha perso le abitudini del villaggio! Poi ci occupiamo dei cani, facciamo un po’ di pulizie. La mattina a Malindi c’è un grande caos. Gente che gira, va, viene. La città è piccolissima, ma non so perché tutti girano in macchina. Noi non abbiamo l’auto. Ci spostiamo con i mezzi locali, di solito mototaxi. La spesa ci piace farla al mercato, anche se spesso, soprattutto nella stagione delle piogge, è un disastro. Ma la verdura è fresca lì e poi è una cosa che mi emoziona sempre. Prima di pranzo, beviamo una coca fresca, magari allo Stars and Garters, dove si incontra sempre qualcuno. Pranzo a casa o in qualche posticino african style, dove si mangia con 1.50 euro. Ottimo cibo africano doc.
E poi?
Un bel po’ di ore al giorno le trascorro al pc per lavoro e per piacere! Poi ci dedichiamo molto alla cucina. Il tempo nella stagione delle piogge passa davvero piano piano. Così, ci divertiamo a cucinare piatti tipici africani.
E la sera cosa si fa?
Durante la settimana di solito stiamo a casa, in giro non c’è molta gente. Non ci sono turisti e mancano i soldini per andare in giro a divertirsi. Nel fine settimana, invece, si esce. Il sabato si va allo Stars and Garters. Lì, c’è musica dal vivo. Ci si diverte molto! Qualche ora a ballare e  giocare a biliardo e poi un salto in qualche altro locale: Kienyeji o Club 28.
Francesca Sciascia, Malindi KENYA
Com'è il clima?
Fa sempre caldo. Nei mesi delle piogge la temperatura si abbassa pochissimo. Ma sale l’umidità. Il sole rende felici tutti. E’ per questo che qui tutti sorridono sempre!
Qual è l'aspetto a cui non riesce ad abituarsi?
La scarsa voglia di migliorare le proprie condizioni con conseguente rassegnazione. 
Gli italiani nei confronti degli africani come si comportano?
In questo caso parliamo del Kenya, della realtà che conosco io ovvero quella di Malindi. C’è molto turismo sessuale e non se ne parla mai. Prima di venire a vivere qui non avevo mai sentito nulla sul Kenya. Sarebbe bene cominciare a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo aspetto. I kenyoti sono persone molto discrete, ma noi arriviamo qui come paladini della giustizia. Quello che facciamo è per forza giusto. Noi arriviamo dall’Europa!  Nessuno si chiede se le famiglie siano felici di vedere i propri figli tra le braccia di perfetti estranei, che li usano come bambolotti per farsi fotografare. Le caramelle: ma chi ha detto che i bambini qui non hanno le caramelle?
Cosa vuole dire?
Siamo così presuntuosi che ce le portiamo addirittura dall’ Italia! Qui le caramelle ci sono, solo che le mamme preferiscono dare ai bimbi quelle fatte con i semi del Baobab. Fanno meno male ai denti. Qui quasi nessuno può permettersi il dentista! Ho visto persone lanciare penne, quaderni, biscotti dai finestrini e bambini cadere per terra per prenderli. E’ una cosa disumana. Loro non sono così. Noi li abbiamo abituati all’accattonaggio e all’elemosina. Portare un pacco di caramelle o 10 penne non farà cambiare il futuro di un Paese. Qui le persone, i bambini devono imparare a studiare, lavorar sodo. L’Africa deve imparare a camminare con le proprie gambe! La colpa, però, non è solo del turista.
Francesca Sciascia, Malindi KENYA
E di chi?
E’ anche dell’africano, che, per paura, non si sente di dire cosa è sbagliato e cosa no. Io e Jimmy stiamo cercando di fare questo.
Cioè?
Insegniamo ai turisti ad avere un approccio più corretto nei confronti della popolazione locale. Ma non è facile per nulla. Smettiamo di pensare che quello che facciamo sia sempre la cosa giusta.
L'aspetto bello, affascinante, magico, unico di questo posto?
La natura, le persone con i loro pregi e i loro difetti, che ti dicono le cose con una spontaneità tale da farti rimanere a bocca aperta. La musica sempre e ovunque, io la sento nel sangue.
Guardiamo altri aspetti: scuola, sanità, trasporti pubblici.
La scuola a Mombasa e a Nairobi è valida. Qui a Malindi è davvero un punto debole. Sono molto indietro. Gli insegnati non sempre sono all’altezza del ruolo che ricoprono. In pochi hanno la consapevolezza che la scuola sia la base per il futuro dei giovani. Qui a Malindi ci sono un ospedale pubblico e molti piccoli ospedali privati. Fin ad ora non ho mai avuto bisogno di particolari cure. Anche la sanità avrebbe bisogno di fare qualche passo avanti. I trasporti pubblici sono molto più efficienti dei nostri in Italia.
Davvero?
Puoi stare in qualsiasi punto della città e trovare  sempre un mezzo che offre il suo servizio. Dalla bicicletta al minibus. L’unica cosa che non va è il modo di guidare degli autisti dei Matatu, i piccoli minibus. Gli autisti sono pazzi e spericolati, talvolta pericolosi. Io amo andare in giro con le moto taxi.  Qui le strade sono per lo più sterrate e le moto taxi ti permettono di sentire meno le buche.
Tradizioni particolari, feste che l’ hanno colpita?
Anche qui ci sarebbe da raccontare parecchio. Da quando sono in Kenya, cerco il più possibile di assorbire la cultura e le tradizioni  locali. Ho la fortuna di aver un compagno molto disponibile, che mi rende  partecipe della vita locale. Quando abbiamo tempo libero stiamo nel suo villaggio. Lì, davvero si imparano sempre cose nuove. È affascinante vedere le donne che si muovono, cucinano, si pettinano. Qui tengono molto ai funerali. Si celebrano dei veri e propri Funeral Party. Un modo davvero differente dal nostro di vivere il lutto.
Perché?
In Kenya le tragedie sono all’ordine del giorno. Si cerca il modo per non rimanere soli nel dolore. Il funerale per la tribù giriama comincia di solito una settimana prima della sepoltura. Anche in questa occasione, protagonista è la musica. Si alternano canzoni cristiane a ritmi hip hop. Fantastico! Le persone accorrono numerose: anziani, meno anziani e giovanissimi. Sempre donne da una parte e uomini dall’altra. Le danze cominciano la sera verso le 8. Prima sono tutti o quasi al lavoro. E durano fino alle 5 del mattino. Se poi la famiglia ha qualche soldino in più, dopo la sepoltura, la cerimonia si prolunga di una settimana. In tal caso si parla di Matanga. In queste occasioni la bevanda preferita è il mnazi (vino di cocco), che sicuramente rende molto allegri i partecipanti.
Francesca Sciascia, Malindi KENYA
Altre tradizioni?
Ah, sì, mi colpisce molto quello che succede durante l’eclissi. Ma è difficile descriverlo. Troppo commovente.
Piatti tipici?
Gli africani sono ottimi cuochi. Si mangia benissimo! L’unica pecca, a cui io da italiana non riesco e forse non riuscirò mai ad abituarmi, è la mancanza di dolci. Per la tribu’ giriama, il piatto tipico è la sima (polenta bianca), che viene usata come pane o  pasta, accompagnata da verdura, carne, pesce. Adoro le pietanze cucinate con il latte di cocco. Non parlo dell’acqua che si trova nelle noci di cocco, ma del latte che si ottiene grattando la polpa e spremendola. Una cosa da ghiottoni! Un altro piatto tipico, ma appartenente alla cultura swahili, è il pilau, riso con spezie e carne, che la maggior parte della popolazione può permettersi, se va bene, una o due volte l’anno, in ricorrenze come il Natale o un matrimonio. Sono molto bravi nel  preparare carne e pesce alla griglia. La loro passione è la capra!
Come sono i collegamenti con l'Italia?
Per nulla convenienti. I prezzi dei voli sono molto alti.
La vita non è cara, vero? Serve tanto per ricominciare da Malindi?
Chi dice cha la vita qui non è cara, lo dice perché vive con soldi italiani. Se vivi, come me, con soldi guadagnati qui, la vita è come in qualsiasi altro posto. Per me pagare 30 euro ogni mese per una bolletta della luce è pesante. Non possiamo permetterci di mangiare pasta tutti i giorni e la pizza, se va bene, si mangia ogni cinque o sei mesi. Non so più cosa sia il prosciutto cotto, anche se a Malindi c’è un ottimo salumificio, ma con prezzi italiani!
Tornerà in Italia?
Solo in vacanza, ogni volta che ne avrò l’occasione.

NOTIZIE NON BELLE



In aprile,durante il mio ultimo soggiorno a Las Tunas mi ero mosso per trovare un cuarto che andasse bene per i mesi invernali,lo cercavo con cucina annessa per essere ancora piu' indipendente,ne avevo visti alcuni ma erano tutti quanti un po' fuori mano.
Se non arrivano scooter nuovi non so se rentero' ancora un mezzo che appena esci 10 km dalla citta' si rompe per eccessiva usura di conseguenza avevo optato poi per la solita casa della vecchia Nena a 2 cuadre dal centro.
Bravissime persone,oneste,un buon prezzo,si mangia bene,il cuarto e' molto grande anche se un po' spartano e c'e' una certa liberta' di "movimento"
Eravamo gia' d'accordo che arrivavo a fine settembre,visto pero' che so come funzionano le cose a Cuba per non saper ne' leggere ne' scrivere ieri ho chiamato per la conferma.
Casa de renta chiusa e licenza restituita.
Mi e' dispiaciuto davvero tanto,non per la mia vacanza anche se avrei fatto a meno del problema,al limite mi piazzo 2 giorni in una delle altre case conosciute in questi anni,o in hotel e nel frattempo cerco cio' di cui ho bisogno,ma per la vecchia Nena pero' mi rendo conto che l'aumento a 200 cuc al mese dell'imposta se si ha solo un cuarto de renta e' un bel problema.
Basta star vuoti per una decina di giorni al mese che si e' sulle spese.
Mi raccontano amici che rientrano dalla isla che in tutta Cuba si stanno restituendo centinaia di licenze perche' non danno piu' negocio.
E' un discorso vecchio,da un lato la concorrenza degli hotel (in questi giorni e' partito per Tunas il mio amico Toro,per la prima volta soggiornera' all hotel Tunas,a fine agosto 22 cuc al giorno compresa colazione e uno fra pranzo e cena e in piu' libero accesso in piscina e in disco) dall'altro lo scadimento del servizio dalle case de renta stesse.
Sempre meno voglia di darsi da fare da parte delle duenas,sempre meno rispetto per chi paga, sempre piu' ruberie e mecaniche,la gente dopo un po' si rompe i coglioni e decide legittimamente di cambiare.
Lo hanno fatto tanti che conosco che ora vanno in hotel e sono felicissimi di aver cambiato anche perche' in hotel comunque...molte cose sono possibili.
Forse anche un certo tipo di turismo,il nostro,mostra la corda,forse finita la nostra generazione Cuba tornera' ad essere meta unicamente di turisti da villaggio turistico e tour a la bodeguita del medio.
Chissa'...
Sta' di fatto che le cose quando cambiano non e' detto che,almeno per noi,cambino in meglio.