lunedì 29 aprile 2013

BIENVENIDA


 
PERUGIA - Prima l'agguato dei filo-castristi, che l'hanno accolta in sala con urla, striscioni, insulti; poi le continue interruzioni durante il dibattito, sempre da parte di esponenti di estrema sinistra, con spinte e grida. Attimi di grande tensione per la prima apparizione in Italia di Yoani Sanchez, la blogger anti-regime cubano, che ha chiuso a Perugia la VII edizione del festival del giornalismo. Polizia dentro la splendida sala dei Notari e tensione alle stelle, fino alla fine del dibattito, moderato dal direttore de La Stampa Mario Calabresi. Tutto ha avuto inizio poco dopo le 21.30, quando la Sanchez ha preso la parola: dalla platea si sono alzati a sorpresa circa trenta filo-castristi, che hanno mostrato uno striscione con cui chiedevano «giustizia per i cubani sequestrati in Usa». Il gruppo si è avvicinato in modo veemente alla blogger lanciandole addosso dollari finti e urlandole: «Sei pagata dalla Cia». In quel momento non c'era polizia in sala. Per circa dieci minuti il manipolo di contestatori ha occupato il palco: sono volate spinta e insulti con alcuni degli organizzatori della manifestazione e con altri spettatori. Impassibile la Sanchez, che è rimasta seduta al suo posto senza parlare, protetta da alcuni uomini della sicurezza interna. La dissidente, anzi, dopo che i contestatori hanno lasciato la sala, ha voluto ugualmente iniziare l'incontro. «In patria sono insultata, ma là non posso rispondere», ha detto. Forte concitazione però anche durante il dibattito: decine di persone hanno voluto prendere la parola, attaccando duramente la blogger. E ancora violenti alterchi tra contestatori e organizzatori, che cercavano di difendere la Sanchez. E di permetterle di parlare. Una vera gazzarra, placata solo dall'intervento di decine di poliziotti. La blogger è uscita scortata. 
VIENI A TORINO...VIENI...

6 commenti:

  1. Spero in un accoglienza ancora migliore a Torino.Max

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  2. Risposte
    1. Calma! Non facciamola fuori dal vaso.
      Diciamo che,visto che a Cuba, secondo lei, non si puo' manifestare, dev'essere felice di essere ospite, pagata e spesata, in un paese dov'e' possibile farlo.
      Diritto che, per altro, ci siamo duramente conquistati in situazioni ben piu' importanti di una bloggara a gettone.

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  3. Ho letto una parte del suo libro. E' a senso unico ma alcune riflessioni critiche mi sembrano condivisibili o comunque sostenibili. A Cuba ho provato a parlare di lei con alcuni: lo zio comunista ha tirato fuori lo sputare nella minestra, molti altri non la conoscono o non gradiscono l'argomento; naturalmente a Miami è invece un idolo della suegra e di tanti altri per partito preso.
    Penso che la critica possa servire non solo a rinnegare, ma anche a migliorare qualsiasi sistema. Lasciarla esprimere penso poi sia la miglior risposta che si possa dare contro i luoghi comuni.
    Personalmente, poi, sono incline a prendere le parti e in ogni caso ad ascoltare e rispettare chi va contro, anche perché tendo a vedere in ciò la mia stessa attitudine rispetto al sistema in cui vivo. Mi viene in mente una pagina di Arenas in cui descrive con amarezza una contestazione ricevuta da alcuni studenti in Svezia e mi asterrei da baruffe analoghe che oltretutto fatte da qua mi sembrano artificiosamente e inutilmente ideologizzate.
    Non credo poi che serva a qualcuno (se non ad aumentare immeritatamente la popolarità sua e di chi se ne serve) inveire con insulti o agguati. Stimolerei, piuttosto , se proprio si vuole darle importanza, una discussione per far vedere anche quel che di buono Cuba rappresenta, invece, ai nostri occhi,o meglio ancora per rilevare come alcune riflessioni di generazione Y su omologazione, decadenza, desolazione siano in realtà molto ben calzanti se trapiantate da noi.

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  4. Matteo e' il discorso di partenza ad essere fallato.
    Come mai questa puo' scrivere quello che vuole da Cuba mentre ad altri la stessa opzione e' negata?
    Dai...pensiamoci un momento...
    Rispettiamo anche chi dissente e protesta QUA' contro le sue performance.
    Un diritto che, in questo paese, ci siamo duramente conquistato.

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