sabato 4 maggio 2013

4 MAGGIO-LA LEGGENDA


8 commenti:

  1. "Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede.
    E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta"
    (I. Montanelli).

    I Giocatori:
    Valerio Bagicalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens, Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Julius Shubert.

    I Giornalisti:
    Renato Casalbore, Luigi Cavallero, Renato Tosatti.

    I Dirigenti:
    Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti.

    I Tecnici:
    Egri Erbstein, Leslie Lievesley, Osvaldo Cortina.

    Il Torino ritornerà.
    Sarà in un giorno terso di primavera.
    L'aereo sbucherà da una grossa nube nel cielo blu di Superga.
    I ragazzi scenderanno sorridendo sulla pista, tra gli sguardi stupefatti. Capitan Valentino, uomo di poche parole, rivolgendosi ai compagni dirà solo: "Siamo di nuovo a casa".

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  2. Aeroporto di Lisbona 4 maggio 1949

    "Caro papà, stiamo volando verso casa, siamo allegri. E' stata una bella partita a Lisbona. Credo che la gente si sia divertita. Chissà perchè oggi ho strani pensieri... sono cinque anni che vinciamo sui campi di tutto il mondo e qualcuno direbbe che sono troppi, cinque anni, e avrebbe ragione... Quando i periodi favorevoli cominciano a diventare lunghi è bene che ci si prepari al peggio, poichè questo giunge all'improvviso... Anche il giorno dopo. Ma sono convinto che perdere non sia una tragedia. In fondo l'urlo della folla lo sentono sia i vincitori che i vinti. Ecco, forse perdere l'urlo della folla sarebbe una tragedia. Come riuscire, un giorno, a dimenticare quelle migliaia di occhi che ti hanno scrutato, amato, sognato per innumerevoli domeniche? Non vorrei autocelebrarci, ma a volte ho l'impressione che per la nostra gente, abbiamo fatto qualcosa di importante, qualcosa che resterà nel tempo, nella memoria di chi ha avuto la possibilità di vederci"...
    chissà forse fra cento anni continueranno a parlare di noi, in memorabili racconti orali come si faceva nelle tribù antiche, ecco; i racconti, i racconti ci faranno vivere perpetuamente e ogni volta che qualcuno vedrà un immenso prato verde, si ricorderà di noi. E' bello essere ricordati."

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  3. La squadra più forte del mondo decise di fermare la sua storia e di cominciare la sua eternità un pomeriggio di maggio di sessantuno anni fa, sotto la pioggia, schiantandosi su una collina della città che li amava. Con il quinto scudetto consecutivo in cassaforte, tornavano da un’amichevole in Portogallo dove, per un’ironia della sorte tutta granata, avevano perso. Loro, che non perdevano mai. Loro, che l’anno prima avevano finito il campionato con 16 punti di vantaggio sulla seconda, segnando 125 reti e subendone 33. Loro, che la Nazionale italiana una volta ne schierò dieci titolari. Loro, che una domenica vinsero 10-0 e Grezar fece un gol stoppando di petto il pallone rinviato dal portiere e tirando al volo, da centrocampo. Loro, il Grande Torino. Un lampo secco, frastornante e muto contro il muro posteriore della basilica di Superga. Loro, che Bacigalupo - Ballarin - Maroso - Grezar - Rigamonti - Castigliano - Menti - Loik - Gabetto - Mazzola - Ossola lo sapevano e lo sanno tutti a memoria. In un niente se ne andarono, ma in realtà rimasero per sempre, più che se fossero invecchiati come tutti.

    Gianpaolo Ormezzano, che di Toro ha scritto e vissuto una vita intera, li racconta come un insieme di giocatori bravi, non bravissimi. Tutti universali, nessun extraterrestre. Il presidente Ferruccio Novo aveva costruito questa meraviglia con l’aiuto nascosto, così piemontese, di Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale, un’eminenza granata che consigliava i pezzi più pregiati. Senza fenomeni, poche virtù tecniche. Nessuno come il Grande Torino, però, aveva il senso costante dell’utilità, il senso della squadra; e della rappresentanza: Coppi e Bartali erano l’Italia che vinceva il Tour, loro erano l’Italia. Oggi, l’unica maglia di club presente al museo del calcio di Coverciano, tra le decine di casacche azzurre, è quella granata con il 10 di Valentino Mazzola, il capitano. Che non era un sublime impasto ante litteram di Cruiff e Di Stefano, ma aveva un carisma, una potenza e un’eccezionalità unici. Mazzola, che quando decideva che non ce n’era più per nessuno, non ce n’era più per nessuno. Quando il Toro era sotto, la tromba di Bolmida dagli spalti suonava la carica. Era il segnale convenuto: Mazzola si rimboccava le maniche, guardava i suoi, e in un quarto d’ora ribaltava il risultato. Con la Lazio: il 30 maggio del ’48 il Torino perdeva 0-3. In pochi minuti fu 4-3. Il quarto d’ora granata. Perfino Umberto Agnelli, studente a Roma, dopo un 7-1 contro la squadra che sarà di Totti, si vantava del Torino coi compagni di corso. Nessun granata potrebbe mai fare lo stesso per una vittoria dei cugini. Per via del complesso di superiorità.

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  4. CONTINUA
    Come gli eroi greci che morivano giovani, hanno scritto in tanti. Ma più degli eroi greci. Hanno insegnato a un popolo che il calcio è una cosa seria, perché c’entra con la vita, perché anche lì c’è la morte. E ogni 4 maggio quel popolo sale su, si inerpica per andarli a trovare. Alla messa di don Aldo Rabino siedono accanto il capo ultrà e il vecchio signore che ha visto tutte le partite in casa, un bambino col papà e Claudio Sala, l’ala destra dell’ultimo scudetto, una ragazzina e Zaccarelli, ex capitano sempre commosso. Poi si esce e si va alla lapide, in silenzio. Poco per volta ci sono tutti. Quando arriva Paolo Pulici è come rivedere un vecchio amico, lo si saluta con un applauso piano, un po’ sabaudo. Nel luogo dell’impatto il capitano del Torino di turno legge i nomi degli Invincibili. Nessun presente sarà mai all’altezza di quella squadra. Forse questa coscienza è la maledizione del Torino, ma è anche la sua fortuna: in quel momento non viene nemmeno il sospetto che sia così. In quel momento è tutto una cosa sola.

    Non c’è una tecnica per capire cosa sia il Grande Torino, bisogna venire a respirarne l’aria: una volta si faceva nell’antistadio del Filadelfia (quattro anni senza perdere una partita, su quel prato), dove i vecchi che sembrava fossero lì da sempre raccontavano il Toro. Ora che del Filadelfia son rimasti pochi mattoni quell’aria è in quella gente che vien su ogni 4 maggio, e che spiega ai propri figli che il Toro era imbattibile, che Bacigalupo in porta era un gatto, che Ossola era imprendibile, e che poi va allo stadio a tifare per i più o meno brocchi attuali. Che raccontano di quando Mazzola salvò un gol a porta vuota fermando col tacco il pallone calciato da un avversario che dovette abbassare le braccia già alte in segno di esultanza e tornare a capo chino verso metà campo. Non fece in tempo ad arrivarci, però: quando, appena fuori area, alzò gli occhi verso la propria porta, vide Mazzola che segnava un gol. Quell’avversario era Giampiero Boniperti, la squadra la Juventus.

    Superga non è un ricordo funebre, è come un punto certo che dice che quella gente ha ragione anche se il calcio è una cosa sempre più fredda e meno poetica. Pur mugugnando davanti ai brocchi che oggi indossano quei colori, ogni tifoso sa che il destino tifa Toro. Soltanto, a volte prende strade strane. Arrivando dalla salita che porta di fronte alla basilica di Superga viene spontaneo fare il giro. Prima di guardare il panorama sulla città, è naturale andare a vedere dove è nato il mito. Qualunque tifoso granata c’era, il 4 maggio 1949. Anche se non c’era ancora, c’era. Ogni volta che si è lì, davanti alla lapide coi nomi, si sente – improvviso – il rumore dell’aereoplano che arriva alle spalle, da quelle colline le cui nebbie scrissero la parola fine. E di colpo è rombo, nebbia, pioggia, schianto, fiamme, metallo, silenzio. Troppo silenzio. Dove sono i campioni? Non sono più qui. Già sono andati a vincere di nuovo tutto da un’altra parte. Per sempre.

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  5. Gli invincibili saranno sempre vicino alle attuali maglie granata.
    Ringrazio il cielo per non avermi fatto vivere il dramma di quei giorni, son diventato tifoso del Toro leggendo da bambibo della loro morte su una ristampa del Tuttosport dell'epoca conservato nella biblioteca di mio padre, tutti i miei compagni erano di Juve, Milan, Roma, Cagliari, ma io e altri quattro amici ci siamo innamorati delle gesta di quella squadra, tantè che negli anni 90 formammo I Fedelissimi Franata sezione Sardegna, facemmo solo trasferte a Cagliari, ma ci trovammo per diverso tempo in un baretto a vivere di Toro e solo Toro.
    Ricordo con emozione un viaggio in Yamaha Tenèrè;
    Sassari-Montecarlo-Ciriè-Torino, il mazzo di rose rosse acquistate a Torino e deposte ai piedi della Basilica..solo chi è del Toro può capire.
    Un abbraccio hermano e domani sfida terribile contro un bel Milan, incrociamo le dita e ADELANTE.
    Santa Fè-Sardigna

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  6. Chi non e' dei nostri non puo' sapere la differenza fra essere tifoso di una squadra di calcio ed essere parte di una Leggenda.

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  7. DAL FORUM DEI FRATELLI
    appena tornato da superga. sinceramente bruttissima impressione per la assenza di cairo. brutto segnale. siamo soli. non che ne sentissimo la necessità della sua presenza ,ma essendo il presidente colpisce molto.
    faccio una battuta per sdrammatizzare:
    don aldo ha detto che cairo ha avvisato con una telefonata ...a carico del destinatario!
    ok dette le mie solite scemenzze(ma non troppo) passiamo alle cose serie.
    il pulman dei giocatori è arrivato all'ultimo e ha parcheggiato il più vicino possibile, nonostante l'enorme numero di tifosi e molti bimbi. sono entrati in fretta, come ladri in chiesa, tutti vestiti eleganti. mah, io non capisco: arriva qualche minuto prima, scambia due parole, un sorriso, porta qualche gadget da regalare ai bimbi. forse sono io che ragiono male.
    dentro la chiesa c'è una ressa pazzesca e ,molti fuori impossibilitati a entrare.
    don aldo dice le cose giuste , come sempre. chiede umiltà ai giocatori e cerca,forse invano , di fargli capire l'onore che hanno di indossare questa maglia, e quanto sono fortunati nella vita. petrachi e comi per la società danno l'idea, ai miei occhi, di un abbandono totale. è brutto da dire ma si può capire che ci calpestano tutti. il mondo del calcio è una guerra se non hai personalità forti e con molte conoscenze ed esperienza è dura dura.
    don aldo fa gli auguri a cairo di buona guarigione ,ma non mi sembra contento della sua assenza.
    richiama tutti per il fila. "si deve fare da subito, anche se imperfetto mainiziare!". altra strigliata perchè il giorno della commemorazione deve essere il 4 maggio e non altri (e io aggiungo le 1704 e non le 14).

    io ,nell'angolo della chiesa, appoggiato ad un pilastro osservo i nomi di chi è passato prima di me e ha voluto lasciare testimonianza scritta. 26-04-49 e una firma di donna. ignara di tutto quello che sarebbe successo una settimana dopo. la messa sta finendo, devo tornare a casa, mi chiedo quale sarà oggi il futuro del nostro amato Grande Toro.

    che bello vedere tanto granata e tanti bimbi! grazie a tutti

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  8. Che tragedia.
    Riposino in pace e siano felici lassù. Certe cose non dovrebbero mai succedere.

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