lunedì 3 marzo 2014

LA CRIMEA E' RUSSA

 

Alla fine le cose sono andate esattamente come avevamo previsto la settimana scorsa.
La Russia si e' annessa la Crimea, praticamente senza sparare un colpo.
A un atto incostituzionale dei fascisti di Kiev si e' opposto un'altro atto incostituzionale da parte di Putin.
Ricordo che la Crimea stata Russa fino al 1954 quando Kruschev, che si racconta in quel momento fosse ubriaco da paura, la regalasse all'Ucraina per i 300 anni di quella allora repubblica sovietica.
Popolazione russa, lingua russa, usanze russe....mancava solo l'occasione giusta per ricongiungersi alla madrepatria.
La Crimea dal punto di vista strategico e' fondamentale, controlla il mediterraneo e ha la Siria non troppo distante.
Ancora una volta l'occidente della Russia non ci ha capito nulla.
Gia' nel 2008 in Georgia si pensava che l'appoggio occidentale al governo georgiano fosse sufficente per tutelarlo, in 2 giorni i russi risolsero il problema dell'Ossezia.
Ora si pensava la stessa cosa, si e' appoggiato un movimento fascista fino a fare in modo di rovesciare un governo legittimo, i risultati sono questi.
Non capisco perche' gli Stati Uniti possano invadere Grenada, l'Irak, Panama, l'Afghanistan per difendere gli interessi nazionali, mentre la Russia non puo' muoversi in funzione della difesa di 10 milioni di russi che vivono in Ucraina.
Altra domanda; l'Ucraina e' alla bancarotta, e' stata tenuta in piedi grazie alla generosita' russa che le vendeva il gas per 4 centavos.
Chi paga?
In cassa hanno 12 miliardi di euro, sono indebitati per 75, 5 dei quali con l'Italia.
Tocca all'unione europea, quindi anche a noi quindi anche a me?
Ricordo che la Crimea e' stata presa senza sparare praticamente un colpo, il comandante di tutta la marina ucraina ha giurato fedelta' ai filo russi.
A Donetz e in altre citta' dell'Ucraina dell'est sono in rivolta, anche loro vogliono andarsene da un paese messo in piedi, come e' gia' avvenuto in alcuni paesi della ex Jugoslavia, senza tenere conto di chi ci abitava e della loro voglia di tornare ad essere parte di un altro di paese.
La Russia ha il dovere di difendere i propri interessi, speriamo solo che si arrivi ad uno status quo' che, dopo la messa in mostra dei muscoli, non spinga le forze in campo a usarli quei muscoli.
In quel caso la vedo malissimo per Kiev, con l'orso russo non si scherza piu'.
Non ci sono piu' l'idiota con la voglia sulla fronte o l'ubriacone.

8 commenti:

  1. in verità l'intervento russo è stato fatto, secondo putin almeno, non per annettersi la crimea, ma solo per tutelare i russofoni.
    Dopo questa occupazione, evidentemente illegittima, è chiaro che la palla passerà ad una trattativa tra la russia e le altre parti in causa, cioè l'ucraina, la ue e gli usa.

    nb:
    alcuni giorni fa a proposito della destituzione del presidente ianucovich pensavo che il parlamento fosse abilitato a farlo.
    la costituzione della ucraina, però, dice che per destituire il presidente c'è bisogno di una procedura abbastanza laboriosa e lunga, che dal parlamento di kiev non è stata nemmeno presa in considerazione.
    Ora, qualcuno può dire che sta alla corte costituzionale decidere se la procedura del parlamento è improntata alla costituzione e quindi fino a quel momento la decisione del parlamento è nei limiti della magna carta. C'è un problema, però. Il parlamento ha sciolto anche la corte costituzionale, cosa che non è prevista in alcun modo dalla carta fondamentale dell'ucraina, che permette ai giudici costituzionali di durare in carica 9 anni.
    E' evidente, leggendo la costituzione dell'ucraina, che le decisioni della rada sono fuori dalla stessa carta ed il problema è costituito dal fatto che è stato eliminato anche l'organo che è in grado di decidere sui comportamenti e sulle leggi del parlamento, imputandogli di aver annullato nel 2010 la costituzione del 2004 perchè il legislatore non aveva seguito le procedure stabilite dalla stessa costituzione. Insomma, il parlamento ha cancellato la corte perchè non soddisfatto della decisione del 2010, presa con tutti i crismi costituzionali. Non hanno torto, perciò, coloro che ritengono quello in ucraina un colpo di stato, coperto con decisione del parlamento assolutamente fuori dalla costituzione.

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  2. Infatti l'altro giorno parlavo di illegalita' non a caso...
    C'e' un' articolo su La Stampa di oggi dove parla il Rabbino di Kiev lamentando, da giorni aggressioni e assalti contro la comunita' ebraica da parte di fascisti in squadracce.
    Ovvio che Putin non parla di annessione, pero' nei fatti la Crimea non e' piu' Ucraina.
    Ogni russo che vive in quel paese ora sa che...non e' solo.

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  3. DONETSK — Oggi potrebbe essere il giorno. Appuntamento alle 12 in piazza Lenin e nel viale Krusciov. I controrivoluzionari di Donetsk torneranno davanti al palazzo del governo regionale che hanno occupato sabato scorso, issando il tricolore russo sul pennone più alto. Oggi si potrebbe capire fin dove vuole (o può) spingersi il leader del movimento, Pavlo Hubarev, uomo d’affari del giro di Viktor Yanukovich e ora capo della «Milizia del Donbass». Sabato scorso la piazza invasa dalle bandiere russe lo ha proclamato Governatore voluto dal popolo, seguendo l’esempio della Crimea.
    La domenica è filata via senza incidenti. Nel primo pomeriggio, sotto la statua di Lenin si sono ritrovati non più di due-tremila manifestanti. Poca cosa rispetto ai venti, forse trentamila di sabato scorso. Hanno piazzato qualche tavolino con un foglio di carta da firmare: una petizione indirizzata direttamente a Vladimir Putin, anzi una richiesta di intervento militare per «salvare» l’Ucraina dai «fascisti» di Kiev.
    È quasi notte. Nella piazza, a tenere compagnia al rivoluzionario bolscevico restano solo due gazebo verdi, una bandiera rossa con falce e martello, due tricolori russi. A centro metri sul lato opposto l’edificio neoclassico del ministero delle Miniere è molto più allegro, con cinque gigantesche luminarie a forma di comete: coda blu, stella gialla. I colori dell’Ucraina, scelti per mettere insieme il cielo e il grano. Due strade in più là, dietro il teatro dell’Opera, lungo il viale Krusciov, otto agenti della milizia e una macchina della polizia sorvegliano da lontano le macchie nere che si muovono intorno a un bidone fiammeggiante, davanti alla sede del Governatorato locale: un blocco enorme plasmato secondo i canoni dell’architettura razionalista. Sulle due gigantesche colonne di cemento armato svettano le bandiere della regione e quella russa. Il tricolore di Mosca copre anche la vetrata di ingresso.
    Vlad è l’unico che parli un po’ di inglese. Ha 42 anni, produce e vende medaglie: minuto, barba in arretrato, giacca militare. Ma non ha nulla di marziale: «Stiamo proteggendo il nostro territorio, lo faremo fino alla vittoria». Ama la Russia, ma dice che i «veri» ucraini sapranno difendersi da soli. Per il momento qui non c’è nulla che ricordi neanche in miniatura i giorni di Maidan, nella capitale. Tre tende da campeggio e anche malmesse: non più di venti militanti. Si vedrà oggi. «Riempiremo questo viale e la piazza Lenin». Vlad e gli altri ne sono sicuri. Per intanto si allontano per strappare qualche ramo nei dintorni e alimentare il fuoco.

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  4. A Donetsk, come a Kharkiv, nell’est profondo del Paese, è inevitabile fare anche altri calcoli. Ci sono ombre russe alle porte di queste città. Ombre che hanno il profilo minaccioso dei 90 Mig, dei 120 elicotteri da combattimento, degli 880 carri armati, dei 1.200 pezzi di artiglieria pesante e delle 80 navi che hanno partecipato a un’esercitazione straordinaria il 26 febbraio (all’indomani della vittoria di Kiev) per ordine del Presidente e del Supremo Comandante in Capo (le maiuscole sono obbligatorie) Vladimir Putin. Una forza complessiva di 150 mila soldati usciti dalle basi Sud-occidentali russe e che sarebbero ancora in movimento lungo il corridoio a ridosso della frontiera ucraina. E Donetsk dista 90 chilometri da quel confine e 700 da Kiev. Non occorre aggiungere altro.

    Che fare allora? Una domanda d’obbligo in Piazza Lenin. Aspettare l’armata di Putin? Proclamare una secessione di fatto? O, semplicemente, continuare a gridare?
    Ombre russe alle porte di una città che sembra più stordita che in allarme. Anche i simpatizzanti di Maidan (e ce ne sono) non si fanno vedere. I leader locali hanno chiesto a tutti di restare a casa, di non raccogliere «provocazioni», probabilmente obbedendo alle raccomandazioni inviate dalla capitale. L’aeroporto è libero e discretamente affollato. Non si vedono presidi militari lungo le arterie principali o agli incroci. Il centro è pulito, con le luminarie sugli alberi nei viali, sulle facciate dei teatri e dei ristoranti. La gente pare preoccuparsi soprattutto del freddo e accelera il passo per rientrare.
    Donetsk non è Kiev, ma non è neanche la Crimea. L’etnia russa copre il 48 per cento su un milione di abitanti; quella ucraina il 46 per cento. Le altre minoranze, dai tatari ai bielorussi, aggiungono qualche sfumatura. I sentimenti di amicizia, di condivisione con il potente vicino toccano anche una parte degli ucraini, così come l’indipendenza di Donetsk, della regione è motivo di orgoglio anche per gli abitanti russi.
    Non è facile per gli europei. Ma non è semplice neanche per Putin. Proprio in questi giorni, per altro, il numero uno del Cremlino ha dovuto incassare una diserzione clamorosa. Rinat Akhemtov, l’oligarca più potente e l’uomo più ricco del Paese, ha rinnegato in modo clamoroso il sodalizio d’affari con Viktor Yanukovich. «Non ho affari in comune con lui e la sua famiglia», ha dichiarato. Ancora fino a metà febbraio Akhemtov controllava tra i 50 e gli 80 deputati (a seconda delle stime) sui 203 schierati con il Partito delle Regioni guidato dall’ex presidente.
    L’imprenditore è di fatto il proprietario materiale di Donetsk. Il tradimento dell’oligarca potrebbe avere un peso se in città e nella regione verrà il momento di schierarsi e contarsi. Fino a quando i suoi miliardi saranno custoditi nelle banche di Londra e del Principato di Monaco, Akhemtov sceglierà l’Europa.

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  5. PURE CUBA...



    Il mondo tiene il fiato sospeso su che cosa fara’ Vladimir Putin nella vicenda ukraina, dopo aver mandato squadre speciali ad occupare due aeroporti in Crimea, nel sud est del paese. Naturalmente John Kerry si era fatto "assicurare" da Mosca che sarebbe stata rispettata la sovranità' di Kiev dopo il cambio al vertice, ma c'era il precedente della Georgia ad "assicurare" Putin che Washington non avrebbe alzato un dito neppure questo caso, e sarebbe una clamorosissima sorpresa se non fosse cosi'. Qualche condanna verbale, e la vita continua. Obama e' ancora li' che si illude che Putin lo aiuti in Iran frenando la corsa di Teheran al nucleare e in Siria contro Assad che stermina gli oppositori e finge di distruggere il suo arsenale chimico. Tanto e' il "pacifismo strategico di Obama", che il protettore di Edward Snowden si e' fatto baldanzoso e ha spostato la “confrontation” russo-americana nell’Atlantico, al sole dei Caraibi, a 90 miglia dalla Florida. Mentre le truppe russe premono e sfondano sul confine ukraino, insomma, una nuova scena di tensione dal sapore di Guerra Fredda si e’ aperta nel porto di l’Havana, a Cuba, dove e’ arrivata una grande nave-spia russa, la Viktor Leonov CCB-175, di quasi 100 metri. A sorpresa, e senza che i media o le autorita’ cubane o russe abbiano dato anticipazioni ne’ informazioni sulla natura della missione, come invece era sempre avvenuto dopo il “disgelo” storico tra le due superpotenze nelle visite precedenti. La nave, della categoria “Meridian Class Intelligence”, in sostanza un vascello-spia, e’ da oggi alla fonda nel porto della capitale castrista, non lontano dalla Cattedrale Russa Ortodossa, nel molo che ospita di solito la grandi navi da crociera. Entrata in servizo nel 1988 nel Mar nero, ha un equipaggio di 200 marinai e porta cannoni con prioiettili da 30 millimetri e missili anti-aerei.
    La Russia, dissolta e travolta dalle difficolta’ finanziarie negli anni 80, dovette ritirare la costosa tutela a Fidel, ma poi le relazioni sono riprese di pari –passo con le ambizioni “imperiali” del nuovo zar Vladimir. Forse ci sono questioni bilaterali, comunque tenute per ora segrete, tra l’Havana e Mosca nella venuta della nave da guerra proprio in questa settimana. Ma la misteriosa missione avviene pure in un periodo di grandi difficolta’ per il piu’ stretto alleato di Cuba nell’America Latina, il Venezuela, i cui rapporti con Putin sono molto stretti, e solidificati da acquisti di armi e petrolio. Da una decina di giorni Caracas, la capitale del paese governato dal socialista Nicolas Maduro con il pugno di ferro ereditato dal predecessore Hugo Chavez, e’ teatro di manifestazioni di studenti e oppositori che protestano per le povere condizioni di vita, anche a rischio della vita: i morti sono stati circa un a decina e oltre 150 i feriti. Il regime e’ appeso alla lealta’ dei generali dell’esercito venezuelano, che finora appare solida e garantita. Ma la nave da guerra dell’amico moscovita di Maduro nelle acque della regione centro-americana manda un segnale inequivoco di “presenza”. Intimidatoria verso l’America di Obama che tifa, sia pure sommessamente, per la nuova Ukraina. E di sostegno a Maduro, perche’ la nuova “internazionale” degli autocrati guidata dall’ex capo del KGB non perda un pezzo importante in America Latina.

    di Glauco Maggi

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  6. Secondo me Putin ha ragione. E non perchè è un grande amico degli italiani e , nonostante le innumerevoli critiche, di un italiano in particolare che ogni tanto lo ospita a casa sua, ma sopratutto perchè ha il gas, e con il gas ci si scalda e si cuoce la pastasciutta.
    Forza Putin, fatti valere e non badare a quello che dice l'ONU, la Crimea è tua ed è giusto che te le tieni, magari quando tutto sarà finito ti farai anche un bel campo da golf con migliaia di buche.
    Biagio

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  7. Vladimir Putin non si sposta di un millimetro. Parlando al pubblico per la prima volta dallo scoppio della crisi ucraina – seduto disinvoltamente davanti ai giornalisti del suo “pool” dal quale sono esclusi praticamente tutti i cronisti stranieri – ha ribadito tutte le sue posizioni. A Kiev è avvenuto un “golpe anticostituzionale con presa armata del potere”, in Crimea “non ci sono truppe russe ma solo forze di autodifesa locale” e comunque la Russia ritiene legittimo il suo diritto a intervenire militarmente per difendere una “nostra repubblica fraterna” dove “i militari russi e ucraini sono dalla stessa parte della barricata”. Chi si aspettava che la tanto attesa apparizione del presidente russo davanti alle telecamere dovesse mandare un segnale di distensione si è sbagliato. Una scrollata di spalle anche rispetto alle minacce occidentali: “Se non vogliono andare al G8 restino a casa”. L’ipotesi di sanzioni economiche contro la Russia “colpirà anche chi le promuoverà”. E il crollo dei mercati e del rublo di lunedì è dovuto a motivi congiunturali maturati nelle scorse settimane, “l’India è molto più colpita di noi” e comunque “si tratta di un fenomeno transitorio”.



    Insomma, nessun cedimento e nessuna apertura a tentativi di mediazione come l’invio di osservatori internazionali, anche se Putin si è rifiutato di rivelare i contenuti dei colloqui con i suoi colleghi occidentali, in quanto “sono confidenziali”. Resta il sillogismo con il quale Mosca si era presentata poche ore prima al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Viktor Yanukovich resta il presidente legittimo e la Russia ha la richiesta scritta del presidente legittimo a far intervenire le sue truppe. Con il consenso già pronto del Senato russo, e “se noi, cioè se io deciderò di farlo sarò nel pieno rispetto del diritto internazionale”. Quanto alla Crimea, “dove non è stato sparato un solo colpo” (smentita dunque la notizia di morti russi che sono serviti da uno dei pretesti per il voto del Senato), le truppe russe non ci sono, e quando un giornalista osa chiedere come mai i militari “senza insegne” che hanno invaso la penisola hanno un’uniforme che assomiglia tanto a quella russa la risposta di Putin è “potere comprarla in qualunque negozio”.



    Ma il più maltrattato è forse Yanukovich, al quale Putin non risparmia critiche: “Non ha nessun futuro politico”, “ha sbagliato tutto”, “è stato sciocco”, “non aveva nessuna chance di vincere le elezioni nel 2015”. Il presidente russo menziona a più riprese di avergli dato dei consigli (come quello di non ritirare la polizia dalle strade di Kiev) che il collega ucraino non ha seguito. Vladimir Vladimirovich arriva a dire di “appoggiare il Maidan” nella rabbia contro la corruzione di “generazioni di politici ucraini”, rimproverando all’ex padrone di Kiev nepotismo e tangenti. “Il muzhik semplice dell’Ucraina ha sempre sofferto, con zar Nicola il Sanguinario come con Kravchuk (il primo presidente dell’indipendenza, ndr)”, e la piazza aveva ragione “a chiedere cambiamenti radicali e non di facciata”. Ma questo Putin “rottamatore” che dichiara di aver dato rifugio a Yanukovich “solo per motivi umanitari, l’avrebbero ammazzato”, non riconosce però alla piazza una volontà propria: “Gli istruttori occidentali hanno lavorato bene”, dice, e da esplicitamente la colpa delle due rivoluzioni ucraine (quella arancione del 2004 e quella di due settimane fa) agli americani: “Sembra che abbiano un laboratorio dove fanno esperimenti sugli ucraini come fossero ratti”.



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  8. Gli Stati Uniti restano il bersaglio principale, e Putin non esclude di poter richiamare l’ambasciatore da Washington come chiesto dal Senato russo, “anche se non mi piacerebbe farlo”. Chi parla di legittimità dell’intervento russo in Ucraina dovrebbe guardare “a quello che hanno fatto gli Usa in Afghanistan, in Iraq, in Libia”: “Hanno ben chiari i loro interessi e poi trascinano dietro tutto il mondo secondo il principio di “chi non è con noi è contro di noi”. L’Europa non viene nemmeno menzionata. E non viene fornito nessun spiraglio diplomatico: per Putin il governo di Kiev è illegittimo, mentre il parlamento che l’ha nominato ha solo una “legittimità parziale”. Il presidente russo pone come condizione il rispetto dei diritti dei cittadini dell’Est ucraino, ma dice di non poter avviare nessun negoziato con i vertici ucraini: “Lì non c’è nessuno al mio livello, non c’è un presidente”. Quello ucraino resta “un golpe” e anche se fosse una rivoluzione come dicono i media occidentali, “una rivoluzione cancella lo Stato precedente e con quello nuovo non abbiamo accordi”.



    Il presidente, secondo questa logica, è Yanukovich, che però “non ha futuro politico” e Putin parla delle prossime elezioni in Ucraina, indette per il 25 maggio, che però è pronto a non riconoscere, temendo anche che a vincerle sarà “un nazionalistaccio, un antisemita”. Le accuse di ultranazionalismo al nuovo potere ucraino vengono ripetute con forza, Putin parla di persecuzioni e pericoli a cui vengono sottoposti i cittadini russofoni del Paese e racconta delle atrocità commesse dai militanti della piazza, che hanno torturato un governatore “che era stato appena nominato, non aveva nemmeno avuto il tempo di rubare” e bruciato vivo un uomo del personale tecnico alla sede del partito di Yanukovich. Contemporaneamente se la prende però anche con la nomina del “cialtrone” Kolomoysky a governatore (leale a Kiev) di Dnepropetrovsk, dicendo che avrebbe “tirato un pacco” nientemeno che a Roman Abramovich, ma si scorda di dire che il nuovo funzionario è leader del Congresso ebraico.

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