mercoledì 26 novembre 2014

LAVORO STATALE

 

Per molti della mia generazione, probabilmente anche per un paio che sono seguite, il posto fisso, statale, ha rappresentato una meta agognata da conseguire con tutte le forze.
La spinta veniva dai nostri genitori, usciti dalla guerra e cresciuti fra mille incertezze e difficolta'.
Avrei potuto arrivarci, insegnando ed. fisica a scuola, sono sempre stato contento di essermelo evitato anche se, col passare degli anni e l'avvicinarsi del catetere, qualche dubbio, ogni tanto, affiora.
Per questa ragione ci ritroviamo con un baraccone statale che impiega il doppio del personale che serve, rendendo cosi' difficilissimo ogni discorso di ripresa.
La ragione, ovviamente, non e' solo questa, ma diciamo che una buona fetta di responsabilita' e' anche figlia di quelle sciagurate scelte.
A Cuba, fino a pochi anni fa, il lavoro statale era la sola possibilita' di impiego.
Ora, col lavoro por cuenta propria le possibilita' si sono ampliate.
I salari medi cubani li conosciamo.
Prima della caida del blocco socialista, basta parlare con chi c'era, il salario era piu' che sufficiente.
Tutto costava poco, c'era la libreta piu' ricca di come e' oggi e il lavoratore cubano vedeva il proprio salario arricchito di un minimo di valore.
Valore che gli veniva conferito dal lavoratore sovietico, tedesco orientale, ungherese, bulgaro, polacco e cecoslovacco che si faceva il mazzo per mantenere tutta la compagnia cantante dell'isola.
Ivan pasava trabajo sotto la neve nella tundra, mentre Pedro beveva ron y cerveza al sole del Caribe in compagnia di qualche bella femmina.
Dal 91' in poi le cose sono cambiate; prima il periodo especial, poi noi e la puteria e quindi le incerte riforme di Raul finalizzate al disperato tentativo di fare cassa.
Oggi il valore del salario cubano lo conosciamo.
Nessuno puo' anche solo lontanamente, pensare di vivere con 17/15/20 cuc al mese, mentre un paio di jeans costa 35.
Quindi la gente lavora perche' 15 cuc sono meglio che un calcio nelle palle, lo fa al minimo sindacale di impegno (come faremo noi al loro posto) trasformando il luogo di lavoro in un lugar dove poter hacer ogni tipo de negocio magari, quando possibile, sgrafignando tutto cio' che e' possibile.
Poi c'e' il lavoro privato che sta' prendendo piede e a cui spera di rivolgersi, in attesa di poter salpare per altri lidi, ogni giovane cubano.
Un esempio concreto, come sempre.
La mia fanciulla ha una carissima amica, una bella Jawa', che faceva la commessa in un negozio del centro.
L'hanno promossa a Jefe e controllora del lavoro di altri.
Quindi molte responsabilita' in piu' e l'obbligo di tornare a fare la commessa quando c'era un buco da tappare a causa della solita lavoratrice che “se siente mal”.
Un paio di cuc in piu' al mese di salario, che comunque non arrivava a 20, e molte rogne in piu'.
Questo comportava anche cazziatoni a non finire da parte dei suoi superiori a cui si rifiutava di darla.
Un giorno accompagna un'amica nel paladar piu' importante della citta', quello piu' grande che lavora di piu' e meglio.
Una volta arrivate al colloquio la duena comunica che servono 2 cameriere e non una e le propone il lavoro.
Lei e' bella ed e' abituata ad aver a che fare col pubblico.
Settanta pesos al giorno piu' le mance, 2 giorni di lavoro e 2 a casa, praticamente 15 giorni di lavoro al mese.
Quando lavora almuezo y comida incluidi.
La fanciulla chiede subito la baja e pochi giorni dopo inizia a lavorare, il primo giorno fra salario y propinas porta a casa 7 cuc.
In un giorno.
Certo il suo aspetto fisico le ha aperto la porta, se una e' messa in modo differente deve tenersi il lavoro che ha senza fiatare mettendo da parte sogni e speranze.
Il lavoro statale che, fino a poco tempo fa, era un punto di partenza, (ed in parte continua ad esserlo visto che non e' piu' neanche facile trovarlo) oggi e' diventato un ripiego in attesa di un lavoro migliore e di tempi meno nebulosi.

10 commenti:

  1. LE 148mila assunzioni nella scuola previste dalla Buona scuola di Renzi potrebbero creare anche problemi per il governo. Porteranno in cattedra “precari” che non hanno mai insegnato lasciando fuori supplenti che hanno insegnato per anni. Dal 3 settembre scorso, cioè da quando il premier in persona ha illustrato le linee principali della sua riforma della scuola, i tecnici del settore hanno cominciato a fare le pulci al dossier confezionato da due fedelissimi del presidente del Consiglio. E adesso cominciano a venire fuori le prime crepe. Il Piano prevede che vengano assunti tutti i precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, più coloro che sono ancora inclusi – vincitori di concorso e semplici “idonei” all’ultima selezione del 2012 – nelle graduatorie dei concorsi ancora valide.

    In totale, secondo i calcoli sciorinati nel documento, sarebbero 148mila e 100 i precari che si vedrebbero aperte le porta della cattedra fissa, coloro che servirebbero a formare il cosiddetto organico funzionale d’istituto. Un numero complessivo di insegnanti che dovrebbe servire a risolvere una serie di problemi atavici nella scuola – balletto di supplenti ad anno scolastico in corso, continuità didattica per le classi e i portatori di handicap e certezza delle risorse di personale su cui possono contare le scuole per programmare le proprie attività – oltre che ad incrementare l’offerta formativa con l’educazione motoria, l’educazione musicale e la storia dell’arte. Ma anche a sostituire gli eventuali esoneri dei vicari, sostenere gli alunni in difficoltà e potenziare le cosiddette eccellenze.


    Chi ha studiato a fondo la questione, però, si è accorto immediatamente di una incongruenza: a settembre, verrebbero assunti anche "supplenti" inseriti nelle graduatorie provinciali che di precario hanno davvero poco, visto non hanno mai insegnato. Basta fare qualche esempio per comprendere la questione. A. M. V. è inserita nella lista dei precari di Napoli per insegnare Italiano, ma all'età di 60 anni figura in graduatoria con soli 11 punti: quelli attribuiti all'abilitazione. E la docente è in buona compagnia perché E. A., che di anni ne ha addirittura 62, è inclusa nella stessa provincia per insegnare Inglese. Ma anche lei non ha mai insegnato. Il record spetta però a M. C. S. che fra qualche settimana spegnerà 65 candeline è, se il premier Renzi manterrà la promessa fatta, potrebbe coronare il sogno di entrare di ruolo per insegnare Disegno e Storia dell'Arte in provincia di Palermo, senza avere mai insegnato. Contemporaneamente, verrebbero lasciati fuori migliaia di precari inseriti nella seconda fascia delle graduatorie d'istituto, che hanno invece insegnato per mesi e, in alcuni casi, anche per anni. Come risolvere il problema dopo che il governo ha scritto nero su bianco che l'organico funzionale sarà formato da tutti, non uno di meno, gli inclusi nelle graduatorie?

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  2. C'è già chi pensa a modificare il punto in questione e chi vorrebbe allargare le assunzioni anche ad una parte degli inclusi nelle graduatorie d'istituto. Ma per farlo occorre avere la copertura finanziaria. Fatto sta che tra pochi mesi alcuni fortunati che stazionano nelle parti basse delle graduatorie provinciali ad esaurimento si potrebbero vedere catapultati in cattedra senza nessuna esperienza. Per fare parte delle graduatorie provinciali bastava infatti avere superato le prove di un concorso pubblico. Anche quello del 1990, cioè di un quarto di secolo fa. Insomma, non c'è nessuna garanzia che gli inclusi nelle graduatorie siano effettivamente precari della scuola.

    I numeri possono darci qualche informazione in merito. Il documento governativo parla di 14mila incarichi per supplenze annuali conferiti ogni anno nella scuola. Si tratta di supplenti che occupano posti vacanti e vengono stipendiati per dodici mesi: anche nei mesi estivi, quindi. Ci sono poi circa 10mila precari, non inclusi nelle graduatorie ad esaurimento, inseriti nelle graduatorie degli ultimi concorsi. E ancora, un numero non ben determinato di supplenti che coprono i cosiddetti spezzoni di cattedra: 10, 12, 15 ore a settimana. Se fossero accorpati per formare cattedre complete darebbero luogo a 26mila posti. Si tratta con più probabilità di 30/35 mila supplenti che coprono i 26mila posti in questione.

    In totale si tratta di 55/60mila precari che lavorano ogni anno nella scuola. E i restanti 88mila inseriti nelle graduatorie? Alcuni riescono ad acciuffare una supplenza fino al termine delle attività didattiche per sostituire colleghi assenti per un anno: distacchi sindacali, aspettative per motivi di famiglia e di salute oppure i colleghi in part-time. Ma sono comunque tantissimi coloro che si ritroverebbero a scuola, magari non più giovanissimi senza un giorno di insegnamento alle spalle. Potrebbero essere un numero variabile tra 25mila e 40mila. Di contro, rimarrebbero fuori dalla mega-infornata prevista dal Piano-Renzi tutti i supplenti d'istituto che hanno lavorato anche per anni.

    Si tratta di precari, anche abilitati, che non sono più riusciti ad inserirsi nelle, liste provinciali perché nel 2006 l'allora ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, trasformò le graduatoria da permanenti ad esaurimento bloccando gli ingressi. E che vengono reclutati dalle graduatorie d'istituto, dov'è possibile ancora inserirsi ogni tre anni. Il loro numero non è definito. Per la buona scuola si tratta di un milione e 800mila contratti - stipulati anche per un solo giorno - a favore di 112mila diversi soggetti che in genere lavorano per meno di un mese all'anno. Ma le supplenze per maternità - che rientrano tra quelle "brevi" possono durare anche 6 mesi e più. Se il milione e 800mila contratti annuali per supplenze brevi venissero ridotti a contratti per cattedre complete, assommerebbero circa 20mila precari, che rimarrebbero fuori dal mega-piano di assunzioni previste dalla Buona scuola.

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  3. La metafora di Ivan e Pedro mi ha fatto cappottare.

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  4. Oggi come oggi in Italia il lavoro statale è una grande certezza, vuol dire futuro certo, poi di tutti gli aspetti negativi (fannulloni, assenteismo, raccomandati,ecc) ne possiamo parlare, ma per chi lo fa con onestà e dedizione ( e ce ne sono che lo fanno) è una manna dal cielo, il problema è che il lavoro statale in Italia sta finendo, per via dei blocchi del turn over e delle casse inps vuote. A Cuba se avessero un minimo di voglia di lavorare, con tutta quella terra che hanno, non dico che diventerebbero miliardari, ma di certo se la passerebbero meglio, mi piange il cuore ogni volta che faccio Havana-Santiago in auto vedere tutto quel ben di dio di terreni abbandonati, quando potrebbero essere una "miniera d'oro" se venissero lavorati e sfruttati, ma capisco anche che la presenza dello Stato cubano tra i coglioni non invoglia.

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  5. Concordo e aggiungo che la terra richiede molta voglia di lavorare. . .

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    1. grande Milco, e con questo hai detto tutto.

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    2. I giovani, anche in Italia vanno incentivati per occuparsi della terra.
      Figurati a Cuba dove tutto o quasi si deve fare con le mani.

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  6. Ora ci sono le cooperative. Ciao Giuseppe

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