lunedì 22 dicembre 2014

BOCCE FERME

 

Come ricorda spesso il mio Presidente di regione nonche' ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, il piemontese, avendo una lunga tradizione di bocciofile, e' abituato a fare le cose ed a esprimersi a bocce ferme.
La scorsa settimana il blog, derogando un po' dalle sue prerogative ludiche, ha cercato di fare informazione riguardo il riavvicinamento fra Cuba e gli Stati Uniti.
Questa settimana, ora che le bocce si sono fermate, cerchero' di dare una chiave di lettura in prospettiva.
Interessante e' stato il vedere come la nostra genuflessa stampa nazionale si sia accorta di Cuba.
Ho letto articoli deliranti ma anche divertenti da parte di chi scrive da Miami o cerca di fare un pezzo a seguito di una telefonata fatta a qualcuno che vivrebbe a La Habana.
Anche perche' non mi pare che le nostre maggiori testate abbiano corrispondenti fissi nella capitale.
He letto che Raul e Fidel sarebbero in disaccordo sui nuovi avvenimenti, che la gente fa' festa da giorni, che molti parlano di tradimento ideologico, che c'e' chi si aspetta, come sempre, che il grano piova dal cielo ecc...
Diciamo che sono stati fatti dei grandi passi avanti, che sono state gettate le basi per la normalizzazione delle complicate relazioni diplomatiche.
La riapertura delle rispettive ambasciate vuole intanto dire una cosa; il fallimento di oltre 50 anni di politiche americane nei confronti dell'isola.
Lo scambio di ambasciatori, oltre ad essere un riconoscimento reciproco del diritto di esistere, significa chiaramente l'accettazione dei governi e delle ideologie dall'altro paese.
Questo vuol dire che gli Stati Uniti prendono atto che avranno rapporti diplomatici con la Cuba dei Castro, la Cuba socialista e Rivoluzionaria.
Gia' di per se questa e' una vittoria impensabile per la maggiore delle Antille.
Una delle poche cose condivisibili che ho letto in questi giorni e' legata al fatto che Raul, il suo discorso al paese, lo ha fatto in divisa militare, con tutti i gradi e le mostrine in bella vista.
Come per dire ai cubani; “riapriamo con quelli la', ma lo facciamo da pari a pari, da paese socialista e senza che nessuno si permetta di mettere in dubbio la nostra forma di governo”.
Le tempistiche nelle quali si manifesteranno i cambiamenti non credo siano brevissime.
Questo puo' essere un bene per Cuba, se i cambi saranno diluiti in un tempo ragionevole saranno anche meno traumatici.
Il congresso americano, da gennaio sara' a maggioranza repubblicana, potrebbe essere un problema, ma anche no.
La differenza ideologica fra democratici e repubblicani negli Usa e' molto labile, se gli interessi economici, come pare, saranno prioritari allora il bloqueo sara' tolto senza troppe menante.
Money is money.
Magari inizieranno mitigandolo un po' per poi toglierlo in un secondo momento, giusto per non dare l'impressione di darla tutta vinta agli odiati fratelli.
Il cubano, dal canto suo, e' molto piu' scafato di come lo hanno dipinto i nostri giornali.
E' abituato ad attendere e conosce i tempi delle riforme del suo paese, anche se Raul ha, fino ad oggi, mantenuto tutto quello che ha promesso.
Ci vorra' del tempo, ma almeno nel breve, non prevedo nessun assalto alla diligenza.
In fondo non si tratta di cambi economici che devono avvenire all'interno dello stato cubano, ma di decisioni che deve prendere la controparte americana.
Se e quando avverra', allora i benefici saranno nel breve, con un'invasione di turisti americani e nel lungo con l'arrivo di ingenti investimenti.
Non sara' piu' la Cuba di prima e di ora ma tutto avverra' all'interno del contesto di un socialismo sostenibile che si apre, inevitabilmente, verso un futuro che sara' diverso dal passato.
La storia va' sempre avanti e non si puo' fermare.
I cubani aspettano da decenni ed e' anche giusto che possano vedere cambiare le cose.
I cambi avverranno pero' con calma, a bocce ferme.
Se poi le cose cambieranno in meglio o in peggio e' ancora una storia tutta da scrivere.

28 commenti:

  1. Tutti i pomeriggi verso le cinque Fidel Castro beve un grande bicchiere di spremuta d'arancia e mangia qualche sedano: agenti antiossidanti contro il cancro e un toccasana per la malattia che lo ha portato due volte, nel 1992 e nel 2006, a un passo dalla morte. La diverticolite nell'intestino. Arance e sedani, come moltissime altre cose vengono prodotti in loco, nella grande fattoria, si chiama "Punto Cero", che circonda la sua villa dell'Avana, quartiere di Siboney. L'abbiamo intravista ieri sbirciando oltre la vasta vegetazione che l'abbraccia. La strada che gira intorno alla fattoria della famiglia di Fidel è l'unica senza traffico in città. Ogni cento metri una videocamera di sicurezza. Tre accessi con la sbarra e il gabbiotto dei soldati. Praticamente è un fortino e se, per caso, qualcuno si ferma in meno di due minuti arriva la macchina della polizia. Prima chiedono i documenti, subito dopo danno l'ordine di sloggiare in fretta. C'è anche il cartello che proibisce di scattare fotografie.

    Che il potere debba essere invisibile e superprotetto è da sempre una prassi dell'anziano líder maxímo. Così a pochi giorni dalla svolta di Obama e Raúl, in assenza di dichiarazioni ufficiali, sul pensiero del patriarca si può soltanto speculare. Deve averlo saputo qui, dietro questi enormi alberi, il fogliame e la recinzione che nascondono tutto. Nel suo studio o nel salotto, dove il fratello Raúl  -  questo è certo  -  si reca spesso a salutarlo.

    La casa di Raúl, si chiama "La Rinconada", invisibile come quella di Fidel, è a meno di mezzo chilometro in linea d'aria. Come, sempre a meno di mezzo chilometro, c'è il Cimeq, la clinica super accessoriata per i dignitari del regime dove venne operato per tre volte Hugo Chávez. E dove probabilmente il caudillo venezuelano morì prima di essere riportato a Caracas. Molti dettagli riservati della vita di Fidel li ha rivelati in un libro  -  "La vie cachée de Fidel Castro"  -  uscito a Parigi qualche mese fa, un bodyguard della sua scorta, Juan Reynaldo Sanchez, fuggito in Florida nel 2008. Le descrizioni sono abbastanza eccezionali. Secondo Sanchez, "el Caballo", vecchio soprannome popolare del leader, governava l'isola come un signorotto medievale cui ogni cosa era permessa. Case in ogni dove, zone riservate per la caccia e per la pesca (Fidel adorava quella subacquea), e "Punto Cero", dove si produce tutto quello che lui e la sua famiglia mangiano, comprese le mucche per il latte di tutti giorni su un'isola dove per decenni tutti gli altri hanno bevuto solo quello in polvere che arrivava dall'Urss.

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  2. Fidel ha sempre giustificato la più assoluta segretezza con la necessità della sicurezza sua e della sua famiglia. Necessaria per la serie di attentati falliti - ma molti sono inventati dalla propaganda - che ha subìto dalla Cia. Ma è ovvio che c'è molto di più: l'invisibilità incute terrore e innalza il mito dal resto dei mortali.
    Sull'Avana splende un tiepido sole, è alta stagione, il dolce inverno dei Caraibi: "Tra due mesi avremo le Marlboro", dice il proprietario di uno dei tanti piccoli caffè privati all'aperto nelle strade intorno al vecchio centro coloniale della città sorti con le riforme economiche promosse da Raúl. Ma intorno a lui gli avventori sperano in molto di più. Si va dal famoso slogan di Deng ("Compagni arricchitevi ") che fece esplodere l'economia cinese al "Benvenuto Mr. Marshall", l'imponente programma di aiuti americani all'Europa della post guerra contro il nazismo. In molti sono convinti che inizia un'altra era, senza la povertà e le carestie che hanno scandito i lunghi anni dell'avventura socialista. Arriveranno gli yankee e gli investimenti per ricostruire le facciate sfregiate dei palazzi, l'asfalto scassato delle strade e i marciapiedi butterati. Ma soprattutto arriveranno nuove opportunità di affari e lavoro per tutti.

    Nelle stanze del potere le cose non stanno esattamente così. È la pace dei vincitori quella che Raúl vuole firmare con l'America tenendo ben lontani i vinti, la vecchia cricca degli anticastristi sconfitti che stanno a Miami, dagli eventuali prossimi bottini economici. E per questo tanti pensano che dietro alle mosse del fratello ci sia la celebre astuzia di Fidel che, di certo, non può non gioire di fronte a un presidente americano che, finalmente, riconosce in mondovisione che l'embargo e tutta la politica degli Stati Uniti verso la sua Cuba sono stati un clamoroso, quanto inutile sbaglio.

    È come se attraverso Raúl, che si assume tutti i rischi di un gesto che forse lui non avrebbe potuto compiere, Fidel abbia vinto ancora una volta. Come quando scese dalla Sierra o come quando respinse, in tre giorni di guerra, l'invasione della Baia dei Porci. Ha vinto ancora, ora che l'America non si propone più di abbattere con qualsiasi mezzo disponibile né lui, né l'eredita che ha lasciato. Ma vuole collaborare perché "Somos todos americanos". Anche se fosse l'ultima è la sua vittoria più bella perché nessuno sta più chiedendo all'isola che conquistò con la guerriglia all'alba del 1959 di cambiare regole per essere accolta nel consesso internazionale. Il partito unico, la censura alla stampa, la caccia ai dissidenti prima o poi finiranno. Ma finiranno quando lo decideranno Raúl e gli oligarchi dell'esercito che lo circondano, o i loro eredi, e non perché lo pretende, affamandoli e combattendoli, il nemico di sempre.

    La morale piaccia o non piaccia sta qui. Per questo molti repubblicani Usa e i congressisti cubani della Florida sono furibondi. Il regime di Cuba li ha messi ancora una volta fuorigioco. Non contano nulla, come gli sconfitti di ieri, in questa partita. Allora da qualche parte in questa storia ci dev'essere la leggendaria sagacia politica del "Caballo" che morirà nel suo letto di "Punto Cero" dopo aver fatto per decenni di quest'isola quello che ha voluto.

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  3. Sicuramente non sarà una cosa immediata. Stefano

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  4. Ciao MIlco,
    credo sia solo una coincidenza, ma questo weekend ho ricevuto una proposta di collaborazione dall'havana riguardo il mio lavoro.

    Purtroppo non posso andare giù per approfondire il discorso ed il pericolo di una gestione solamente epistolare può essere deleteria, ma tant'è.

    Qualcosa si muove...

    Simone

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  5. Speriamo bene. I migliori auguri

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  6. Si va verso un socialismo modello cina o vietnam sempre con il partito unico.meglio cosi piuttosto che un cambiamento totale.paolino.

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  7. Speriamo anche se questi paesi non hanno a novanta miglia un vicino ingombrante

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  8. ci vorranno anni perchè le relazioni tra i due paesi siano distese. Ciò implica necessariamente la cancellazione non solo del bloqueo, ma anche della legge di ajuste e la restituzione di guantanamo. Considerato che anche i democratici sono affetti da arroganza acuta verso cuba, almeno le ultime due richieste cubane non saranno esaudite in pochi anni, qualsiasi sia il partito vincitore delle elezioni legislative.

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  9. Guantanamo scordiamocelo...gli USA pagano a Cuba ben 4000 dollari all'anno....
    Dinero che Cuba non ha mai riscosso.

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  10. L'AVANA - Nessuni ti fa la domanda, anche se è negli sguardi. Nessuno ti chiede se sei venuto per il funerale della rivoluzione, o per la festa della pace. Per tutte due, è evidente, avresti voglia di rispondere. Senti subito l'interrogativo silenzioso, insistente, colmo d'ansia, anche negli incontri casuali. Chi ha vinto e chi ha perso? Vorrebbero saperlo persino a Miramar, quartiere dell'Avana privilegiata, dove abita gente benestante di solito convinta di sapere anche quel che non sa. Ha vinto la ragione, è altrettanto evidente. Questa è l'altra mia risposta.
    Barack Obama ha la sua parte di quella ragione: cerca di liberarsi di una sinistra persecuzione durata troppo a lungo, che non fa onore al suo paese. Raúl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale. Di solito chi fallisce subisce un'altra sorte. Armato pure lui di una parte di ragione, per ora l'ha scampata. Ma siamo soltanto all'inizio.

    Nel '61 capitai a Cuba in primavera. Poco dopo fu proclamata la Repubblica socialista. Il manto comunista che avrebbe senza preavviso di lì a poco avvolto l'isola, le sue piantagioni di canna da zucchero, la sue spiagge splendide, le belle chiese barocche e i più eleganti quartieri del continente latino americano all'Avana, prima che quella scelta politica fino allora nascosta diventasse ufficiale, visitai il paese pensando ai generosi progetti di Fidel Castro, guerrigliero sulla Sierra Maestra. Nel mezzo secolo che seguì la storia dell'isola ha imboccato un'altra strada. Un ritorno a quelle origini è impossibile. Ma è comprensibile che in queste ore prevalga la fretta di conoscere il futuro immediato, che potrebbe essere, col tempo, non tanto dissimile da quello progettato mezzo secolo fa e poi tradito. Un'altra utopia?

    Dopo l'annuncio che ha tolto il fiato a mezzo mondo pur essendo atteso da tempo, si aspettano i fatti e le incognite sono tante. E' già buio e la città è ancora in preda a un'agitazione nevrotica. C'è folla anche sui viali residenziali di solito deserti a quest'ora. E' tuttavia meno fitta di ieri.
    Gli attempati vicini spiegano a me straniero come il cerchio che strangolava l'isola si sia spaccato. La conversazione è sempre più accesa sul marciapiede nell'attesa di un taxi, tra un'orda di turisti europei di Natale. Non credo si parlasse fino a pochi giorni fa di politica ad alta voce in pubblico. Ma l'opinione dei presenti, associatisi di slancio alla conversazione, è favorevole all'"abbraccio" tra Barack e Raúl, tra l'America e Cuba, e quindi non spiacerebbe certo al potere che l'ha voluto. Quando affiora tuttavia la questione dei 250mila e più esuli cubani di Miami qualcuno esita. Tace. Torneranno? E se torneranno cercheranno di recuperare i loro beni? E accetteranno il potere che si dice ancora comunista? E come sarà la concorrenza americana negli affari? Nessuno chiede se i fratelli Castro reggeranno alla svolta. Non è il caso nonostante la tolleranza poliziesca di questo particolare momento. Certi argomenti guastano l'entusiasmo.

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  11. Adesso riassumendo i pareri raccolti in vari posti e occasioni nella città emerge il dubbio, creato dai tanti punti che restano oscuri. Un dubbio che non annulla, scalfisce soltanto, la gioia iniziale del 17 dicembre quando Barack e Raúl hanno detto, uno a Washington e l'altro all'Avana, che era giunto il momento di farla finita con il conflitto di cinquant'anni. Molti cubani adesso dicono "Barack e Raúl", come se fossero loro vecchi amici. E Fidel? L'impressione è che se ne parli poco, come se fosse stato inghiottito dal passato. Dalla storia.

    La pace, quando scoppia, la si festeggia comunque. Poi, dopo il primo grande senso di sollievo, sorgono sentimenti più sfumati. Anche su chi sono i vinti e chi sono i vincitori. Degli uni e degli altri ce ne sono sempre in un conflitto che sta per finire. I colpi di scena, fino a pace fatta sul serio (in questo caso la fine delle sanzioni economiche) sono sempre possibili. La fragilità economica relega il regime cubano nel campo dei vinti. E tuttavia la svolta è stata gestita, almeno per il momento, da quel regime. La sopravvivenza politica è già un successo. Una vittoria, ma effimera. Il processo è appena iniziato e le scosse politiche al vertice non sono da escludere.
    Fatte le debite proporzioni uno pensa alla Cina che pur dichiarandosi comunista applica l'economia di mercato, e che ha stretto rapporti con gli Stati Uniti mentre armava il Nord Vietnam in guerra con gli Stati Uniti. Paragonare il piccolo, sgangherato comunismo tropicale con la grande Cina può far sorridere. Il fatto che il comunismo, o quel che si ritiene tale, non costituisca più un avversario, o non rappresenti più un'alternativa, dà alla odierna vicenda di Cuba un valore soprattutto simbolico. Un coriandolo rispetto alla super potenza asiatica. Ma qualche similitudine c'è. Non sono simboliche le sofferenze di uomini e donne per la simultanea responsabilità del regime locale e delle sanzioni imposte dal vicino e ricco colosso americano. Così come non è simbolica, ma grottesca, l'insistenza dei repubblicani che al Congresso di Washington esitano o rifiutano di togliere l'embargo obsoleto e vendicativo contro Cuba.

    La rivoluzione è agonizzante da tempo. L'alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace. Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l'intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia. La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l'ha capi- to e cerca di chiudere il capitolo.

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  12. Nella primavera di 53 anni fa, nell'aprile del 1961, percorrevo le stesse strade buie di adesso venendo dall'aeroporto. Sul taxi ascoltavo alla radio la forte voce di Fidel che processava in pubblico i controrivoluzionari sbarcati e catturati sulla Playa Giròn e la Playa Larga, nella Baia dei Porci. Li aveva armati e mandati la CIA, e Fidel chiedeva cosa se ne dovesse fare. La gente scandiva "al muro". I "cusanos" (i "vermi" come li chiamava Fidel), i prigionieri, furono poi scambiati contro 53 milioni di dollari, dei prodotti alimentari e sanitari. In gennaio gli Stati Uniti avevano rotto i rapporti diplomatici con Cuba. L'America di Kennedy fece una figuraccia. Fidel sbandierò la sua vittoria. Il pigmeo cubano umiliò allora il gigante americano.
    La rivoluzione cubana ebbe un inizio romantico. Fidel, il Che, Camillo Cienfuegos affiancati hanno acceso le fantasie non soltanto rivoluzionarie. Avevano profili da divi di Hollywood ed erano dei guerriglieri audaci e colti. Camillo morì presto in modo non chiaro, il Che fu ucciso in Bolivia, Fidel fu un dittatore longevo e non certo rispettoso dei diritti dell'uomo che aveva predicato sulla Sierra Maestra. Ma nonostante le sue prigioni fossero popolate di oppositori politici, usufruì sempre di una certa indulgenza. La sfida alla superpotenza, invasiva, arrogante, assolse spesso le sue alleanze con i dittatori comunisti sparsi nel mondo. Le giustificò come inevitabili, anche se non lo erano. In particolare l'intesa interessata con l'Unione sovietica che comperava lo zucchero invenduto. Il comunismo tropicale conservò anche nei suoi momenti peggiori (ad esempio la persecuzione dei gay nel mezzo dei Sessanta) molte simpatie.

    Barack ha capito che malgrado le colpe di Fidel l'isolamento diplomatico e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti erano puro sadismo. Erano una punizione indegna. L'isola immiserita (e pur sempre invasa da turisti benestanti e non, affascinati dai suoi abitanti e le sue bellezze naturali) era il teatro di un'utopia fallita, alimentata anche dall'orgoglio. Visto da vicino era lo spettacolo triste di un orgoglio stanco e tarato da mille furbizie indispensabili per sopravvivere. Ma quell'orgoglio, al contrario dell'economia sempre più debole, dava energia. Di quel sentimento ha approfittato, con l'ausilio della polizia, il gruppo dirigente, attorno ai fratelli Castro. Fratelli sempre uniti ma di recente costretti a una diversità dei ruoli imposta dall'emergenza.

    Raùl, 83 anni, il fratello minore di Fidel, che di anni ne ha 88, è approdato a un pragmatismo che lo allontana dagli ideali e lo spinge a guardare al concreto. Vale a dire al dollaro. Non è una svolta volgare, un tradimento, è la saggezza. Il paese soffre. Non può più essere il teatro di una rivoluzione con la sola prospettiva della bancarotta. Con la fine degli aiuti dell'Unione Sovietica l'economia cubana è crollata del 40 per cento. Ed ora, con la crisi che attanaglia il Venezuela, dove non c'è più il generoso amico Chavez e il prezzo del petrolio precipita, anche gli aiuti latino americani vitali sono praticamente finiti. Cuba era sempre più sola. L'abbraccio alla super potenza è la via di scampo. Per ora avviene con dignità. Raúl non rinnega formalmente il comunismo, cui si richiama tuttora con retorica clericale. Salva così l'orgoglio e soddisfa il fratello Fidel, indebolito dalla malattia e ritiratosi nella Storia. Forse lo risentiremo. Non è escluso che parli ancora dalle rovine della rivoluzione. Ma la sua voce arriverà dal passato.

    BERNARDO VALLI

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    1. Secondo me è la voce di Bernardo vallo ad arrivare dal passato,manco sa che dice gusanos non cusanos ciao.

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  13. Giornalisti italiani.....cosa vuoi pretendere?

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  14. O.T.
    Ma che gol ha preso il Napoli.....?

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  15. O.T.
    Questi sono i consigli primari di viaggio che ha inserito Cubacenter sul suo sito in questi giorni.
    Ha collaborato alla stesura anche il vostro umile scriba.
    http://www.cubacenter.it/consigli_di_viaggio

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  16. Ci stanno triturando Milco...goal di Tevez da comiche..
    Marco

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    1. Cazzo quella non e' una difesa....e' un citofono!

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  17. Una finale non puoi prendere un goal così Koulibaly e Albiol comici ma la follia è il passaggio di Lopez...Rafa mica reagisce subito non sia mai stessi 11 in campo
    Marco

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  18. Tevez e Buffon grandi giocatori. Paolino.

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  19. Pareggio del Pipita dopo il capolavoro di Tevez.

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  20. Siiiiiiiiiiiii Paolino.

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  21. Mi e' scappato il gufo dalla gabbia......

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  22. Seriamente parlando e' stata un'incredibile lotteria....
    Comunque io uno come Pirlo non lo toglierei mai neanche zoppo.

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  23. Io temo Milco la nuova Cuba mi piacerà di meno..trovo molto interessante un articolo di Repubblica in cui si parlava di una Cuba stile Panama versione socialista..ancor più vera la tua considerazione su differenze tra repubblicani e democratici...il buisness abbatte ogni ideologia
    Marco

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  24. Non dobbiamo avere paura del futuro ma muoverci in funzione di viverlo meglio.

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