martedì 8 settembre 2015

SENZA ASILO


Vi confesso che prima di mettere questa foto ci ho pensato a lungo.
Questo blog rappresenta, per me che lo animo e per voi che lo seguite, un momento di svago e di divertimento.
Si tratta di 10 minuti di evasione dalla vita, non sempre facile, in cui siamo immersi ogni giorno.
Oddio, per qualcuno e' diventato un'ossessione, ma qua' si entra in campi terapeutici che poco mi competono.
Lascio fuori, quando possibile, le miserie del quotidiano perche' Cuba, per molti di noi, rappresenta l'angolo sereno e felice delle nostre vite.
Questo a prescindere dal livello di vita del nostro vissuto italiano.
Il titolo del pezzo l'ho preso in prestito dal Manifesto, da quelli bravi c'e' sempre da imparare.
Senza asilo perche' a quel bambino nessuno ha regalato una nuova patria, non potra' iniziare il percorso scolastico come e' accaduto, accade ed accadra' ai nostri figli.
Fra l'altro l'immagine e' stata “costruita”, il bimbo e' stato rinvenuto vicino ad una scogliera e portato sulla battigia per poter scattare la foto.
Non voglio giudicare un gesto simile perche', pare, che questa foto abbia scosso le coscienze, grazie a quel povero bimbo qualcosa si stia muovendo.
Non voglio neanche entrare nel merito di questa enorme tragedia, causata dai nostri paesi quando si e' deciso che i governi degli stati da cui quei poveracci stanno fuggendo, non andavano piu' bene.
Anche perche' poi arriva il cretino di turno a dire; “perche' non li prendi a casa tua?”.
Solo piantiamola di chiamarli migranti, ha ragione Bono, sono profughi, punto e basta.
Non so se ci sia ancora ma, fino a qualche anno fa, fuori dall'aeroprto Jose' Marti' de La Habana c'era un grande cartellone con scritto piu' o meno “Anche oggi “tot” bambini, nel mondo sono morti di fame, nessuno di loro e' cubano”.
E' un cartellone che mi ha sempre messo i brividi addosso ma anche riempito di orgoglio per quello che Cuba e la sua Rivolucion, coi pochi mezzi a disposizione, spesso, con le pezze al culo, hanno fatto per l'infanzia.
Possiamo dire quello che vogliamo, sventolare o meno la bandierina ma e' fuori dubbio che a Cuba i bambini, ancora prima che nascano sono una priorita'.
Nessuno viene lasciato indietro.
Le madri in dolce attesa hanno consultori a disposizione, medici che ad intervalli regolari vengono a casa per rendersi conto sul come si evolve la gestazione.
Un volta nati, nella libreta le madri hanno tot litri di latte al mese e quello che serve per quel periodo cosi' delicato.
Poi i bimbi crescono e vanno prima all'asilo e poi a scuola.
Un sistema educativo che, pur con tutti i limiti di cui spesso parliamo, garantisce ad ogni bambino di poter crescere sereno e circondato dall'affetto della famiglia e/o di chi si occupa di lui.
Nessun bambino cubano, di questo piccolo paese del terzo mondo, finira' mai su una spiaggia buttato come un cencio.
Nessun fotografo immortalera' mai una scena simile perche' nessun bambino cubano scappa da una guerra e da tagliagole pronti a rubargli l'infanzia.
A Cuba non ci sara' tanto benessere ma le scolaresche gioiose e felici le vediamo tutti.
Fosse anche solo per questo e' valsa la pena fare una Rivoluzione.
I bambini sono il futuro del mondo, DEVONO avere un futuro davanti, una scuola, dei sogni, la prima fidanzatina e il primo bacio.
Devono crescere in un'ambiente sano e diventare le colonne del mondo che consegniamo alle future generazioni.
Non sono padre, ma credo che quella foto abbia colpito la coscienza e il cuore di chiunque abbia scelto di dare una continuita' alla propria stirpe.
Quel bimbo poteva essere il nostro, solo una botta di culo su cui non abbiamo alcun merito, ci ha consentito di nascere nella parte “giusta” del pianeta.
Potevamo, noi, essere da quel lato del Mediterraneo e quel bimbo, buttato senza vita sulla battigia come un cencio, poteva essere nostro figlio.
Non dimentichiamolo mai.

14 commenti:

  1. massimo gramellini

    Tra le lezioni impartiteci dalla vicenda dei profughi c’è che la politica esiste ancora. E’ bastato che in Germania un politico dicesse «Li prendiamo noi» perché il Paese tutto, dai semplici cittadini agli apparati statali, si mettesse in moto con slancio e raziocinio per trasformare il verbo in gesto. Angela Merkel non è un politico qualsiasi e da sempre la Germania sa essere una macchina da guerra anche quando lavora per la pace. Però la reazione di una comunità intera alle affermazioni della cancelliera trascende la sua personalità e rivela che è la classe dirigente tedesca nel suo complesso a non avere perso la propria autorevolezza. Lì il patto di fiducia tra leadership e popolo funziona ancora. E si tratta di un legame profondo che trae la sua legittimazione da una lunga pratica di credibilità. Lì le parole della politica hanno un peso. Lo hanno sempre avuto, nel bene e nel male. Lì quando uno sbaglia si dimette. E dopo averlo detto lo fa davvero.
    Ogni paragone con altri agglomerati umani collocati più a Sud suona stridente e in fondo inutile. Noi abbiamo altre caratteristiche. Su tutte, una sfiducia atavica nel potere, che è il retaggio di invasioni millenarie. In Italia ogni cambiamento significativo - dalla rivoluzione industriale all’economia sommersa - è avvenuto non attraverso la politica ma contro di essa, comunque a sua insaputa e in un clima di disinteresse per i suoi litigi, i suoi riti, le sue parole vuote. Qui la classe dirigente non è mai stata la locomotiva di nulla. Nelle sue espressioni migliori, si è limitata a scambiare qualche binario e ad agganciare qualche vagone. Nelle peggiori, a fare deragliare il treno.

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    1. Non solo qui la classe dirigente non è mai stata locomotiva di alcunché ma è stata ed è pure di intralcio...come una zavorra che ti tira giù..una classe politica da repubblica delle banane. .certo che a guardare la foto di sopra passa tutto in secondo piano
      Stefano

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    2. In Germania nel bene e nel male il popolo segue i suoi leader.
      Si chiama credibilita.

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  2. "HO PERSO tutto e non ho più niente da chiedere alla vita. Ma i miei figli Alan e Galip non sono morti invano. Non è stato un sacrificio inutile perché in cuor mio sento che il mondo si sta svegliando e si sta rendendo conto del dramma della Siria e del bisogno di pace". Abdullah Kurdi oggi è un uomo che si tiene in piedi aggrappandosi a questo solo pensiero. Sa quanto potente è la foto del suo figlioletto Alan, morto nella sabbia e nell'acqua di Bodrum dopo il rovesciamento del gommone su cui stavano tentando di raggiungere l'isola greca di Kos. "Tutti devono guardarla, perché credo che attraverso questa immagine i miei figli possano in qualche modo aiutare i bambini siriani. Se Dio ha voluto che morissero, è per compiere questa missione". Abdullah parla al telefono dalla sua Kobane, dove è andato a seppellire Alan, tre anni, Galip, cinque anni, e sua moglie Rehan.

    Qual è la lezione che il mondo deve imparare?
    "Che la guerra in Siria va fermata al più presto, perché i siriani non scapperebbero dal loro paese, se non fossero costretti. Vivevamo da re nella nostra Siria. La responsabilità di quello che sta succedendo qui è di tutti quelli che sostengono la guerra. Mi auguro che qualcosa adesso cambi, soprattutto nei paesi arabi dove non ho visto alcuna indignazione per quanto mi è successo".

    Lei incolpa qualcuno per la morte dei suoi cari?
    "Sì, le autorità del Canada perché hanno rifiutato la mia richiesta d'asilo nonostante ci fossero 5 famiglie disposte a sostenerci economicamente. Volevo trasferirmi insieme alla mia famiglia e a quella di mio fratello, che ora è in Germania. Non avremmo nemmeno pesato sulle casse del governo canadese. Non ci hanno dato l'autorizzazione e non so perché".

    Da quel rifiuto è nata l'idea di venire in Europa?
    "Sì. Negli ultimi due anni ho lavorato a Istanbul, mentre i miei figli li avevo lasciati a Kobane. Lavoravo in un'industria tessile e guadagnavo 800 lire turche. Poi però quando sono cominciati i combattimenti con l'Is a Kobane li ho portati in Turchia. Ed è cominciata la mia tragedia. Non mi bastavano i soldi: come facevo a mantenerli quando tra bollette e affitto pagavo 500 lire? Mi sono messo a lavorare come muratore, la sera tornavo a casa e Alan e Galip mi massaggiavano le gambe e la schiena doloranti.

    Come vi hanno trattato le autorità turche?
    "Non voglio parlar male della Turchia. La presenza di profughi è altissima e non è possibile garantire condizioni buone per tutti. Ma da quanto mi hanno raccontato, in Turchiaci accolgono meglio che in Libano e in Giordania. Ecco perché volevo andare in Europa, in Germania ma anche in Svezia o in Inghilterra: volevo che i miei figli fossero trattati come persone".

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  3. Uno dei piu grandi meriti della Rivoluzione è il sorriso dei bambini cubani, il loro pur tra mille difficoltà crescere serenamente, essere al centro dell'attenzione e della società, non solo come dici tu nessun bambino cubano finirà come quello della foto ma neanche come i meniñhos de rua brasiliani e nessuna mamma cubana proverà mai l'ansia di vedere morire di fame o dissenteria il proprio figlio come non solo nella Sierra Leone ma nel ricco (per pochi Brasile)...ti confesso apprendere solo ora esistenza di questa foto, sarebbe bello non fosse vera...sono sincero io avrei evitato la sceneggiatura macabra ma forse così chi può e deve fare qualcosa inizierà a muoversi, buona giornata Milco
    Stefano

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  4. Speriamo che quella morte serva a qualcosa. Ste1

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    1. La morte di un bambino causa solo dolore e tanta rabbia

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  5. Caro Milco,
    pur avendo fegato e le spalle larghe non ti nascondo che il cuore mi si è spezzato negli ultimi giorni per la vicenda dei profughi. Ho una bimba piccola che amo e, come tutti i genitori, darei la mia vita per lei. Essendo lei il mio tesoro più prezioso voglio che stia bene, che abbia il meglio o che comunque non abbia il peggio.

    Cuba forse non ti garantirà il meglio, ma senza dubbio ti mette al riparo dal peggio. Io voglio andare a Cuba soprattutto per lei. Per vederla felice e spensierata nella sua divisa di scuola, per guardala giocare per la calle con i bambini, per saperla cuidata in ogni momento dalla stessa società.


    Simone

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    1. È il legittimo desiderio di ogni genitore degno di questo nome

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    2. Io e mia moglie condividiamo il tuo pensiero e anche per questo l anno che viene andremo a vivere a Cuba.paolino...

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    3. Scelta impegnativa ma suppongo ben meditata

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  6. Santa Fè- Si parla spesso di democrazie e dittature, questi sono gli esiti delle post-democrazie dopo aver deposto Gheddafi, Mubarack, Hussein, aver tentato di rovesciare Assad e aver portato la democrazia nell'area Afgana e Pakistana
    Raccogliamo quello che abbiamo seminato in questo ultimo decennio.
    In questo momento storico smettere di dialogare con Iran e Turchia porterebbe realmente alla fine.

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    1. Infatti lo scenario attuale lo abbiamo creato noi

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