giovedì 12 maggio 2016

TAMARRI CUBANI


 
Se chi legge crede che il denaro sia il metro per misurare lo stato di benessere e di felicità di un popolo, gli consiglio di interrompere qui la lettura. Nessuna demonizzazione del denaro, figurarsi, ma è un’analisi molto semplice: servono cifre sul Pil, sul reddito medio e il gioco è fatto. Perseguendo invece il buon-demone, e cioè percorrendo un tratto di una prospettiva eudemonica, cerco di dire due o tre cose che so di lei. Di Cuba, intendo, paese dove vivo e lavoro.
Sta cambiando? Sembra di sì. Aperture, dialoghi, collaborazioni economiche, forti investimenti. E’ ragionevole pensare che nei prossimi decenni il popolo cubano avrà il portafoglio più pieno e maggiori possibilità di scelta tra prodotti ed opportunità. Ora la domanda è: quando c’è più denaro c’è più felicità? Non lo so. Non in modo così automatico. Credo che il denaro possa concorrere a costruire un senso di soddisfazione, di non preoccupazione, di pace. E su questo terreno fertile credo possa attecchire qualche forma di felicità. Ma gli anni e l’esperienza mi dicono che procurarsi questa ricchezza ha un prezzo da pagare. Un prezzo che rema contro proprio a quella ricerca della felicità che si persegue.
E’ qui il nodo, a mio parere, più importante. L’iniziativa privata, la conseguente divisione in classi, chi può e chi non può, “to have and to have not” direbbe Hemingway, la tanto celebrata concorrenza, sono elementi che infiacchiscono (in Italia lo sappiamo bene, io credo) fino ad uccidere ogni tipo di rete sociale, di buona comunicazione, di senso profondo di una comunità, in una parola sola: di sensibilità umana. Questo è il modello che tanto facilmente sta facendo proseliti a Cuba, un individualismo ottuso, e dai suoi primi esordi non promette nulla di buono.
Si sta affermando rapidamente una classe di nuovi “ricchi” cafoni e ignoranti. Sono parole dure ma è giusto chiamare lo cose col proprio nome. Si sta delineando la figura del tamarro (a Roma sarebbe il coatto, altrove avrebbe altri nomi) caraibico, così tanto a tinte disperatamente forti che Antonio Cassano al confronto è un pacato signore dai gusti raffinati. Ironizzo ma parlo di un cafone senza neanche duemila anni di storia e cultura a mitigare la sua tracotanza.
In occasione della visita di Obama, un amico giornalista che veniva da New York mi diceva con sconcerto: “Alessandro, da quello che vedo, i cubani giovani sono una massa di coatti allucinanti…”. Io mi chiudevo in un silenzio meditabondo. Il tamarro cubano ha la sua immancabile macchinona lavata, la sua musica di riferimento, il reggaeton, che gli conferma i suoi valori e i suoi principi, il suo concetto di un femminile imbarazzante, le sue puttane, il suo cinismo, il suo rifiuto per la cultura in ogni forma. Flirta con l’America di Fast and furious, stima tale Pitbull, si mette la croce al collo perchè l’ha visto fare a un dj e sogna denaro e ancora denaro. Ah, e ovviamente ha rimosso sessant’anni di rivoluzione come fossero un incubo terrificante che complottava contro l’affermazione del suo meraviglioso ego sul pianera terra.
Ometti da nulla, si potrebbe dire, se non fossero già la maggioranza. E il tamarro cubano è felice? No, credo che nel suo caso (come in quello di tutti i tamarri del mondo) non si possa neanche parlare di felicità. Stiamo ad un livello pre-umano nel quale felicità e infelicità si attestano ad un grado di elaborazione elementare come caldo-freddo, duro-morbido, ruvido-liscio. Ecco, il grosso rischio, a mio giudizio, è che i valori della Rivoluzione Cubana vengano messi in soffitta in una manciata di mesi da questo tipo di individui.
Cuba è una paese come mille altri dell’area. Non ha nulla di particolare. Non è più bello di altri. Spiagge, architettura coloniale anche un po’ sfasciata, belle ragazze. Punto. Per me l’unico, per molti versi incredibile, elemento di discontinuità nel moto perpetuo delle chiappe delle mulatte, dei ballerini con il ritmo nel sangue, dei dittatorelli con la faccia d’ananas, dei negretti sdentati che ti lustrano le scarpe, è stata la Rivoluzione Cubana.
Nelle sue mille contraddizioni e storture ha creato generazioni colte e solidali, strade personalissime nelle arti, nella ricerca scientifica, nella ricerca di quella che, in ultima analisi, è la meta di tutti, la felicità appunto. Ha sdoganato e reso alta la cultura negra, di per sè cultura della schiavitù, dell’animismo e della superstizione. Una cultura che senza la rivoluzione torna ad essere la zucca di Cenerentola senza la fatina. Ha integrato masse di esclusi, le ha istruite e le ha fatte sedere al grande tavolo della cosa comune per la firma del contratto sociale.
Ecco, tutto questo terrorizza il grande tamarro cubano, tutto questo è vissuto come un grande ostacolo alla realizzazione individuale dal grande tamarro cubano. Per lui chi studia è un coglione (mi ricorda qualcosa…), chi vuole fare le cose per bene, senza bustarelle e commissioni e pagando le tasse è un coglione (mi ricorda ancora qualcosa…), per lui chi dice timidamente che Fast and furious è immondizia è un coglione, retrogrado e conservatore. Bene. Credo (temo) che il giovane cubano nei prossimi anni avrà più soldi nel portafoglio ma li spenderà tutti per assicurarsi il cofanetto completo di Pitbull o la crema che promette di sterminare la cellulite di un intero quartiere e sarà roso dal sospetto costante di aver perso qualcosa per strada, forse le chiavi di casa, o forse qualcosa di più importante che proprio non riesce a ricordare.
Con Alessandro, autore del blog IL BELLO DELL’AVANA capita ogni tanto di condividere qualche pensiero via mail o messaggio.
Leggo il suo blog, lui legge il mio.
Lui e’ uno scrittore a tutto tondo, io un’umile scriba che condivide il 10% della sua vita, soprattutto quella cubana, con chi ha il piacere di leggere.
Alessandro vive e lavora nella capitale di tutti i cubani e questo, gia’ di per se provoca un leggero moto d’invidia.
La sua analisi e’ in gran parte condivisibile.
La felicita’, in questo tipo di mondo, si conquista se hai la possibilita’ di disporre di mezzi.
I mezzi o li hai ereditati oppure te li devi guadagnare lavorando.
Se per l’ottenere certe condizioni di vita devi lavorare 14 ore al giorno, allora mi chiedo dove sia finita la felicita’.
Lavoriamo per avere cose che, quasi sempre, non abbiamo il tempo di goderci.
Questo aspetta i cubani nel prossimo futuro.
Tamarro e’ una definizione italiana, forse romana.
Si tende spesso ad identificare un certo tipo di personaggio dal suo luogo di provenienza, ma 30 anni in giro per il mondo mi hanno insegnato che questa e’ una mera cazzata.
Ho conosciuto, in Italia e a Cuba, tamarri bergamaschi come siciliani, piemontesi come calabresi.
Li ho visti in giro con la loro faccia da culo e la maglietta di 3 taglie piu’ piccola del necessario, per aeroporti, discoteche, piazze, locali ecc….
E’ chiaro che questa nuova generazione di tamarri cubani deve avere avuto delle fonti di ispirazione.
Probabilmente noi italiani e un certo tipo di cubano americani.
Alessandro teme i che i valori della Rivoluzione vengano messi in soffitta in pochi mesi a causa anche dell'atteggiamento di simili personaggi.
Ma se bastano 4 idioti a mettere in soffitta quei valori….quanto valgono davvero quei valori stessi?
La Rivoluzione, purtroppo, non ha saputo parlare alle nuove generazioni, si e’ intestardita sulla sua matrice ideologica senza evolversi verso il mondo che tutto intorno stava cambiando.
Chiaro che ora esiste il pericolo concreto che tutto salti in aria, che il tamarro cubano sia l’abitante dell’isola del futuro.
Il cubano quando e’ in Italia raramente prende come riferimento i modelli positivi, finendo per sommare le negativita’ dei due popoli, esattamente come accade con l’italiano che vive a Cuba.
Quello che perderanno, oltre alla dignita’ di un popolo, lo scopriranno soltanto anni dopo, quando finira’ questa sbornia di modernismo che e’ stata loro, ingiustamente, vietata per decenni.
Allora forse si ricorderanno che in una certa Rivoluzione non tutto era da buttare e che a volte IO deve essere sostituito da NOI, come avviene nei paesi che hanno la vera coscienza di essere una nazione.
Comunque lo scopriremo solo vivendo.

12 commenti:

  1. DAL BLOG PULICICLONE SU REPUBBLICA

    Annamo, sbrìgate. Sbrìgate a fammentra' che nun c'è tempo, nun ce n'hai tu, nun ce n'ho io, nun ce n'ha manco tutta 'sta gente intorno a noi, sti povericristi che ce guardano e se dimannano chi è che c'ha ragione, se tu o io, se tu o er capitano.
    Sbrìgate che ancora se po fa', sempre se po fa', sempre ce devi crede, anche se mancano - quanti so' - quattro minuti, ma io lo so chi sono, e bada bene che dico: sono; nun dico: chi so' stato. Hanno detto che so' triste. Me chiamano patetico. Hanno detto che uno co' la storia mia nun dovrebbe. È facile a parla', facile addì un frego de minchionerie. Come se questo poi fosse 'npaese dove se fanno tutti da parte, dove te fanno passa' davanti, 'npaese dove l'eccezione sarei io, coi miei quarant'anni in mezzo a 'nmonno de ventenni, mentre invece sono solo tale e quale a voi, voi siete uguali a me, solo più tristi, voi sì, voi pe' davéro, perché volete resta' ai posti vostra pure si nun ve divertite più.
    Io no. Io me diverto ancora. Questo c'ho io e questo vojo. Me diverto a palleggia' co' 'nragazzino der Sassuolo, me diverto a faje cade' 'na goccia sulla capoccia a quello, a coso, come se chiama, a Pjanic. Me diverto si mme dai quattro minuti contro er Realmadrì. Chi te chiede niente. Niente più de questo. Niente più de sbrigàtte a famme entra', a famme mette 'npiede sopra 'npallone, sopra-sotto-de tajo-de striscio, come è mmejo. Tu famme entra' che poi te lo ricordi. Pure gratis me butterei 'nmezzo a quer campo, co' questa pelle mezza gialla e mezza rossa addosso, pure gratis, tanto dimme che je devo chiede a questa Roma mia, più de quello che m'ha dato.
    Bravo, ecco, te sei deciso. Tardi, ma te sei deciso. Lo senti quant'è felice la gente co' i telefonini 'nmano. Ce guardano e se dimannano chi è che devono riprende, a chi devono fa' er video, si a te o a me, a te o ar capitano. Me guardano e vorrebbero che annassi a batte io la punizione, a metterla 'nmezzo pe' la testa de quello, coso, come se chiama, quello grosso, biondo, dritto, quanti ne ho visti passa', arivano, vanno, e io sto sempre qua. Nun c'è tempo, nun l'avete capito. Nun me fermo. Tiro dritto. In mezzo ce vado io, 'nmezzo alla schiuma, alla battaglia, dove fa più caldo, dove devono succede le cose, dove nun bisogna fa' finta d'esse coraggiosi, anzi, in mezzo all'area de rigore bisogna senti' paura per smettere d'avénne. Là vado io. Adesso. Diciotto secondi so' passati, e diciannove, venti. Ecco la palla. Arriva. Se avessi vent'anni me butterei 'nspaccata, senza risparmiamme neppure 'ngoccio d'energia, sapendo che nun c'è bisogno de fasse i conti, perché ancora ne avrò dentro de sostanza, e tanta, nei secoli dei secoli, amen. Solo che vent'anni nun ce l'ho più, nemmeno trenta, pure avénne trentaquattro stasera basterebbe, invece so' de più, so' quelli che sono, e allora ce vado de spaccata, lo stesso, sai che me 'mporta, senza risparmiasse, sapendo che nun c'è bisogno de 'sti conti, tanto che cosa me conservo più, tutto se deve da', tutto vojo lascià' sopra 'sto prato, a chi lo lascio sennò 'sto foco che ancora brucia dentro, questa malinconia che nun se spegne, questa ragione di restare ar monno, non sono i record, non c'entra Nordahl, manco la gente, manco la Roma c'entra, è solo 'na cosa mia alla fine, mia e de nessuno più, sto foco, a chi lo lascio, chi ne sarà degno, chi lo potrà capire mai, chi lo saprà portare. Io triste. Io patetico. Io capitano. Tutto un frego de minchionerie...

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  2. ...Sentili come gridano, come urlano goo', come già trecento vorte, de più e non de meno, ma non è questo, nun è neppure questo, io giocherei pure dentro ar silenzio d'uno stadio vuoto 'nmezzo a una città disabitata ner cuore der deserto, giocherei pure se ce fossi solo io con un pallone, un muro, io, e nessuno a vedemme, tac, tac, tac, palleggio e tiro. Certe vorte me fermo a guarda' i regazzini che de mattina camminano co' le madri pe' la strada, belli, gnappetti, me chiedo che ce fanno là, la mano appoggiata sopra ar carrozzino der fratellino piccolo, me chiedo che sarà capitato mai pe' nun esse annati a scuola, per starsene 'ngiro de mattina, nell'acciaccapisto de la spesa, tra fruttaroli e artro, una caracca, n'artra; e 'nfaccia a ste creature ce leggi la pacchia de 'na felicità imprevista, un tempo ch'era inatteso, 'no sbraco improvviso, e penso che ce devi sape' sta' dentro 'na gioia così, devi sape' che dura quello che dura, adesso c'è e domani no, eppure loro nun se ne fanno specie, forse solo i regazzini la sanno vive pe' davvero la felicità.
    E allora come 'nragazzino vado e lo batto io 'sto carcio de rigore. È chiaro che tocca a me. Nessuno si fa avanti. Io fo dritto lo storto e storto er dritto. Nun è serata de cucchiai, questa. Nun è serata de incoscienza. La tiro dove sempre la metto quanno conta, in basso, alla destra der portiere, infatti lui lo sa e ci arriva, la tocca e non la prende perché nessuno stasera l'avrebbe forse presa, manco lo spirito de Yashin, manco Zamora, manco er mejo portiere che ho conosciuto, come se chiamava, porcamiseria, coso, quello che ar mare faceva le porte co' li zatteroni e se tuffava, Marco me pare, chissà che fine ha fatto, me li prendeva tutti i rigori, chissà se lo racconta 'ngiro, chissà si se lo ricorda, se è felice d'esse 'ngeometra, un rappresentante, un agente de viaggi, quello che sarà diventato, o se pure lui perso da quarche parte insegue l'idea di quello che non siamo, l'idea che tutto possa esse come allora, come na vorta, come i ragazzini a spasso pe' la strada.
    Ora che tutto è finito e che me vieni incontro, ecco, adesso che ce 'ncrociamo in mezzo al campo, dimme che te dovrei di'. Niente. Tutti ce guardano, e se dimannano se c'hai ragione tu o er capitano. Te guardo allora pure io. Te sorrido come fai tu, er più bravo de tutti a fa' finta che questa sera sia normale. Se damo la mano e tutto torna come prima. Deciderai di nuovo tu quando sarà il momento de la prossima. Me dirai: scardate. E io me scardo. Me dirai: entra. E allora entro. Me dirai dove metteme, dove gioca', che cosa fa'. Ma nun lo decidi tu quanno me diverto, questo no, nun lo decidi adesso e mai, quella è 'na cosa mia, nun lo decidi tu er giorno giusto pe' lascia', annassene, pe' cominciare a starsene nascosti da quarche parte, con un pallone di fronte a un muro, ad aspettare che venga a prenderci l'inverno.

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  3. In giro per l'Avana e' pieno di questi tamarri, italiani e cubani. Giuseppe

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  4. Non solo nella capitale...credimi...

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  5. Fatevi un salto a Downtown Miami o Coral Way o peggio Little Havana.
    Di questi personaggi è pieno ormai da almeno 15 anni. E stiamo parlando del modello di società per il 90% dei giovani cubani.

    Simone

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  6. ¡hola! disamina perfetta. Ho sempre pensato anche io più volte che il futuro di Cuba sarà determinato da queste nuove leve cui la rivoluzione ( causa fine denaro dall'estero) non ha saputo trasmettere certi valori. La isla è stata magica,differente per la situazione politica in cui è stata imprigionata. Ho sempre sostenuto l'immensa differenza culturale tra un cubano dai 50 in su ( che ha goduto dei sussidi quando funzionavano) ed uno di 20-30 , si nota subito anche solo dalla pronuncia delle parole per non parlare della cultura generale. Forse è anche una situazione voluta dal castrismo per evitare problemi interni, un pò come los lineamientos degli ultimi anni. Comunque il futuro sono i giovani e sotto il punto di vista umano sarà sicuramente peggio. Ma consoliamoci con le cose terrene con le cose belle che Cuba, si spera, riuscità ancora a regalarci playas caribeñas, chicas calientes de todos los colores......chao Enrico

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    1. Alessandro ci ha preso in pieno ma se bastano 3 catene d'oro per mettere in discussione un modello di societa' allora qualcosa non ha funzionato bene.

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  7. Basta anche fare un giro alla Falchera o a Mirafiori sud....

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  8. ti vedo obiettivo caro Milco, finalmente appari critico verso la tua revolucion. che non ha funzionato per nulla.
    un giorno dovrai scrivere che senza la dittatura nessuno si sarebbe innamorato di cuba, senza spendere soldi per novie o attività .
    VERITAS

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  9. Sono partite più critiche alla Rivoluzione da qua' rispetto a tutti i forum anticastristi in circolazione.
    E senza neanche la tonteria di chiamarci VERITAS.....
    Se uno spende per attivita e novia è perché può farlo senza intaccare il suo tenore di vita....scusa se è poco...

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  10. Condivido in pieno l'articolo di Alessandro Zarlatti(Anche se i Tamarri esistono un pò in tutto il mondo...e noi ne siamo pieni...) e sono molto preoccupato...visto che il futuro è delle nuove generazioni...ne ho visti molti di questi soggetti nell'ultimo viaggio...e inevitabilmente se ne vedranno sempre di più....a mio parere alla Rivoluzione ha fatto più danni 5 anni di Reggaeton,con i suoi alti valori....soldi,troie e macchinoni....; che 50 anni di propaganda anticastrista...blanco79

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  11. In effetti gli yankee non hanno capito proprio questo....bastava inondare Cuba di merda e il gioco era fatto.

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