giovedì 5 gennaio 2017

FANTASMI



Ospito con piacere l'ultimo scritto di Alessandro Zarlatti sul suo blog IL BELLO DELL'AVANA.
Ho scritto un pezzo su questo argomento che pubblichero' prossimamente.
Con l'Epifania finiscono queste interminabili feste e si torna alla normalita'
Nei prossimi giorni acquistero' il biglietto per il viaggio di primavera.
Restate in zona...

C'era il mare dietro al buio della Playita de 16 e in mezzo sagome di persone che passavano come fantasmi tra la terra e il cielo. Tra ciò che restava della terra e ciò che restava del cielo. Giovanni e Daisy avevano preso un tavolo appartato nel ristorante 7 dias che si affacciava proprio su questo panorama soltanto intuito e intuivano le onde e le maree e la sensazione della risacca sulla pelle, quella che ti sposta appena ma ti avverte soltanto di ciò di cui sarebbe capace.
Venivano da una giornata di incomprensioni, di messaggi gridati, di passi indietro, di preghiere sussurrate. C'era qualcosa di più, e lo sapevano entrambi. Ma era un grumo e nient'altro. Non aveva un volto né un nome come nei parti prematuri o negli amori che si allontanano fino a diventare niente. Avevano chiacchierato di nulla quasi fino al dolce. Avevano riempito l'aria di frasi inutili, di fatti da poco, ma c'erano fantasmi. Li vedevano entrambi. Che si sedevano accanto. Gli toglievano respiri. Gli acceleravano i battiti.

"C'è una cosa importante che devo dirti"
"Già la so. Lasciami indovinare: viene il tuo ragazzo, il tuo ex, quello che è, dagli Stati Uniti e vuoi vederlo..."
"No, lui non c'entra. E' un'altra cosa..."
"Vuoi lasciarmi. E' questo che volevi dirmi?"
"No. Non è questo..."
"E allora che è. Finiscila con i misteri"
"Me ne vado"
"Te ne vai... che vuol dire?"
"Martedì mattina ho l'appuntamento in ambasciata. Mi danno il visto e me ne vado a Miami a febbraio se tutto va bene".

Giovanni aveva sentito qualcosa d'imprevisto. Un fantasma aveva trovato accesso da qualche parte nel suo stomaco e stava salendo: i polmoni, il cuore, la gola, gli occhi. Aveva iniziato a piangere senza avvisare neanche se stesso. Stavano andando via tutti. E tutti gli avevano lasciato un cesto di sentimenti mozzati e di addii. Ora era la volta di Daisy che gli si dissolveva davanti agli occhi in un secondo come fosse un sogno di neve d'estate.

"Come, te ne vai..."
"Lo sapevi. Lo sapevamo. Era solo questione di tempo..."
"Eh, ma adesso..."
"Adesso... che c'ha adesso?"
"Adesso... è adesso che fa male, lo sento solo io il male che fa?"

Daisy si era voltata verso il mare senza guardare il mare e cercava di nascondere le sue di lacrime. Poi si erano presi una pausa stringendosi la mano e dando qualche sorso al bicchiere di vino che avevano davanti.

"Quanto tempo abbiamo?"
"Che domanda assurda. Sembra la domanda di un malato terminale. Noi non stiamo morendo"
"Quanto tempo abbiamo?"
"Un mese e mezzo, al massimo due..."
"Stiamo morendo, lo sai?"
"Smettila..."
"E i documenti sono a posto? Voglio dire, li hai tutti?"
"Sì, volevo spiegarti che in questi giorni mi vedevi nervosa e forse misteriosa... In realtà non avevo niente contro di te. Ero presa da tutta questa storia dei documenti..."
"Non avevi niente contro di me. Mi fa ridere. E contro di chi? Contro di noi, mi dirai. O già non esisteva più un noi nella tua testa?"
"Giovanni, smettila, lo sapevi..."
"E che me ne importa se lo sapevo... So anche che devo morire un giorno ma non voglio morire e non voglio essere mai pronto"
"Non fare lo scrittore..."
"So fare solo quello..."
"Ma non stai scrivendo più..."
"No, invece scrivo. Quando sono solo scrivo"
"E quando è che sei solo?"
"Sempre, mi sembra di capire..."

Giovanni si era asciugato gli occhi e si era guardato intorno preso da un pudore tardivo. Daisy aveva messo la testa fra le mani e cercava di nuovo il punto in cui riagganciare la sicurezza che aveva con sè un attimo prima.

"E come facciamo?"
"Che vuol dire come facciamo? Un anno, anche meno, e vengo a passare un tempo qui..."
"Che mostruosità... Un anno. Che senso ha?"
"Boh..."
"E' che finisce... Questo è il punto. Inutile che ci giriamo intorno. Stavamo costruendo. Stavamo andando nella direzione giusta. Era bello questo immaginarci insieme..."
"Già..."
"E io, amore mio, io che faccio?"
"Tu che fai... Lo sai bene. Tu sai vivere..."
"Io so sopravvivere. Non so vivere. E non è la stessa cosa"
"Troverai un'altra donna. Lo hai sempre fatto"
"Io non voglio cercare un'altra donna che non sia tu"
"Sei patetico. La cercherai..."
"Non ne ho voglia..."
"Non dire cazzate. Non ti sei mai fatto lo scrupolo di tradire chiunque. Sempre"
"Non sempre..."
"Quella che c'era prima di me. La tradivi con me"
"Quello non era tradire, era un'altra cosa. E poi anche lei mi tradiva"
"E le tue studentesse? Ti sei mai dato un limite?"
"Quelle erano un'altra cosa ancora. Erano giochi"
"Giochi... certo. Per te forse, non per loro. E' che sei sempre stato solo, hai ragione quando lo dici. Solo giocando ad esistere..."

I fantasmi erano lì, da qualche parte, ma avevano smesso di tormentarli. Alcuni erano andati a sedersi vicino alla spiaggia, nel buio. Altri erano rimasti nei pressi del tavolo ma non facevano rumore. Ascoltavano ogni frase con la stanchezza dei fantasmi che ripetono sempre le stesse parole, quelle che annoiano.

"Che merda, se ne vanno tutti. Non fai in tempo ad innamorarti e spariscono. Sembra una metafora della vita ma non è la vita. Non la è per intero"
"E' vero, e poi sembrano così assurdi tutti questi addii. Comici. Si va a 90 miglia da qui e diventa una distanza incolmabile"
"Ma come faccio adesso... dimmi, come faccio io?"
"Un anno, Giovanni. Un anno"
"Ma in un anno sarai cambiata. Sarai un'altra. Ed io sarò lontano. Più di queste stronze 90 miglia. Staremo su barche diverse, in senso opposto, e ci saluteremo con la mano... Non sono un bambino"
"No, tu resterai sempre un bambino, questa è l’unica cosa che so..."

Giovanni aveva sentito di nuovo salire quella specie di onda, dallo stomaco fino agli occhi. Quell'emozione intermittente che non dipendeva dalle maree e non lo teneva a galla.

"Facciamo una cosa, ascoltami. Facciamo una cosa..."
"Ok, ti ascolto"
"Facciamo così: come con la morte"
"Che vuol dire..."
"Che non lo sappiamo. Che cancelliamo tra noi questo segreto, quello che ci siamo detti, la tua partenza, tutto. Come una malattia mortale che uno nega a se stesso..."
"Come un malato di cancro ai polmoni che continua a fumare e non lo dice a casa?"
"Brava, proprio quello... Continuiamo a fumare, come non facesse male... e poi partirai quando dovrai farlo e sarà come una morte improvvisa, inattesa..."
"Come non facesse male...", ripete Daisy per sentire meglio il sapore di quelle parole che diventavano amare sulle ultime sillabe.
"Non so se sono capace. Comunque farà male..."
"Non importa, farà male, come fa male la vita..."
"Resti sempre un bambino. Uno scrittore bambino. Te l'ho già detto? Perdi i tuoi giochi in un terremoto e credi che il terremoto sia venuto solo per te..."
"E il terremoto cosa sarebbe nella nostra storia, fammi capire la metafora..."
"Sarebbe la vita, ad esempio, Giovanni..."

Cuba era diventato un paese di fantasmi. Che ti tormentavano le giornate. Alcuni ti telefonavano ogni tanto e decretavano una tregua. Ma poi tornavano. Si arrampicavano sui balconi, percorrevano in lungo e in largo le strade di Vedado, di Playa, delle periferie, e ti toglievano il sonno. Diventava tutto un rimando, tutto l'incipit di un romanzo che c'era un momento prima e che è scomparso. Fantasmi. Telefonate. Amori tagliati in due, in tre, in mille sentieri interrotti. Il dolore di una malattia taciuta, di un'epidemia di cui ti vergogni. Erano tutti lontani. Irrimediabilmente. Nessun viaggio, nessun sorriso, ma la pasta dura degli abbandoni. Tutti orfani di qualcosa. Tutti orfani dell'amore. Milioni di cuori spezzati, di lacrime seccate, di parole non dette. Da Cuba al vento. Sperando che il vento fosse dio e le conservasse. Ma il vento non era dio e lasciava in giro solo fantasmi, fantasmi, fantasmi, ed un paese spolpato, decimato, umiliato, come un uomo anziano che ha perso il cuore dopo che ha visto morire tutti i suoi figli in una guerra che non fa rumore.

M&S CASA PARTICULAR HA AGGIUNTO UNA NUOVA CASA

18 commenti:

  1. Bel pezzo, molto tristemente reale. Giuseppe

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  2. Come dicevo ci ho scritto un post, appena ho un buco lo pubblico.

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  3. NE PARLAVAMO L'ALTRO GIORNO

    La tecnologia è sempre un progresso, ma double face. Il suo destino è quello di risolvere dei problemi creandone dei nuovi. Giorgio Stephenson inventa il treno e, insieme, i disastri ferroviari. Nasce la televisione, e se ne appropria Barbara D’Urso. Costruiscono gli scooter, e Alessandro Di Battista ci sale sopra per comiziare. Così, il decennale dell’iPhone non è solo una festa. Non sono tutt’oro quei pixel che luccicano. Certo, essere connessi a Internet è utile; sempre, magari, no. Fra mail, Facebook, WhatsApp, Twitter, Messenger, Instagram, Pinterest e via cliccando non c’è un attimo di pace. La connessione full time dà dipendenza (e talvolta anche un po’ alla testa). «O maladetto, o abominoso ordigno», chiamava Ariosto l’archibugio, perché permetteva a un umile fantaccino di abbattere a distanza uno splendido cavaliere. Allo stesso modo, l’iPhone consente al commercialista di abbatterti spedendoti a tradimento l’F24 mentre stai facendo e pensando tutt’altro, ma quando salta fuori l’ansiogeno numeretto bianco su sfondo rosso sull’iconcina della mail proprio non resisti, e devi leggere. Tutti ci portiamo in tasca l’ufficio, e dire che di regola non vediamo l’ora di uscirne. È ormai impossibile sottrarsi alla longa manus del web, strappare la rete, sospendere questo perpetuo cicaleccio.
    Le città sono invase da nuove figure mitologiche. Quella classica italiana prevedeva la parte di sopra uomo e quella sotto poltrona, come i democristiani di un tempo e i loro derivati attuali. Oggi si aggiunge l’homo-smartphonicus con gli arti superiori metà braccio e metà iPhone, che mai viene staccato dagli occhi e, si direbbe, dal cuore (meraviglioso il tizio incrociato oggi nella metro di Milano, fornito anche di Apple Watch: guardava l’ora sul telefonino e le mail sull’orologio, ma tanto era preso che ha saltato la sua fermata).
    La schiavitù, com’è noto, diventa irreversibile quando lo schiavo inizia ad amare le sue catene e a non poterne più fare a meno. È esattamente quel che capita al consumatore tecnologico tipo, che va in estasi ogni qual volta, sei mesi o giù di lì, l’Apple sforna un nuovo modello, cioè dà i numeri (iPhone 5, 6, 7) o aggiunge una «s» o «plus» a quelli già esistenti, in un vertiginoso aumento di funzioni sempre più sofisticate e generalmente sempre più inutili che scatenano le bramosie di possesso, con le pittoresche lunghe code fuori dai negozi monomarca deplorate dai moralisti sui giornali.
    Ma già la mela morsicata ha precedenti poco raccomandabili nel passato remoto dell’umanità. E poi l’obsolescenza programmata dei prodotti, questa tecnologia che invecchia alla velocità della luce e dev’essere continuamente rimpiazzata ricordano quella «merde tartinée» che, secondo Voltaire, Dio servì nel deserto al profeta Ezechiele (il quale si precipitò subito a fotografarla e a postarla su Facebook, guardate il nuovo piatto etnico, e giù like). Siamo su una bicicletta che sta in piedi solo se pedaliamo sempre più veloci. Sperando di non finire, un brutto giorno, con una parte anatomica poco nobile per terra. Anche se la prima reazione sarebbe quella di controllare subito che il telefonino sia sano e salvo.
    Così è ammissibile che possano scattare delle reazioni reazionarie modello «si stava meglio quando si stava peggio». E si finisce, senza ammetterlo, per invidiare certe prozie degasperiane nella provincia più profonda che l’iPhone non l’hanno, anzi non hanno nemmeno il telefonino, e tengono tuttora gli scarsi rapporti con il mondo circostante con il telefono fisso, magari, invidia massima, con quello a disco grigio. Sicuramente meno connesse, ma forse più felici.

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  4. Privata di tutto, la Chapecoense non vuole perdere l’orgoglio. Oggi la squadra brasiliana si ripresenta al mondo, devono ancora mettere insieme tutti i pezzi di una rosa da reinventare, ma hanno deciso di non accettare l’elemosina e rifiutare il pacchetto che gli avrebbe permesso di vivere da convalescenti per un paio di stagioni. Vogliono altro: pretendono di esistere, di rinascere.
    La squadra che è sparita nel disastro aereo del 28 novembre aveva un’anima alternativa, i conti in regola, i risultati in ordine per diventare forte davvero. Ora devono partire da zero e invece si muovono da lì, dall’identità che li ha portati a sorprendere fino a una finale di Copa Sudamericana, la loro Europa League. Hanno vinto il trofeo senza giocare e questa è l’unica concessione che sono disposti a fare. La Coppa che non hanno mai alzato resta una dedica alla memoria dei 19 giocatori morti sul volo 2933, «morti felici» come dice, con un certo coraggio, il giornalista Rafael Henzel all’Equipe. Lui è uno dei sei sopravvissuti, sei su 77 persone, tra loro tre giocatori traumatizzati e provati da un miracolo che ancora non sanno gestire.
    Il portiere di riserva non potrà tornare tra i pali, gli hanno amputato una gamba e lui ora immagina un futuro da paralimpico: «Lo sport è stato la mia esistenza fino a qui, non può cambiare tutto». Gli altri due hanno rischiato la paralisi ma dopo una serie di interventi sono stati dimessi, in teoria tra sei sette mesi potranno rientrare in campo anche se sono molti i dottori che devono dare il via libera alla seconda carriera. Le loro maglie non saranno riassegnate, la Chape li aspetta.
    La strada scelta
    Il resto è tutto nuovo, reinventarsi è la strada scelta per uscire dall’emergenza. Il campionato brasiliano era pronto a tassarsi: un giocatore in prestito, a parametro zero, per un paio di anni da ogni squadra e la certezza di non retrocedere per almeno due campionati.

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  5. Un paracadute sicuro dopo tante paure. Offerta rifiutata, il presidente Tozzo ha già fatto firmare 7 giocatori, due non erano partiti per la Colombia e sono ancora tesserati, sei primavera verranno promossi in prima squadra, poi si vedrà. L’idea è di mettere insieme una rosa credibile in un paio di mesi, lottare per restare nel torneo che conta, arruolare una ventina di nomi utili.
    Non vivere di ricordi.
    Bocciata anche l’idea di farsi pagare dagli sponsor campioni a gettone: una comparsata di Ronaldinho, un ritorno di Adriano, insomma il circo per riempire gli stadi e sfruttare gli incassi. Almeno per ora il tutto esaurito non sembra un problema, la gente va in processione allo stadio tutti i giorni, un pellegrinaggio un po’ macabro che la società tollera solo temporaneamente. Sanno che i morti faranno per sempre parte della loro storia, ma si tratta di un racconto recente, di un filo che va ritrovato in fretta per non perdersi dietro alla nostalgia. C’è la coda di tifosi che vogliono vedere il nome di chi non c’è più sugli armadietti di uno spogliatoio fantasma, solo che oggi si cambia.
    Stessa concretezza
    Ci saranno altri palloncini verdi, striscioni e fiori per una presentazione che non può essere normale. È la seconda in pochi mesi, due squadre diverse, due progetti ben distanti però segnati dalla stessa concretezza. Difficile reclutare talenti a basso prezzo in poche settimane, solo che ancora più difficile sarebbe attirarli dentro un costante funerale. Per la stretta di mano di rito con i nuovi acquisti la frase è sempre la stessa: qui sarete felici.
    Si comincia con un’amichevole contro il Palmeiras il 21 gennaio ed è importante ripartire da lì, dall’ultimo avversario contro cui ha giocato la Chape, la vecchia Chapecoense scomparsa a un passo dal successo. Ora tocca a quella sperimentale che ogni giorno mette sotto contratto un altro uomo, che ha reclutato un tecnico d’esperienza come Vagner Mancini, passato dalle panchine di Gremio, Santos, Vasco da Gama, Cruzeiro, e Botafogo. Sa come muoversi anche se oggi inizia un viaggio senza coordinate dove conta solo il carattere e nessuno può essere davvero preparato per una missione così.
    Si tratta di insegnare tattica fra le lacrime, almeno all’inizio, si tratta di onorare chi non c’è più senza perdersi tra gli altarini, di muoversi in fretta per spingere il pubblico fuori dal lutto. Andare avanti sembra quasi un’offesa, invece è l’unico modo di non restare una tragedia collettiva e di tornare la Chape, una squadra capace sognare.

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  6. tutti se ne vanno. P68

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  7. hola! è prprio vero se non fosse un isola intera Cuba sarebbe mezza vuota. chao Enrico

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    1. Il famoso ponte di cui parla Arjona.

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  8. DANNY GLOVER

    http://www.vanguardia.cu/villa-clara/8051-danny-glover-mi-corazon-palpito-mas-fuerte-ante-el-che

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  9. Il Toro si avvicina al primo impegno ufficiale del 2017, al Mapei Stadium, contro il Sassuolo di Di Francesco. Una sfida delicata, che chiuderà il girone d’andata di questo campionato. Sinisa Mihajlovic vuole migliorare ulteriormente il record di punti dell’era Cairo con altri 3 punti, fondamentali per rimanera in scia Europa; di contro i neroverdi sono in cosa alla graduatoria, e non possono davvero perseguire nell’altalena di risultati dell’ultimo periodo.

    Il tecnico granata presenta così la sfida del Toro:
    “Iturbe alternativa a Ljajic o Iago? Può giocare da tutte e due le parti, a me piace giocare con i piedi invertiti, ma lui può fare tutto. Ha gamba, corsa e tiro: può fare bene da entrambe le parti. E’ una scommessa che spero di vincere: due anni fa era uomo mercato, poi si è perso. Lui ha tanta voglia, deve avere anche la tranquillità di non essere sempre giudicato per ogni errore. Sta a lui dimostrare di poter essere decisivo.”
    “Carlao è un difensore che ha giocato in Francia e da alcune stagioni è a Cipro. Buona tecnica, mancino, abbastanza veloce: anche lui è una scommessa, vediamo. Sicuramente ci darà una mano. Dal punto di vista tecnico e fisico non ho dubbi che potrà fare bene, poi ovviamente è alla prima stagione in Italia. Rapporto qualità/prezzo ci sta: 450/500mila euro… Lo conoscevamo, lo siamo anche andati a vedere”
    “E’ una settimana decisiva, perchè affrontiamo il Sassuolo e due volte il Milan. Possiamo scoprire tante cose da queste settimane. Il nostro obiettivo è chiudere il girone a 31 e cercare di fare più punti possibili nel ritorno. A giugno abbiamo cambiato molto, ora il mio obiettivo è fare il record di punti di questa squadra dell’ultima era, e poi non so se questo basterà per l’Europa. Negli ultimi anni abbiamo visto come sia complicato, e in questa stagione probabilmente si faranno più punti lì davanti. Credo che la zona Europa sarà intorno 60-66 punti, quindi occorre vincere subito”
    “Ieri ho ricevuto una telefonata da Bovo. Si è sentito in dovere di chiarire – in vista delle vostre domande – che non c’è stata nessun tipo di polemica. Lui sa che sono sempre stato chiaro con tutti. Se non ha giocato, è stato per scelta tecnica. Io lo stimo molto. Lui mi ha chiamato per chiarire”
    “Il Sassuolo ha pagato l’Europa e ha lasciato tanti punti per strada. In Italia è strano: ora sempre che è quasi obbligatorio vincere col Sassuolo, ma loro sono una squadra valida e sarà difficile. La prima gara dell’anno è sempre particolare, ho sempre vista tante sorprese: speriamo che domani non ci saranno. Dobbiamo pensare che se non vinceremo, sarà solo colpa nostra”.
    “Ho trovato bene i ragazzi. Abbiamo lavorato tutti bene. Sono tutti in forma, a parte qualcuno con un po’ di febbre. Adesso vediamo”
    “Ho avuto un’offerta a dicembre, molto importante, dalla Cina. I soldi non sono tutto dalla vita, e io non volevo lasciare un progetto come questo a metà. Io capisco chi ci va, è normale che i soldi attirino. Non prendono solo giocatori bolliti, ma anche giocatori molto bravi”
    “A me Obi piace, non ha mai avuto troppa fortuna per via degli infortuni. E’ un giocatore che io stimo molto e che mi piace tantissimo. Ha il fisico un po’ cristallino e sono contento se rimane qua”
    “Avelar lo sto vedendo bene, non è ancora pronto a giocare in partita. Se continua così sicuramente lo riporteremo in lista, è un giocatore importante. Se continua a stare bene lo riporteremo, dipende tutto da lui. Vogliamo farlo giocare con la Primavera ancora una volta. Vorrei anche portarlo già in ritiro domani”
    “Dobbiamo ancora intervenire in entrata e in uscita. Dobbiamo prendere altri giocatori. Abbiamo una buona rosa, ma ci sono squadre ben più attrezzate. Vediamo come andrà questo mercato, sicuramente dovremmo sfoltire con chi non mi ha convinto e dobbiamo rinforzarci. Dobbiamo lottare per l’Europa, e per farlo dobbiamo giocare contro noi stessi, per fare più punti rispetto all’andata nel ritorno. La società farà di tutto per rinforzarci e per sfoltire”

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    1. Dopo la sosta di solito ci sono sorprese,vediamo un po'.paolino.

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  10. Carlao.....ennesima scommessa a basso costo di Cairo....

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  11. Chissà se sinisa ha veramente rifiutato la cina,non ci credo.paolino.

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  12. Avra' rifiutato di lasciare ora....a giugno vedremo....

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  13. Sassuolo (4-3-3): Consigli; Lirola, Letschert, Acerbi, Peluso; Aquilani, Sensi, Ragusa, Ricci, Defrel, Politano. Allenatore: Di Francesco.

    Torino (4-3-3): Hart; Zappacosta, Rossettini, Moretti, Barreca; Benassi, Valdifiori, Obi; Iago Falque, Belotti, Ljajic. Allenatore: Mihajlovic

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  14. Prima di Sassuolo-Torino, il DS granata Gianluca Petrachi ha parlato a Sky Sport, rilasciando una breve dichiarazione su Belotti, confermando le indiscrezioni che erano giunte in settimana da Oltremanica sull’offerta dell’Arsenal per Belotti.

    L’Arsenal ha offerto 65 milioni per Belotti. Lo dà o lo tiene?

    “Belotti vorremmo tenerlo. Il presidente ha fatto una clausola importante: penso valga più di quello che ci hanno offerto. Per adesso ce lo godiamo e poi vedremo in futuro quello che può succedere”

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  15. 0-0 finale
    Peccato meritavamo di vincere, ma se non la si butta nel sacco....
    Giriamo a 29 punti, non basta il doppio per andare in Europa.

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  16. Con Milan e Inter e dura entrare in uefa.paolino.

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