domenica 19 novembre 2017

LA VITA E' UN VIAGGIO

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Mi piace leggere.
Purtroppo non ho quasi mai il tempo per farlo, i miei viaggi a Cuba sono anche una buona occasione per riprendere questa mia antica passione.
Roba leggera, non sono certo un'amante delle letture impegnative.
In questa ottica si inserisce il mio piacere nel leggere Beppe Severgnini.
Quando parla di sport e di viaggi e' godibilissimo, meno quando parla di politica, per niente quando appare in tv.
E' forse uno degli scrittori italiani che, da antico viaggiatore, meglio ha saputo raccontare gli italiani in viaggio.
Su una bancarella, un paio di settimane fa, ho trovato LA VITA E' UN VIAGGIO, un suo libro del 2014, no ho letti un paio di capitoli e voglio condividere con voi alcuni suoi pensieri.
Anche perche' fra 3 settimane mi tocca....

In aeroporto o su una nave, in albergo o in un villaggio turistico, in famiglia e perfino in coppia, la regola non cambia;occorre sopportare gli altri, anche perche' gli altri sopportano noi.
La misantropia non si addice al viaggiatore. Se non amate la gente, restate a casa (dove litigherete col portinaio e i vicini).
Partite soltanto se desiderate assistere ad un'altra rappresentazione della commedia umana.”
La gente, oggi piu' che mai, rappresenta il mio mestiere, da lei traggo ispirazione, voglie e....sostentamento economico.
Anche se in viaggio, sopratutto durante il volo, cerco di isolarmi un po' i miei sensi sono sempre attenti ad osservare tutto cio' che accade.
Le mami cubane che al gate fanno un chiasso d'inferno, il temba italiano che cerca di saltare la coda, l'umanita' varia in fila, diligentemente, alla dogana cubana, il caos fuori dall'Jose' Marti' coi taxisti che ti prendono d'assalto.
Sedermi sui tavolini lungo il Malecon ad osservare la variopinta e multicolore varieta' di gente che ti passa davanti.
Magari cerco di stare un po' in disparte, dal punto di vista dei contatti sociali, giusto per ricaricare le batterie, ma le persone sempre sono una parte fondamentale del mio viaggio.

Anche ritornare e' un'arte. Rivedere i posti ha un fascino speciale. Ricordi e confronti aiutano la mente e scaldano il cuore. C'e' chi, arrivato ad una certa eta', fa solo questo: non vuole vedere, preferisce rivedere. Il ritorno e' un'arte, ma non tutti sono artisti.”
Uno che e' stato piu' di 50 volte nello stesso posto non puo' non condividere una simile affermazione.
E' vero che prima e durante questi viaggi ce ne sono stati tanti altri per lavoro e per diletto in altri posti altrettanto belli.
Pero' si, ricordi e confronti scaldano il cuore e mantengono sempre alta l'attenzione.
Non so se e' una questione anagrafica, non ne sono del tutto convinto, so pero' che avere punti di riferimenti precisi aiuta.
Detto questo non c'e' stata e sopratutto non ci sara' solo Las Tunas nel mio futuro, dove comunque tornero' sempre, per tanti motivi.

L'empatia funziona anche nel viaggio. Il viaggiatore empatico trova ascolto, attenzione, ospitalita', ed evita inconvenienti e pericoli. Per questo e' importante imparare a viaggiare soli, rinunciando alla rassicurazione e al conforto del gruppo, della famiglia o della coppia. Una persona sola in un treno o in un ristorante, osserva e deduce capendo piu' del prossimo, del mondo e probabilmente anche di se.”
Vangelo allo stato puro.
L'empatia funziona sempre ma o ce l'hai o non ce l'hai, nel secondo caso riesci a stare sulle palle pure a tua madre.
In giro per il mondo non ricordo di essere mai stato trattato male da un negoziante, un ristoratore, una hostess e via discorrendo.
Un sorriso e sapersi esprimere ti sanno aprire ogni porta e ti permettono di cavartela in ogni situazione.
Se ti credi sticazzi verrai trattato come sticazzi e questo vale ad ogni latitudine.
Viaggiare da solo apre la mente, ti rendi conto che devi saper contare su te stesso e questo aumenta anche l'autostima che, nel mondo dove viviamo non e' mai abbastanza.
Vado avanti nel libro e magari ne riparliamo la prossima settimana.

M&S CASA PARTICULAR HA AGGIUNTO UNA CASA

venerdì 17 novembre 2017

CALCIO A CUBA

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ALESSANDRO ZARLATTI/ IL BELLO DELL'AVANA
Il calcio. Sembra un fenomeno incontenibile. Da sempre mi domando quale sia il suo segreto. Perchè un pianeta intero lo giochi, perchè riesca a sradicare in un lampo abitudini profonde, tradizioni, per imporsi con tutta la sua semplicità, con tutta la sua forza.
La semplicità, senz'altro è un elemento. Per fare una partita basta un pallone di stracci e quattro persone disposte a corrergli dietro. Ma non è sufficiente. Allora sarebbero più semplici ancora le gare di corsa. I pugni. La lotta. Forse dipende dall'accessibilità. Per correre e vincere devi avere il fisico. Per fare a pugni fisico e coraggio. Per la lotta, idem. Il calcio è diverso. Il più grande calciatore di tutti i tempi, Maradona, era un nano tracagnotto, che si allenava poco. Però aveva piedi. Messi, il più forte giocatore attuale è piccolo, stortarello, eppure nasconde la palla a gente alta il doppio di lui, infinitamente più forte. Ma c'è anche Cristiano Ronaldo, l'opposto, alto, muscoloso. Il calcio è possibilità aperta a tutti. È arte pura. Non serve il fisico, serve maggiore o minore distanza dall'ispirazione. Tutta questa menata per dire che a Cuba il calcio ha soppiantato totalmente il baseball. Forse l'ho già detto precedentemente ma confermo un processo già quasi giunto a destinazione. Il cubano gioca a calcio, moltissimo. Così come gli italiani giocavano per strada fino a 30/40 anni fa. Io ogni tanto mi fermo a guardare qualche partita. Un italiano non guarda una partita per passare il tempo. Per un italiano il calcio è una cosa seria. La più seria. Vedo talenti, accenni di talenti, prospettive. Già qualche tempo fa ho vaticinato che nei prossimi 15 anni qui a Cuba uscirà fuori un giocatore bravo.  È inevitabile. Giocano molto, giocano per strada, chiudono il passaggio di vicoli, mettono due porte e giocano. Ma... Ma c'è un ma. Un italiano lo sa. Per diventare calciatore non basta il talento. I diamanti grezzi, senza un bravo tagliatore restano sassi. Il grande limite dell'intero movimento calcistico cubano sta proprio in un detto che i cubani usano quando parlano di se stessi. Dicono: "el cubano si no llega se pasa...". Che vuol dire? Letteralmente: il cubano se non arriva ad una cosa la supera. In qualche modo il riconoscimento della propria immodestia genetica. Credo che l'immodestia sia nettamente migliore del suo opposto ma credo anche che sviluppare la capacità di mettersi in ascolto, di sospendersi momentaneamente sia un'altra utile facoltà. Un paio d'anni fa mi trovavo a riparare un televisore in Vedado. Mentre il tecnico stava smontando la scocca posteriore inizia a conversare con me. Italiano. Sì italiano. Io sono appassionato di Umberto Eco. Il migliore scrittore italiano, vero? La risposta era no ma non ascoltava. Poi la conversazione è scivolata sul calcio. Mi ha chiesto due o tre sciocchezze sul tifo e subito ha iniziato a spiegarmi il calcio. Spiegarmi. Mezz'ora di cazzate allucinanti. Presunte regole tattiche, presunte formule del successo, algoritmi della vittoria. Io ho retto un sorrisetto complice per venti minuti, poi, temendo la paresi, ho chiuso la comunicazione dicendo: "sì, per noi italiani il calcio è un'altra cosa...". Non era curioso di sapere come funzionano le cose in un paese grande come un bilocale che ha vinto quattro campionati del mondo? Non era curioso di sapere, di imparare, che da quando abbiamo tre anni ci straziamo le giornate sulla migliore posizione in campo di Amenta, sui movimenti giusti di un centravanti di manovra come Musiello, sull'arte di chiamare il fuorigioco, di dirigere una difesa, di marcare uno veloce, sul 433, sulle virtù del 352, del 442, sull'arte del fallo tattico. Non era curioso di sapere che da quando avevo tre anni fino ad oggi avrò visto cinquemila partite, le avrò commentate, tutte, con esperti di alto livello, le avrò vivisezionate, smontate, rimontate. Non era curioso di sapere che noi italiani regoliamo la nostra vita sul calendario di serie a, che giochiamo a calcio da quando abbiamo tre anni e allenatori eccellenti (perchè gli italiani sono storicamente i migliori allenatori del mondo) ci spiegano come marcare, come fare i tagli se sei una punta, come fare l'elastico, come e quando alzare la testa, come perdere tempo, quando fare le sovrapposizioni, quando anticipare, quando aspettare. Non era curioso di sapere che abbiamo genitori (non i miei per fortuna) che da quando abbiamo tre anni ci gridano oscenità dalla rete dei campi di pozzolana, insultano gli arbitri, ci seguono a Montelanico, a Vicovaro, a Tor Tre Teste. Non era curioso di sapere che il calcio per noi è vita? Un tratto del nostro codice genetico, un filtro attraverso cui guardiamo il mondo? No, non era curioso. Lui sapeva tutto, e me lo spiegava... Ecco, no, Cuba ha messo in piedi una settore tecnico per gestire questo fenomeno che, usando un eufemismo, potremmo definire non all'altezza. Mi raccontano di vicende esilaranti. Di "intuizioni tattiche", diciamo, creative. Riunioni di aggiornamento in cui vengono proposti testi che un italiano di terza categoria ha letto, riletto e superato dal 1970. Uno spettatore qualunque di uno stadio italiano potrebbe tenere qui classi magistrali sul calcio. Non è una battuta. L'anno passato mi sembra che il campionato lo abbia vinto a mani basse Santiago e solo perché era allenato da un italiano qualunque di cui non so il nome. Immagino abbia sistemato due o tre cose, messo giocatori nei giusti ruoli, obbligato a passare la palla e ha vinto lo scudetto. Ecco, non sapere non è una colpa. Io per esempio non ho mai capito il baseball. Se ne sentissi la necessità andrei da un cubano e mi metterei in ascolto. Muto in ascolto. Riguardo al calcio auguro a Cuba di fare lo stesso. Uscire dalla dittatura del "si no llego me paso". Io chiamerei un team di una trentina di allenatori di prima e seconda categoria italiana e li metterei a lavorare qui. A fare scuola calcio. A insegnare il calcio ai bambini e agli adulti. In pochi anni il calcio cubano decollerebbe, ne sono sicuro.
Nel frattempo io ogni tanto mi dedico ad una delle cose più serie che so fare: mi attacco alle reti dei campetti di Playa, prendo nota di tutto, soffoco la voglia di gridare qualcosa al terzino che non torna mai, di elogiare il taglio di una punta. Io che mi vanto con gli amici di aver scoperto Ibrahimovich, Verratti, Arsavin, Quintero (in realtà è stato il mio fallimento, ero sicuro che sarebbe diventato più forte di Messi, l'hanno preso in Portogallo e poi è scomparso. Qualcuno ha notizie di Quintero?), prima o poi lo scoprirò anche qui il talento. Ne sono sicuro. È una cosa seria. Il calcio. La cosa più seria che c'è.
In un simile frangente, mentre Tavecchio, S-Ventura e quella banda di incapaci mi hanno privato di splendide serate estive di amici, pizza, birra e rutto libero guardando i mondiali della nostra nazionale, ancora una volta prendo spunto da uno scritto di Alessandro Zarlatti.
Credo di essere stato una sorta di pioniere nel calcio a Cuba.
Quasi 20 anni fa era raro trovare gente che giocasse a calcio a Cuba, imperava ovunque la pelota.
Nelle strade cubane era molto facile trovare ragazzini che, magari con un bastone e un sasso, imitavano le gesta dei campioni della pelota, sport che, francamente mi annoia a morte, forse perche' proprio, con tutta la buona volonta', non riesco a capirlo.
Esisteva pero' un ristretto gruppo di “deviati”, quasi tutti negher, che gia' allora si dedicavano al calcio.
Ne conobbi uno che mi porto', nel vecchio campo della pelota, dove si ritrovavano, e si ritrovano i giovani calciatori tuneri.
Mi ritrovai in una sorta di campaccio di periferia con erba alta, in compagnia di una banda di esagitati che correvano tutto dietro al pallone senza un minimo di logica..
Nessuno che passasse la palla, nessuno che giocava in difesa, nessun concetto di squadra, una banda di veneziani come non avevo mai visto.
Mi piazzai in mezzo al campo, come faccio da una vita, cercando di mettere un po' d'ordine in quel casino, invano, correvano tutti come pazzi menando come fabbri...io ero in vacanza.
Regole del calcio applicate con molta fantasia, porte piccole, 3-4 squadre da 4/5 giocatori ciascuna, quando una squadra segnava l'altra usciva e veniva sostituita.
Cosi' per ore ed ore.
Negli anni mi capito' altre volte di giocare, ricordo anche una volta in spiaggia a Puerto Padre con altri italiani.
Ho visto negli anni il movimento crescere, ho visto arrivare palloni decenti, magliette griffate, ho visto persino gente passarsi la palla.
Per alcuni anni l'Inter ha avuto una scuola di calcio in citta', vedevo i ragazzini con le magliette neroazzurre girare recarsi nei campi improvvisati per l'allenamento.
In questi ultimi anni ho visto decine di allenamenti della squadra tunera di seria A (diciamo...) al campo di calcio al centro della pista di atletica, allenamenti veri con allenatori a tutto tondo, che non hanno portato a molto visto che la squadra cittadina non e' certo una delle migliori del paese.
Enormi potenzialita' fisiche, tecnica anche decorosa ma il gioco del calcio e' fatto di tattica e della capacita' di giocare insieme, da questo punto di vista sono un disastro.
Poi ho visto adulti usare le maglie del calcio come t-shirt in giro per la citta'.
Nella maggior parte dei casi maglie del Barcellona e del Real ma non e' raro vedere degli sventurati girare con una maglia a strisce di altri colori.
Come se non avessero gia' abbastanza problemi....
Oggi, e' vero, i bambini e i ragazzini cubani hanno sostituito la pelota col calcio anche perche' la pelota cubana, diciamocelo, e' ai minimi storici.
Come avviene da noi e come ha ben descritto Alessandro, l'isola si e' anche riempita di esperti di calcio da poltrona.
Il Boss del mio familion ne e' l'esempio piu' calzante.
Arriva dal lavoro, si piazza sul suo balance preferito e inizia a guardare qualunque partita passi la televisione cubana o Telesur.
Sa tutto di ogni giocatore, ogni schema, ogni partita ed ogni risultato.
E' inutile spiegargli le cose, anche per chi come me gioca a calcio da 50 anni e ha visto migliaia di partite oltre che essere stato 4 volte campione del mondo.
Sanno tutto loro, hanno capito tutto loro.
Lo dico simpaticamente perche' le nostre discussioni sul calcio sono davvero divertenti.
Adesso che mi vedra' non ho idea di quanto mi predera' per il culo col fatto che ci hanno sbattuto fuori dalla possibilita' di partecipare ai mondiali.
Grazie anche di questo, S-Ventura e Tavecchio.

martedì 14 novembre 2017

UN ANNO SENZA FIDEL





E' passato oramai un anno ma il ricordo resta nitido.
Avevo trascorso l'ultimo giorno della mia vacanza a La Habana.
Ero arrivato in mattinata da Las Tunas col Viazul, avevo appuntamento con un amico italiano per passare qualche ora insieme, prima della mia partenza serale per l'Italia.
Tutto era normale, tutto tranquillo, la Cuba di sempre.
In aeroporto avevo guardato, nell'attesa di imbarcarmi, distrattamente el noticiero, le solite cose, i soliti servizi di sempre, nulla di nuovo.
Il volo di rientro tranquillo, lo scalo ad Amsterdam, poi il volo per Torino dove ad attendermi c'era un'amico che mi avrebbe portato fino a casa.
Accendo il movil e mi ritrovo una marea di messaggi...
Era morto Fidel.
Non c'era stata alcuna avvisaglia, certo tutti sapevamo che la candela si stava spegnendo, el Comandante en Jefe stesso, stretto nella sua tuta da ginnastica Adidas che era diventata la sua uniforme da quando aveva ceduto il potere a Raul, aveva salutato tutti in un breve discorso al congresso del Partido pochi mesi prima.
Fidel ha sempre visto lungo, anticipato i tempi prevedendoli, sapeva che gli restava poco da vivere.
Pero' tutti, cubani in testa, pensavamo fosse una sorta di Moloch immortale.
Fidel non poteva morire.
Invece apro il movil e leggo la bruttissima e triste notizia.
Un senso di vuoto....di mancanza, di assenza....avevo trascorso quasi 20 anni nella sua Cuba, quella che si era conquistato, voluto e plasmato.
Mi sembrava impossibile che non ci fosse piu'.
Vado su You tube e vedo l'annuncio di Raul, dato alle 22.30 della sera prima, ero gia' in volo, quell'annuncio con un rabbioso “Hasta la Victoria Siempre” finale, come a dire che nulla finiva, nulla sarebbe cambiato.
Fidel era, ufficialmente, fuori dai giochi da un decennio, con un colpo di teatro era uscito dalla porta principale del potere causa malattia passando, non si e' mai saputo quanto volentieri, le redini dell'isola al fratello.
Fratello rispettato, temuto ma mai veramente amato dai cubani, almeno fino a quel momento.
Era fuori dai giochi ma sempre presente da dietro le quinte, quando le sue condizioni di salute lo permettevano riceveva i capi di stato importanti che visitavano l'isola.
Diciamo che aveva lasciato la ribalta ma, dalla seconda fila, continuava a far sentire la sua voce importante, tramite anche le sue riflessioni.
Leggere oggi cio' che scriveva 10 anni fa sui mutamenti climatici permette, ancora una vola, di capire che aveva ancora una volta visto lungo.
Riflettevo, mentre l'auto mi portava a casa, sul come sarebbe stata la Cuba senza Fidel probabilmente non sarebbe cambiato nulla, sarebbe solo stata un po' piu' triste.
Fidel non e' stato un Presidente della Repubblica, un Primo Ministro, un Presidente del Consiglio, e' stato El Comandante en Jefe di un intero popolo, solo un cubano puo' capire la differenza.
L'ultimo viaggio del suo feretro verso il riposo finale a Santiago vale piu' di mille parole.
Tutto un popolo e' sceso in strada, spontaneamente (tutti i miei conoscenti cubani lo hanno fatto e non li ha certo obbligati nessuno) per tributare l'ultimo saluto al Comandante, al Padre, al Fratello, all'Amante, al Combattente...a tutto.
Si perche' Fidel e' stato, nel bene come nel male, tutto per Cuba.
Non so quanto approvasse il riavvicinamento fra l'isola e le terre confederate, sancito dalla visita di Obama che comunque non ha incontrato, forse per reciproca decisione.
Di sicuro c'e' che col Trumpo il Comandante sarebbe andato a nozze.
Uno che e' sopravvissuto a 12 presidenti, centinaia di tentativi di omicidio, assalti, invasioni, guerre calde e fredde non avrebbe avuto problemi a confrontarsi con un decerebrato.
Gia' me lo immagino rispolverare il mantra del paese assediato ed in stato di guerra non dichiarata.
Ma Fidel non c'e' piu', o meglio non c'e' piu' la sua emanazione terrestre, pero' le idee dei grandi uomini sempre sopravvivono a loro.
Hasta Siempre Comandante Fidel!

sabato 11 novembre 2017

PAPPA, NANNA, CACCA, GNAGNA



Sono un uomo tutto sommato semplice.
Mi basta una palestra, un luogo dove correre, un campo da tennis, una piscina, le partite coi miei Villans.
Mi piace anche vedere lo sport alla televisione. se si tratta di calcio specificatamente il mio Toro.
Gli amici quelli di sempre, anche se vedo centinaia di persone ogni giorno, quelli veri al final, restano chi avevi da ragazzo.
Un po' di gnagna possibilmente di qualita', perche' le olive non devono mai stare troppo a bagno.
Mangiare decorosamente senza esagerare.
La cacca regolare ogni mattina, 7/8 ore di sonno.
Bon.
Non me ne frega un cazzo di tutte le menate che mandano fuori di testa tanta gente; il macchinone, l'ultimo modello di smartphone, il pc che fa anche il caffe'....ecc ecc.
Ripeto, un uomo semplice con cui non e' neanche cosi' difficile andare daccordo, a patto di lasciargli fare la sua vita e non rompergli le palle.
Forse per questo mi sono trovato cosi' bene a Cuba.
Dal primo viaggio mi sono subito reso conto di visitare un paese dove, al di la delle varie possibilita' economiche, la gente bada all'essenziale senza troppi voli pindarici.
Il cubano fa una vita semplice, si alza al mattino ad ore piu' o meno urbane, se lo possiede si reca al lavoro ma senza esagerare, considerando quell'impegno come quasi un incidente di percorso.
Il suo pensiero vola al come e dove comprare cio' che serve per la casa, specificatamente il cibo.
Si chiede se in quella tienda e' arrivato il boniato o se nella libreta ci sara' il pollo por pescado come sempre.
Per loro sono problemi, per noi sarebbero cazzate da far sorridere visto che ci svegliamo alla mattina gia' coi coglioni girati.
Lui pensa al negocio da mettere in piedi col tal tizio che gli fara' mettere in tasca un certo numero di quattrini.
Quattrini che non e' il caso di mettere da parte per il futuro, fino a che ci sono si spendono, magari in cazzate, domani si vedra'.
Se in frigo c'e' il key, bisogna finirlo non lasciarne un pezzo per domani.
Se c'e la carne bene altrimenti va bene anche un piatto di tostones o un congri'.
Domani...e' un altro giorno e si vedra'.
La cerveza al fresco, il ron nella dispensa, gli amici da andare a trovare, la vicina con quel culo da blocco aortico a cui tirare il giusto piropo.
La telefonata da fare al parente oltremare a cui raccontare ogni sorta di sciagura domestica, col solo scopo che qualcosa....arrivi dal cielo.
I colleghi di lavoro con cui chiacchierare, el chisme del barrio, la ragazzetta da invitare fuori a patto di avere qualche cuc da investire nel progetto.
El Carnaval che sta' arrivando, il sabato pomeriggio al parco tematico con la famiglia.
Noi arriviamo incazzati e stressati, basta vedere le scene pietose al gate di qualche volo Neos o BP, coi pensionati italici che cercano di saltare la coda insultandosi uno con l'altro...e stanno andando in vacanza, non a lavorare.
Da noi ogni giorno e' una montagna da scalare, sperando di arrivare indenni a sera, poi la montagna puo' essere piu' o meno scoscesa ed irta di pericoli, dipende dalla vita che ci siamo scelti o ci e' toccata, ma sempre di salita si tratta.
A volte mi rendo conto che diamo importanza ad autentiche cazzate privandoci di momenti belli che potrebbero fare la differenza, ma quando sei dentro la centrifuga e' difficile vedere il mondo che ti scorre accanto.
A Cuba, in mezzo a gente che vive in modo semplice, senza pensare al giorno dopo, vivendo il momento come dovremo tornare a fare da noi, riusciamo a trasformarci e, quasi sempre, tornare ad essere persone migliori.
Senza la corazza, lo scudo e la spada torniamo ad essere semplicemente persone come tante, se togliamo le cazzate dalla nostra vita, quasi sempre resta...il buono.
Cuba e la sua gente sono anche questo, il ritorno ad una vita piu' normale, quella a cui dovremo aspirare sempre e che, tutto sommato ci siamo anche meritati.
Pappa, nanna, cacca, gnagna.

P.S. A proposito di semplicita'; questa mattina mi sono arrivati 2 macchinari nuovi in palestra e mi hanno portato il nuovo scooterone.
Se la Bellucci mi invita a cena e' un giorno perfetto. 

 

mercoledì 8 novembre 2017

LE CENE DI INIZIO SECOLO

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Proseguendo il mio breve giro a ritroso nella Cuba di inizio secolo, non si puo' non notare come le cose sarebbero cambiate, in questi quasi 4 lustri in modo esponenziale.
Ho pero' usato il condizionale “sarebbero” non a caso.
In questi giorni ci sono parecchi amici a Cuba, alcuni fanno parte del gruppo whatsapp “i viaggiatori” che raccoglie alcuni amici amanti della piu' bella terra su cui occhio umano si sia mai posato.
Uno di loro, scriveva ieri, che sono 4 giorni che gira tutta La Habana (non l'ultimo sperduto campo...) invano in cerca di...carta igienica.
A volte tutto cambia per, alla fine, non cambiare nulla.
Con gli anni che iniziano a diventare quelli del dattero impariamo ad amare le piccole e grandi comodita' che possono rendere piu' piacevole una vacanza, da nessuna parte e' scritto che si debba sempre e comunque trovare lungo.
Oggi mi piace, a Tunas, avere 4/5 ristoranti italiani dove cenare ma ricordo sempre con una punta di divertimento (oggi...allora smadonnavo...) quando, all'inizio del secolo, cercavo un posto dove mangiare nel balcon sull'oriente cubano.
C'erano alcuni ristoranti statali che rappresentavano un immersione in un mondo fantastico e imprevedibile.
Volevi fare lo splendido e ci portavi una bella fanciulla.
Non essendoci telefonini e non avendo quasi nessuno il telefono in casa, era gia' un problema accordarsi sull'ora di incontro.
Bisognava combattere con le telefoniche e i tempi d'attesa....sopratutto se la fanciulla viveva fuori citta'.
Passavo a prenderla in scooter o in auto, inoltrandomi spesso in territori inesplorati, senza luce, con strade sterrate, senza indicazioni di sorta.
Un'avventura da fare impallidire Terzani.
Poi arrivavi, aspettavi mezzora che la fanciulla fosse pronta e poi la vedevi uscire, bellissima e tirata di tutto punto, da autentiche grotte adibite a case oppure da baracche di legno che ricordavano il film “Radici”.
Andavi in questi ristoranti statali, dovevi prima aver prenotato quasi mai direttamente al ristorante.
Dovevi andare, al mattino, in qualche oscuro ufficio statale, o al terminal de la guagua, comunque in posti che non avevano nulla a che vedere col ristorante.
Entravamo al ristorante che, quasi sempre, era vuoto, e una cameriera di non memorabile aspetto ti si avvicinava per accompagnarti al tuo tavolo.
Era palese il fatto che se non arrivavi era piu' contenta ma il lavorare per lo stato a Cuba, ma non solo, rende tutto cio' normale.
Ti presentava un menu' lungo 4 pagine con all'interno ogni sorta di ben di Dio.
Ordinavamo una cosa...”no hay”, un'altra “no hay”, un'altra ancora “ se acabo”....la cosa proseguiva fino a quando ti indicava lei i soli 2 piatti disponibili e te li facevi andare bene.
Capitava a volte che c'era pure un orchestrina.
3 musicisti vecchi e scalcinati che si avvicinavano al tavolo, iniziando a suonare le solite 4 canzoni....bellissime ma non esattamente funzionali al contesto.
Hasta Siempre Comandante, Chan Chan, Yolanda ecc.....
Fino a quando non calavi la pila non si schiodavano, in pratica li pagavi perche' la piantassero di suonare.
Nel tavolo nessun tovagliolo di carta per pulirsi, al bagno niente carta igienica e niente acqua dal rubinetto.
Alla fine ti dovevi portare dietro, dall'Italia, i fazzolettini per pulirsi altrimenti era un casino.
Alla fine io prendevo sempre carne e la fanciulla quasi sempre spaghetti.
Spaghetti....quella porcheria che ti rifilavano all'epoca e che la fanciulla iniziava subito a tagliare.
Ogni spiegazione sul come andava affrontato quel piatto cadeva nel vuoto, loro erano abituate cosi' e cosi' sono ancora abituate oggi.
Ovviamente, quelle rare volte che trovavi un locale che avesse camarones la fanciulla si buttava subito su quelli, essendo un tipo di cibo, almeno all'epoca, al di fuori delle loro tasche.
Da bere quasi mai Cristal e Bucanero ma sempre birre giudicate a torto o ragione, minori, tipo la Tinima.
Alla fine pagavo quasi un cazzo, parlo di 3-4 dollari in 2, piu' il bere.
Il cibo in pesos, il bere in dollari...mah...mai capito il perche'.
Alla fine il contesto era anche divertente, la fanciulla bellissima e chi cazzo se ne fregava se il mangiare era quello che era.
Ero a Cuba, con uno schianto di fanciulla, mi aspettava una nottata campale e la mattina dopo mi sarei alzato a 30 gradi.
Tanta roba amici miei.

lunedì 6 novembre 2017

FARE I "CUBANI"

 ALESSANDRO ZARLATTI - IL BELLO DELL'AVANA
C'è poco da fare: è un concetto, uno steccato, un muro contro il quale un immigrato - perchè questo sono a Cuba - sbatte la testa in continuazione. L'essere straniero. Se non lo vivi sulla tua pelle non lo capisci. Oppure vai avanti ad ipotesi ed astrazioni. Se decidi di andare a vivere all'estero questo allegato te lo porti dentro come una malattia autoimmune. È una questione di abitudini diverse, di gusti diversi, di modi di decodificare gli altri e di essere decodificato, di modi di ridere, di modi di mangiare, di modi di amare.
Credo sia una distanza ineliminabile. Possono passare decenni ma esisterà sempre quella zona grigia e malinconica a segnare una prossimità ma mai un'identità. Molti stranieri scelgono la via della mutazione. La patetica via della mutazione. Acquisiscono modi e linguaggio del posto, tic, gusti, perfino religioni, fino a diventare caricature. Credono, in questo modo, di avvicinarsi a qualcosa, di essersi guadagnati il biglietto d'ingresso ad una festa da ballo. Invece per me restano ormeggiati in un'isola in mezzo all'oceano, come tutti. Perchè uno straniero resta sempre tra due mondi senza essere più né dell'uno né dell'altro. È una brutta sensazione: stai a Cuba, ti portano, fai conto, ad uno spettacolo di umoristi cubani (non andateci mai!) e ti cascano la palle, ti senti lontano come su una spiaggetta di Alfa Centauri. E poi, mesi dopo, stai a Roma, vai, che ne so, in un ristorante, e ti senti fuori posto, fuori ritmo, fuori mondo. Certo, la romanità, chi me la toglie, quell'impronta così forte che ho nei miei gusti, nelle mie parole, nella mia maniera di vedere gli altri. Però c'è un però. Una sfumatura forse. Qualcosa è cambiato. Qualcosa ti ha cambiato. Sei cubano? No. Sei italiano? Sì, certo, ma un italiano fuori ritmo, immediatamente invecchiato rispetto al suo ambiente, immediatamente passato, superato. Ovviamente l'essere stranieri ha il suo bello, se no si tratta di un confino. È bello conoscere altro. È bello affacciarsi sull'altro-da-sè e assaporare per un po' altre direzioni della vita possibili. Toccare con mano un altro modo di coesistere, di vedere l'oggi, il domani. Imparare. Allargare lo spettro delle opzioni possibili o, se non altro, relativizzare le proprie, contestualizzarle. È ancora tutto quello che mi sorprende a Cuba. Il fatalismo allegro della gente, il rapporto sereno con il denaro quando c'è, quando non c'è, la disinvoltura nelle relazioni, l'approccio alla vita, alla morte. Ma poi sei sempre là. Se sei onesto con te stesso, sei sempre là, a un passo da tutto ma mai dentro. E questa posizione mi piace. Sia chiaro. Non c'è nessuna amarezza. Il mondo che mi porto dentro mi piace. L'essenza italiana, se queste parole indicano davvero qualcosa di concreto e esprimibile, mi piace da matti. Anzi, la riscopro giorno dopo giorno. La pulisco dalla polvere della quotidianità che ci rende ciechi ed antiitaliani. La pulisco da un'attualità avvilente, dai Salvini e dai D'Alema, dai Renzi e dai Di Maio, dai Casapound e dai Moccia. Siamo dei fuoriclasse della vita. Noi italiani. Abbiamo l'oro dentro. Abbiamo generato millenni di cultura. Abbiamo detto tutto quello che c'era da dire di alto, di degno. Un paese piccolo così che ha fatto praticamente tutto. Ha dato l'alfabeto della bellezza al mondo intero. Parole di uno straniero. In mezzo al mare. Con poche speranze di toccare terra.
Il racconto di Alessandro colpisce nel segno, come sempre, dandomi lo spunto per un argomento interessante.
Un paio di settimane fa, il mio amico Pedro scriveva che un tempo facevamo a gara per chi riusciva a fare a Cuba il periodo piu' lungo mentre ora, come si evince dalla mia prossima partenza, se va bene ci si riesce a ritagliare giusto un paio di settimane.
Io non ricordo di aver mai partecipato a questa gara di...lunghezza di vacanza anche perche', tolta una volta, al massimo mi sono fermato sull'isola un mese.
Se devo dirla tutta la vacanza perfetta sono i 20 giorni, con gli ultimi 5 in cui inizia ad affiorare un po' di noia e di voglia di rientrare.
Dipende poi anche a cosa si rientra, se ci aspetta una vita di merda allora e' un conto se, come nel mio caso, una vita tutto sommato intensa, divertente e discretamente remunerativa tutto diventa accettabile.
Proprio perche' non ho mai fatto lunghi periodi a Cuba l'idea di passare per “cubano” non mi ha mai attraversato l'anticamera del cervello.
Perche' poi?
Perche' abdicare ai privilegi indubbi del turista per uniformarmi ad un mondo che preferisco godere essenzialmente per i suoi lati positivi evitandomi gli altri?
Li vedo i connazionali che vogliono fare i “cubani”.
Scegliessero di fare i cubani...che se la passano bene la cosa sarebbe anche accettabile, il problema e' che cercano di emulare quelli con le pezze al culo.
Li ho visti i paisa' che pranzano con la ciotolina di riso nel locale piu' povero della citta', a 70 centesimi di peso cubano.
Non avessero alternative potrei anche capirlo, a quel punto meglio stare a casa, ma quando la pitoccheria diventa una scelta di vita allora c'e' qualcosa che non va.
Dice saggiamente Alessandro che siamo comunque sempre stranieri, anche se abitassimo a Cuba per 100 anni e questo non vale solo per Cuba.
Sei sempre uno straniero, uno che “para ti no es nada...”.
Non sarai mai uno di loro (perche' poi...bisognerebbe esserlo?) non sei cresciuto la', non entri nel loro modo di pensare e di esprimersi.
A volte un cubano ti dice una cosa ma in realta' te ne vuole fare capire un'altra, se non sei nato li' questo non lo capisci.
Capisco la ricerca di italianita' di cui parla Zarlatti, ho lavorato anche 6/7 mesi all'estero.
Certo un bel lavoro, ottimo cibo, gnocca come se piovesse e ottima sistemazione.
I soldi non erano tantissimi ma ci sono eta' in cui i soldi contano fino ad un certo punto.
Erano anni in cui non c'erano internet ne' telfonini, una chiamata dall'Italia a settimana, in aeroporto mentre andavamo a prendere i nuovi arrivi e a portare i vecchi clienti chiedevamo i giornali a chi arrivava...un'altro mondo.
Le canzoni italiane, dopo mesi di spiagge tropicali, facevano da colonna sonora ai nostri giorni.
Alla fine sognavamo un'Italia infinitamente migliore rispetto a come era davvero, un po' come capita oggi a chi vive fuori.
Avrete letto le statistiche che parlano di 5 milioni di italiani che vivono oltreconfine.
Per un italiano vivere in giro per il mondo non e' mai facile, in teoria siamo un paese fantastico, ridotto pero' in cenere da una classe politica da terzo mondo.
Il mio ruolo di turista...pagante me lo godo tutto.
Mi piace parlare le lingue, capire cosa dice la gente attorno a me, e' bello vedere come vivono, il diverso rapporto che hanno con la vita rispetto a noi.
Maledico il nostro stile di vita ma credo che non potrei sopravvivere senza, almeno per ora, sicuramente non potrei vivere come fanno loro, come se non esistesse un domani.
Questo e tante altre cose fanno di me uno straniero, che magari 2/3 cose di quel luogo le ha capite, ma che deve ancora capirne davvero tante.
Ma non dispero...ho ancora tanto tempo...agli Orishas piacendo.